Geisha
In
Giappone, donna che esercita le arti della danza, del canto,
della musica e della conversazione a scopo di
intrattenimento nelle case da tè o in ricevimenti pubblici e
privati. Il termine, di origine cinese, indica una persona
dotata di qualità artistiche.
Tradizionalmente, e fino a tempi relativamente recenti, la
geisha iniziava la propria formazione in apposite scuole
all'età di sette anni, e una volta ritenuta abile nelle
diverse arti veniva ceduta dai genitori a un proprietario di
locale da tè presso il quale prestava la propria opera. Qui
la ragazza serviva il tè secondo l'antico cerimoniale
giapponese e intratteneva gli ospiti con canzoni, danze,
recitazione di poesie e conversazione gradevole.
Anticamente, la prassi voleva che le ragazze fossero vendute
e che non potessero mai sciogliere il vincolo che le legava
al proprietario se non contraendo matrimonio. Dopo la
seconda guerra mondiale, la vendita delle figlie divenne
illegale e la pratica scomparve; la professione di geisha
esiste ancora oggi, ed è stata riconosciuta a livello
sindacale.
La struttura
dell'Iki
"Lei
conosce il conte Kuki Shuzo. Ha studiato molti anni con
Lei". "Rivolta al conte Kuki rimane la mia memoria
riconoscente"". Con queste parole, che si leggono in un
celebre libro di Heidegger, si può dire che affiori
l'esistenza di Kuki Shuzo in Occidente e lì rimanga sospesa,
come il miraggio di un orientale "dal cuore limpido e fine"
che capiva il pensiero occidentale meglio degli Occidentali.
Eppure Kuki Shuzo è esistito - e la sua storia travagliata e
romanzesca va ben oltre quell'immagine, come mostra questo
libro, che è il libro della sua vita. ""Tutto il suo pensare
era rivolto a ciò che i Giapponesi chiamano iki". "Ciò che
questa parola dice ho potuto solo presagirlo da lontano
nelle mie conversazioni con Kuki"" aggiunge Heidegger. Forse
perché Heidegger non poté leggere il trattato di Kuki sull'iki,
qui per la prima volta tradotto. E forse all'origine di
questo libro vi è proprio la difficoltà provata da Heidegger.
Una difficoltà, pensò Kuki, analoga a quella che deve
affrontare chiunque tenti di tradurre il termine essere,
fondamento del pensiero occidentale, in giapponese. Ma la
parola essere si incontra in Parmenide, mentre la parola iki
appartiene al gergo delle geishe. Già qui si accenna
sottilmente il divario Oriente- Occidente.
Che cos'è dunque l'iki? Nel Giappone del periodo Bunka
Bunsei (1804-1830), questa parola veniva usata per definire
l'ineffabile fascino della geisha, il suo stile sprezzante
ma accattivante, ammiccante ma riluttante, improntato a
sensualità e rigore, inflessibilità ed eleganza. Kuki
circumnaviga ogni accezione dell'iki, filtrando la parola
con uno sguardo che ne individua i tratti distintivi nella
seduzione, nell'energia spirituale e nella rinuncia; la
colloca in un sistema estetico rigoroso; ne scopre le tracce
nell'acconciatura, nell'incedere, nei gesti e nelle posture
della geisha; nei motivi decorativi a righe verticali, nel
colore marrone, nell'architettura della casa da tè, nella
musica per shamisen. Capire l'iki è come percepire la
fragranza di un'intera civiltà. E forse ci aiuta anche a
capire l'essere per un'altra via.
"L'iki è dunque la quintessenza (sui) della seduzione. L'iki
ignora le mediocri certezze della realtà, osa mettere fra
parentesi la vita reale, e mentre respira con distacco
un'aria incontaminata si abbandona a un gioco autonomo,
gratuito e disinteressato. E, in una parola, seduzione per
la seduzione. La serietà e l'ossessione amorosa sono
contrarie all'essenza dell'iki a causa della loro realtà e
della mancanza di possibilità. L'iki esige un'anima
disponibile al mutamento e libera, che abbia trasceso i
vincoli dell'amore. Quella che dice: "Preferisco il buio a
una luna incerta" è l'anima obnubilata dalla passione.
Quella che invece dichiara di "preferire la luna, seppure
incerta" è l'"anima iki", che fa andare in collera
l'innamorato".