L'uso dei
piaceri è il secondo volume di quella Storia della
sessualità di cui Michel Foucault aveva esposto ne La
volontà di sapere il progetto iniziale: comprendere come,
nelle società occidentali moderne, si era costituito
qualcosa di simile a una 'esperienza' della 'sessualità',
nozione familiare e tuttavia apparsa solamente all'inizio
del diciannovesimo secolo.
Parlare di sessualità come di un'esperienza storicamente
singolare ha richiesto di ricostruire i percorsi del
'soggetto desiderante', risalendo dall'epoca moderna fino
all'Antichità classica. L'uso dei piaceri, appunto, entra
nel vivo della rappresentazione delle pratiche e delle
teorie sessuali nella città greca, e dà così concreto avvio
a un'opera storiografica dall'ambizione assolutamente unica:
non più indagine parziale o settoriale sui problemi della
sessualità, essa presenta globalmente la genealogia
dell'esperienza più ignota, anche quando più esibita, della
nostra cultura e della nostra storia, offrendoci al contempo
una sorta di specchio delle radici più remote e cancellate
della logica degli odierni comportamenti sessuali.
Indice

7 Introduzione
9 1. Modificazioni
19 2.
Le forme di problematizzazione
30 3. Morale e pratica di sé
39 I. La problematizzazione morale dei piaceri
44 l. Aphrodisia
58 2. Chresis
68 3. Enkrateia
83 4. Libertà e verità
99 II. Dietetica
103 l. Del regime in genere
113 2. La dieta dei piaceri
121 3. Rischi e pericoli
129 4. L'atto, il dispendio, la morte
145 III. Economica
147 l. La saggezza del matrimonio
156 2. La famiglia di Iscomaco
170 3. Tre politiche della temperanza
189 IV. Erotica
191 l. Un rapporto problematico
207 2. L'onore di un ragazzo
217 3. L'oggetto del piacere
229 V. Il vero amore
247 Conclusione
255 Indice delle opere citate
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16
C'è una certa ironia in questi sforzi per cambiare il
proprio modo di vedere, per modificare l'orizzonte di ciò
che si conosce e tentare di scostarsene un po'. Hanno
effettivamente portato a pensare in modo diverso? Forse,
hanno consentito tutt'al più di pensare diversamente ciò che
già si pensava e di vedere ciò che si è fatto da
un'angolazione diversa e in una luce più netta. Si credeva
di allontanarsi e ci si ritrova perfettamente a piombo. Il
viaggio ringiovanisce le cose e invecchia il rapporto con se
stessi. Adesso, mi sembra di vedere meglio in che modo, un
po' alla cieca e frammentariamente, avevo abbordato
l'impresa di una storia della verità: analizzare non i
comportamenti né le idee, non le società né le loro
"ideologie", bensì le problematizzazioni attraverso le quali
l'essere si dà come essere che può e deve essere pensato, e
le pratiche a partire dalle quali queste problematizzazioni
si formano. La dimensione archeologica dell'analisi permette
di analizzare le forme stesse della problematizzazione; la
sua dimensione genealogica, la loro formazione a partire
dalle pratiche e dalle loro modificazioni.
Problematizzazione della follia e della malattia a partire
da pratiche sociali e mediche che definiscono un certo
profilo di "normalizzazione"; problematizzazione della vita,
del linguaggio e del lavoro in pratiche discorsivi che
obbedíscono a determinate regole "epistemiche";
problematizzazione del crimine e del comportamento criminale
a partire da determinate pratiche punitive che obbediscono a
un modello «disciplinare". E adesso, vorrei indicare come,
nell'Antichità, l'attività e i piaceri sessuali siano stati
problematizzati attraverso delle pratiche di sé che mettono
in gioco i criteri di una "estetica dell'esistenza".
Queste sono le ragioni in base alle quali ho ricentrato
tutta la mia ricerca sulla genealogia dell'uomo di
desiderio, dall'Antichità classica ai primi secoli del
cristianesimo. Ho seguito una divisione cronologica molto
semplice: un primo volume, L'Usage des plaisirs, è dedicato
al modo in cui l'attività sessuale è stata problematizzata
da medici e filosofi nella cultura greca classica del IV
secolo avanti Cristo; Le Souci de soi è consacrato a questa
problematizzazione nei testi greci e latini dei primi due
secoli della nosta era; Les Aveux de la chair, infine,
tratta della formulazione della dottrina e della pastorale
della carne. Quanto ai documenti che utilizzerò, si tratterà
per lo più di testi "prescrittivi"; voglio dire, con questo,
testi che, quale che sia la loro forma (discorso, dialogo,
trattato, raccolta di precetti, lettere ecc.), abbiano come
fine principale la proposizione di regole di condotta.
Comunque, non vi farò ricorso che per trovarvi dei
chiarimenti ai testi teorici sulla dottrina del piacere o
delle passioni. Il campo che prenderò in esame è costituito
da testi che presumono di dispensare regole, pareri,
consigli per comportarsi come si deve: testi "pratici", che
sono essi stessi oggetto di "pratica" nella misura in cui
erano fatti per esser letti, imparati, meditati, utilizzati,
messi alla prova, e in cui miravano a costituire, in
definitiva, l'armatura del comportamento quotidiano. La
funzione di questi testi era quella di essere degli
operatori che permettevano agli individui d'interrogarsi
sulla loro particolare condotta, di vigilare su di essa, di
formarla e di plasmare se stessi come soggetti etici;
rientrano, insomma, nel campo di una funzione "eto-poetica",
tanto per usare una parola che si trova in Plutarco.
Ma, dato che questa analisi dell'uomo di desiderio si trova
al punto d'incontro di una archeologia delle
problematizzazioni e di una genealogia delle pratiche di sé,
vorrei soffermarmi, prima di cominciare, su queste due
nozioni: giustificare le forme di "problematizzazione" che
ho prese in esame, indicare ciò che si può intendere per
"pratiche di sé" e spiegare quali paradossi e difficoltà mi
abbiano indotto a sostituire a una storia dei sistemi di
morale, che sarebbe ovviamente fatta a partire dai divieti,
una storia delle problematízzazioni etiche fatta a partire
dalle pratiche di sé.
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2. Le forme di problematizzazione
Supponiamo per un momento che si accettino delle categorie
tanto generiche quanto quelle di "paganesimo",
"cristianesimo", "morale" e "morale sessuale"; e supponiamo
che si chieda su quali punti la "morale sessuale del
cristianesimo" si sia opposta più nettamente alla "morale
sessuale dell'antico paganesimo": proibizione dell'incesto,
predominio maschile, assoggettamento della donna? Non sono
certo queste le risposte che verrebbero date: l'entità e la
persistenza di questi fenomeni nei loro vari aspetti è cosa
nota. Più verosimilmente, si proporrebbero altri punti di
differenziazione. Il valore dell'atto sessuale stesso: il
cristianesimo l'avrebbe associato al male, al peccato, alla
caduta, alla morte, mentre l'antichità gli avrebbe
attribuito significati positivi. La determinazione del
legittimo partner: il cristianesimo, a differenza di quanto
avveniva nelle società greche o romane, avrebbe ammesso
l'atto sessuale solo all'interno del matrimonio monogamico
e, anche qui, gli avrebbe imposto il principio di una
finalità esclusivamente procreatrice. La squalificazione dei
rapporti fra individui dello stesso sesso: il cristianesimo
li avrebbe rigorosamente banditi mentre i Greci li avrebbero
esaltati - e Roma, accettati - per lo meno fra uomini. A
questi tre principali punti di contrapposizione, si potrebbe
aggiungere l'alto valore morale e spirituale che il
cristianesimo, a differenza della morale pagana, avrebbe
attribuito all'astinenza rigorosa, alla castità permanente e
alla verginità. Insomma, nei confronti di tutti questi punti
da tanto tempo considerati così importanti - natura
dell'atto sessuale, fedeltà monogamica, rapporti
omosessuali, castità -, pare che gli Antichi si siano
mostrati piuttosto indifferenti, e che niente di tutto
questo ebbe eccessivamente richiamato la loro attenzione né
costituito ai loro occhi dei problemi molto acuti.
Ma non è esattamente così, e si potrebbe dimostrarlo
facilmente. Si potrebbe ad esempio dimostrarlo facendo
valere le derivazioni dirette e le strettissime continuità
che si possono cogliere fra le prime dottrine cristiane e la
filosofia morale dell'Antichità: il primo grande testo
cristiano sulla pratica sessuale nella vita matrimoniale -
il capitolo X del secondo libro del Pedagogo di Clemente
Alessandrino - si basa su un certo numero di riferimenti
relativi alla Sacra Scrittura, ma anche su un insieme di
princìpi e di precetti direttamente attinti dalla filosofia
pagana. Vi si coglie già una certa associazione fra
l'attività sessuale e il male, la regola di una monogamia
procreatrice, la condanna dei rapporti omosessuali,
l'esaltazione della continenza. Non è tutto: su scala
storica ben più lunga, si potrebbe notare la permanenza di
temi, di inquietudini e di esigenze che hanno indubbiamente
contrassegnato l'etica cristiana e la morale delle società
europee moderne, ma che erano già chiaramente presenti nel
cuore stesso del pensiero greco o greco-romano. Eccone
diverse testimonianze: l'espressione di una paura, un
modello di comportamento, l'immagine di un atteggiamento
squalificato, un esempio di astinenza.