PENSIERO FILOSOFICO - LIBRI CONSIGLIATI

    

Noam Chomsky - I nuovi mandarini


Sotto questo titolo l'editore Einaudi ha raccolto una serie di saggi di Noam Chomsky sugli intellettuali e il potere negli Stati Uniti.

Chomsky è uno dei più significativi esponenti degli intellettuali statunitensi del secolo scorso. Specializzato in linguistica ha insegnato dal 1955 (è nato nel 1928) al famosissimo Massachussetts Institute of Technology. Politicamente è molto impegnato ed è stato particolarmente attivo nelle file della "nuova sinistra" americana nella lotta per i diritti civili e contro l'aggressione nel Vietnam. I suoi saggi, come ha scritto egli stesso nell'introduzione alla raccolta, "fortemente critici del ruolo che gli intellettuali americani hanno svolto nell'impostare ed attuare (e scelte politiche, nell'interpretare gli avvenimenti storici e nel formulare un'ideologia del mutamento sociale che in parte lo falsifica, in parte lo limita e lo stravolge".
"I nuovi mandarini - scrive Chomsky - sono gli intellettuali americani nel senso migliore della parola: persone colte e ragionevoli, il tipo di persone che costituiscono la sciagura della nostra epoca ".
Si tratta, infatti, di persone che pretendono di possedere la tecnica e le capacità necessarie a dirigere la nostra società "post industriale" e ad organizzare una società internazionale dominata dalla superpotenza americana..., di persone che costituiscono "una tecnocrazia liberale che è al servizio dell'ordine sociale esistente nella convinzione di rappresentare la giustizia e l'umanità, combattendo guerre limitate all'interno e all'estero per conservare la stabilità, promettendo che il futuro sarà migliore purché i diseredati sappiano aspettare pazientemente".
I saggi appassionati del Chomsky ripropongono quindi, ancora una volta, il problema della funzione degli intellettuali nella società e di quello che molti anni fa venne felicemente definito "il tradimento dei chierici".


IL TRADIMENTO DEI CHIERICI

Fino a che punto, si chiede il Chomsky, gli intellettuali sono responsabili dei gravi mali che affliggono la società? La risposta è fortemente critica.
"Gli intellettuali sono in condizione di svelare le menzogne dei governi, di analizzare le azioni secondo le cause e i moventi, e sovente le intenzioni recondite. Nel mondo occidentale almeno hanno il potere che deriva loro dalla libertà politica, dal libero accesso alle fonti d'informazione, e dalla libertà di espressione. A una minoranza privilegiata, la democrazia occidentale fornisce l'agio, le possibilità e l'istruzione per ricercare la verità che giace nascosta sotto il velo delle distorsioni, delle false rappresentazioni, dell'ideologia e dello interesse di classe attraverso il quale gli avvenimenti della storia contemporanea ci vengono presentati. Le responsabilità degli intellettuali sono quindi molto più gravi delle "responsabilità dei popoli", dati i privilegi eccezionali di cui godono gli intellettuali".
E' loro responsabilità "dire la verità e denunciare la menzogna". Ma in realtà le cose vanno ben diversamente.
La maggior parte degli intellettuali americani (e le lodevoli eccezioni non servono a consolare granché) appaiono profondamente asserviti al blocco di potere. Già il senatore Fulbright aveva denunciato come le università, che sono il maggior centro della vita culturale americana, non siano riuscite a costituire "un contrappeso efficace al complesso militare-industriale, dando maggior rilievo ai valori della nostra [degli Stati Uniti] democrazia". Le università, al contrario, si sono "integrate nel monolito, accrescendone sensibilmente il potere e l'influenza". In particolare il senatore Fulbright allude al fallimento degli studiosi di scienze sociali, "i quali dovrebbero comportarsi come critici responsabili e indipendenti della politica governativa", mentre, in realtà, se ne sono fatti strumenti attivi. Mentre i giovani contestatori invocano il risorgere della promessa americana, i loro padri continuano a sabotarla. Con "la rinuncia all'indipendenza, il disinteresse totale per l'insegnamento e la distorsione della cultura", l'università (e più in generale tutto il mondo culturale statunitense) "non solo viene meno alle sue responsabilità verso gli studenti, ma tradisce anche un mandato pubblico... Non conosco nessun altro paese in cui l'indipendenza di pensiero e la reale libertà di discussione siano così limitate come in America".
Di fronte al conformismo degli intellettuali americani e al loro asservimento al potere (dovuto, come ha sottolineato lo stesso Fulbright, alla facilità con la quale gli intellettuali, sposando la causa governativa, acquistano denaro e influenza), torna alla memoria il comportamento di tanti intellettuali di fronte al fascismo e al nazismo. Molto opportunamente il Chomsky ricorda che il filosofo Martin Heidegger scrisse, in una dichiarazione del 1933 in favore di Hitler, che "la verità è la rivelazione di ciò che rende un popolo sicuro, deciso e forte nelle sue azioni e nelle sue cognizioni".
Non diversamente dal filosofo tedesco, la maggior parte degli intellettuali statunitensi, condizionati da venti anni d'indottrinamento intensivo a base di guerra fredda e da sessant'anni di miti sul ruolo internazionale e sulla 'missione' nel mondo degli Stati Uniti, si sono fatti apologeti e banditori delle mire imperialistiche del governo e della borghesia del loro paese. Esemplare a questo proposito l'atteggiamento tenuto davanti alla guerra nel Vietnam.


GLI INTELLETTUALI E IL VIETNAM

L'aggressione imperialista nel sud-est asiatico è stata originariamente intrapresa col sostegno di eminenti uomini politici, intellettuali ed esperti accademici molti dei quali hanno poi finito con lo schierarsi contro la guerra non perché si tratta di una guerra coloniale di tipo classico, di "un atto di depravazione compiuto da uomini deboli e abbietti i quali hanno permesso che essa procedesse senza tregua con tutta la sua furia devastatrice", ma unicamente perchè hanno cessato di credere che la repressione americana potesse aver successo nel Vietnam. ""Se la resistenza nel Vietnam dovesse crollare - ha notato il Chomsky -, se la situazione dovesse diventare come quella della Thailandia o del Guatemala o della Grecia, dove le forze dell'ordine, con la nostra approvazione ed assistenza, stanno esercitando un soddisfacente controllo, allora questa opposizione alla guerra del Vietnam cesserebbe anche..., per citare le parole di un suo esponente, potremmo allora "salutare tutti la saggezza e la capacità politica del governo americano". Se saremo costretti a liquidare questa impresa gli ideologi liberali continueranno a incitarci ad organizzare e controllare un dominio il più vasto possibile in quello che essi ritengono essere "il nostro interesse nazionale" e nell'interesse di quegli elementi di altre società che noi indichiamo come adatti a governare". In altre parole molte critiche intellettuali sono dovute solo al fatto che il governo degli Stati Uniti si è imbarcato in una impresa disperata e si è dimostrato incapace di assicurare "l'ordine e la stabilità"".
Tipici rappresentanti di questo "tradimento dei chierici" sono Arthur Schlesinger e Walt Rostow, due intellettuali che come consiglieri e funzionari governativi portano pesanti responsabilità in tutta una serie di gravi decisioni del governo degli Stati Uniti. Schlesinger fu come consigliere di Kennedy uno dei responsabili del tentativo di invasione di Cuba miseramente fallito nelle paludi della baia dei Porci. Richiesto di spiegare nel novembre del 1965 la contraddizione tra il resoconto che aveva pubblicato sull'incidente della baia dei Porci e la storia che aveva raccontato alla stampa all'epoca dell'attacco "egli dichiarò semplicemente che aveva mentito". Non ha alcun interesse particolare, sottolinea il Chomsky, "il fatto che un uomo sia ben contento di mentire in difesa di una causa che egli sa essere ingiusta..., ma è significativo invece che tali eventi suscitino così scarse reazioni nel consenso degli intellettuali, neppure la sensazione, ad esempio, che sia un po' strano offrire una importante cattedra di discipline umanistiche a uno storico il quale ritiene suo dovere persuadere il mondo che un'invasione di un paese vicino patrocinata dagli americani sia tutt'altra cosa".
Dal canto suo Rostow, che, secondo lo stesso Schlesinger, improntò a "un'ampia veduta storica" l'indirizzo di politica estera dell'amministrazione Kennedy, è giunto a scrivere, a proposito degli orientamenti sovietici in Europa, che L'Unione Sovietica non era "preparata ad accettare una soluzione che avrebbe allontanato le pericolose tensioni dall'Europa centrale con il rischio di una corrosione, se pur lenta, del comunismo nella Germania orientale"....
Per poter sostenere questa sua tesi falsa e infondata lo 'storico' Rostow è stato però costretto a trascurare la note sovietiche del marzo-aprile 1952, che proponevano la unificazione delle due Germanie, mediante elezioni sotto controllo internazionale con il ritiro di tutte le truppe entro un anno, se vi fosse stata una garanzia che non si sarebbe permesso a una Germania riunificata di partecipare a un'alleanza militare occidentale. Ma Rostow non si è limitato a questa significativa omissione. Con grande disinvoltura egli ha anche dimenticato quanto egli stesso aveva scritto sulla strategia seguita dalle amministrazioni Truman ed Eisenhower, e cioé che gli Stati Uniti avevano fatto di tutto per "evitare ogni serio negoziato con l'Unione Sovietica fino a quando l'Occidente fosse in grado di mettere Mosca di fronte al fatto compiuto della Germania riarmata nel quadro di un'organizzazione europea".
Certo non tutti gli intellettuali degli Stati Uniti sono fatti della stessa pasta. Uomini come Benjamin Spock meritano per il loro coraggio e il loro impegno morale e civile tutta l'ammirazione. Resta però il fatto che la maggior parte degli uomini di cultura statunitensi hanno smesso da un pezzo la loro funzione critica ed anzi hanno offerto le loro capacità intellettuali per giustificare la politica imperialistica dei circoli dirigenti del loro paese.
E' il loro un tradimento che ha poi dato i suoi frutti. Come ha notato il Chomsky è "la prima volta nella storia che una nazione ha esibito i suoi crimini di guerra in modo così aperto e con tanta pubblicità. Forse questo fatto mostra come funzionano bene le nostre libere istituzioni. O forse mostra semplicemente quanto siamo diventati insensibili al dolore. Probabilmente è vera questa seconda ipotesi". Gli intellettuali, con il loro tradimento, portano buona parte della responsabilità di questa assuefazione al crimine.
Non è responsabilità da poco.

Indice - Sommario

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Prafazione di Howard Zinn

Introduzione

Obiettività e cultura liberale

II pacifismo rivoluzionario di A.J. Muste: lo sfondo della guerra del Pacifico

La logica della ritirata

L'amara eredità

Riflessioni sugli intellettuali e la scuola

La responsabilità degli intellettuali

Sulla resistenza

Ancora sulla resistenza

Epilogo

La situazione politica attuale negli Stati Uniti

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Se si accetta la disputa a colpi di argomenti e controargomenti, di possibilità tecniche e di tattiche, di note a piè di pagina e di citazioni, se si ammette la legittimità del dibattito su certi problemi, si è già perso la propria umanità. Questa è la sensazione che mi riesce quasi impossibile reprimere svolgendo tutti gli atti formali che servono a istruire un processo contro la guerra americana nel Vietnam. (introduzione, p. 17)

Questi, e un migliaio di altri esempi, sono la prova di una degenerazione morale così dilagante che parlare dei «canali normali» dell'azione e della protesta politica diventa senza senso o ipocrita. Dobbiamo domandarci se ciò che necessita negli Stati Uniti è il dissenso oppure la denazificazione. (introduzione, p. 25)

Non meno insidioso è invocare la «rivoluzione» in un'epoca in cui non esistono neppure i germi di nuove istituzioni, per non parlare della consapevolezza morale e politica che potrebbe portare ad una modificazione sostanziale della vita sociale. Se ci sarà una «rivoluzione» nell'America di oggi, si tratterà indubbiamente di una spinta verso una qualche varietà di fascismo. (introduzione, p. 26)

La generosità non è mai stato un bene scarso tra le potenze che vogliono estendere la loro egemonia. (Obiettività e cultura liberale, p. 44)

Come uomini razionali, che credono nell'etica scientifica, dovremmo preoccuparci solo di manipolare il comportamento in una direzione desiderabile, e di non farci ingannare da mistiche idee di libertà, esigenze individuali o volontà popolare. (Obiettività e cultura liberale, p. 72)

Se è vero che l'ideologia serve in genere da copertura agli interessi personali, è naturale presumere che gli intellettuali, interpretando la storia o formulando teorie politiche, tenderanno ad adottare posizioni d'élite, condannando i movimenti popolari e la partecipazione delle masse al potere decisionale, ed accentuando, al contrario, la necessità di una supervisione da parte di coloro che posseggono le cognizioni e la capacità necessarie (a parer loro) per dirigere la società e controllare il mutamento sociale. (Obiettività e cultura liberale, p. 86)

Una società che è capace di produrre concetti come «antiamericano» e «peacenik» — di trasformare cioè «pace» in una parolaccia — si è spinta molto avanti sulla strada dell'immunizzazione degli individui da qualsiasi richiamo umano. La società americana ha raggiunto uno stadio di immersione pressoché totale nell'ideologia. L'impegno è sparito dalla coscienza: in quali valori può credere una persona sensata? Gli americani sono semplicemente «pragmatici» e sono convinti di dover condurre gli altri a questa felice condizione. (Il pacifismo rivoluzionario di A. J. Muste, p. 170)

Con tutte le loro chiacchiere sulla benevolenza e la generosità, è dubbio che i portavoce giapponesi abbiano mai superato il livello di scempiaggine che caratterizza gran parte della cultura americana, sempre ridondante di retorica da discorso del 4 luglio. (Il pacifismo rivoluzionario di A. J. Muste, p. 201)

Questo scambio finale di vedute indica chiaramente quale fosse stato, per decenni, il problema centrale. Il Giappone aveva insistito sul fatto che nei suoi piani di una «coprosperità», e quindi di un «nuovo ordine», esso seguiva semplicemente il precedente ordine stabilito da Gran Bretagna e Stati Uniti; stava propugnando una propria dottrina Monroe e prendendo coscienza del proprio «destino manifesto». (Il pacifismo rivoluzionario di A. J. Muste, p. 211)

Può esser messo in discussione se la posizione di Muste fosse veramente la piú realistica e la piú morale in quel periodo, ma non c'è alcun dubbio, io credo, che il fatto che fosse cosí lontana dalla coscienza americana fu una grande tragedia. La mancanza di una critica radicale del tipo di quella che Muste, e alcuni altri, cercarono di sviluppare fu uno dei fattori che contribuirono alle atrocità di Hiroshima e Nagasaki, come la debolezza e l'inefficacia di una simile critica radicale oggi condurrà senza dubbio a nuovi e inimmaginabili orrori. (Il pacifismo rivoluzionario di A. J. Muste, p. 214)

È penoso considerare il problema di quanti sono morti, nel corso della storia, perché altri non fossero morti invano. (Il pacifismo rivoluzionario di A. J. Muste, p. 219)

Quando il presidente Johnson afferma che ci stiamo difendendo contro una forza superiore, che noi dobbiamo rimanere nel Vietnam altrimenti essi «invaderanno gli Stati Uniti e prenderanno quello che abbiamo», disgraziatamente egli rappresenta un settore cospicuo, forse prevalente, dell'opinione americana. Per noi oggi può sembrare difficile capire come trent'anni fa si potesse credere sul serio che una cospirazione giudaico-bolscevica minacciasse la sopravvivenza della Germania, depositaria dei valori spirituali della civiltà occidentale. Per altri oggi può essere altrettanto difficile prendere sul serio l'immagine della nazione piú forte e piú ricca della terra in preda al terrore dietro ai suoi missili e testate nucleari, per paura che «quello che abbiamo» ci venga portato via se permettiamo a un piccolo paese, dall'altra parte del globo, di seguire il proprio corso liberandosi dal dominio americano. Ciononostante, questa descrizione non è caricaturale. Gli aderenti al cosiddetto «movimento della pace» hanno la tendenza a considerare Lyndon Johnson un usurpatore illegittimo che non rappresenta il grosso dell'opinione americana. Probabilmente s'ingannano. Affermazioni come quella sopra citata possono benissimo riflettere atteggiamenti predominanti tra gli americani, e chi voglia pensare in maniera realistica al ruolo imperialistico dell'America farà bene a tenerlo a mente. (La logica della ritirata, p. 255)

È un grave atto d'accusa alla condizione della democrazia americana che solo una grossa sconfitta militare sia riuscita ad apportare questi cambiamenti nel clima politico. Se il passato serve da guida, solo continui rovesci militari in Vietnam e la minaccia di importanti spostamenti all'interno riusciranno a far compiere al governo passi concreti che potranno portare alla pace. [...] Al cosiddetto «movimento per la pace» i recenti avvenimenti lanciano una grande sfida. [...] La sfida che ora gli sta di fronte è di far capire che non abbiamo alcun diritto di porre condizioni di qualsiasi genere a un accordo politico nel Vietnam; che le truppe americane devono essere ritirate dal Vietnam, e da tutti gli altri Vietnam che stanno per scoppiare nel mondo; che la potenza, le risorse e le capacità tecniche dell'America devono essere usate per costruire e non per reprimere o «arginare» o distruggere. (La logica della ritirata, p. 279)
 
La purezza dei moventi americani è un argomento fuori discussione, o estraneo alla discussione? Le decisioni devono essere lasciate agli «esperti» con contatti a Washington, vale a dire: pur presupponendo che questi detengano le conoscenze e i principi necessari per prendere le decisioni «migliori», se ne serviranno sempre? E ancora una domanda che ha logicamente la precedenza: si può applicare «la conoscenza degli esperti», cioè: esiste un corpus di teorie e di informazioni pertinenti, non di pubblico dominio, che possa essere applicato all'analisi della politica estera o che dimostri la correttezza delle azioni intraprese in un modo che gli psicologi, i matematici, i chimici e i filosofi non sono in grado di capire? (La responsabilità degli intellettuali, p. 337)

Chiunque può essere un individuo onesto, preoccupato dei diritti e dei problemi umani; ma solo un professore universitario, un esperto specializzato, può risolvere i problemi tecnici con metodi «raffinati». Quindi, solo i problemi di questo tipo sono importanti o reali. Gli esperti responsabili, non ideologici, daranno il loro parere sulle questioni tattiche; mentre gli «ideologi» irresponsabili si metteranno ad «arringare» il pubblico sui principi e si affanneranno sulle questioni morali e i diritti umani, o sui problemi tradizionali dell'individuo e della società, a proposito dei quali «la scienza sociale e behavioristica» non ha niente da dire, tranne delle sciocchezze. Ovviamente questi tipi emotivi, ideologici, sono irrazionali perché, essendo in buone condizioni e con il potere a portata di mano, non dovrebbero preoccuparsi di quelle cose. (La responsabilità degli intellettuali, p. 342)

È un assioma che nessun esercito perde mai una guerra; i soldati coraggiosi e i generali onniscienti sono pugnalati alla schiena da civili traditori. (Sulla resistenza, p. 387)

La persuasione può comportare fatti oltre che parole; può comportare la creazione di istituti e forme sociali, anche se solo in un microcosmo, che superino la concorrenza e il perseguimento unilaterale dell'interesse personale che si sta dimostrando un meccanismo di controllo sociale tanto efficace quanto quello di uno stato totalitario. Ma il fine deve essere quello di progettare e costruire alternative all'ideologia e alle istituzioni sociali odierne che siano piú convincenti sul piano intellettuale e morale, e riescano ad attrarre masse di americani, i quali trovino che tali alternative soddisfano le loro necessità umane, compresa la necessità umana di mostrare compassione, d'incoraggiare e aiutare quanti cercano di elevarsi dalla miseria e dalla degradazione che la nostra società ha contribuito a imporre e ora cerca di perpetuare. (Ancora sulla resistenza, p. 401)


 

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Noam Chomsky: L'universalità della natura umana


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