(Visto da "destra")
Nessuno,
almeno in Italia, ha ancora affermato apertamente che vi sia
un "partito stupido", come John Stuart Mill ebbe a definire
i conservatori, ma l’insistente denuncia della mancanza di
una cultura in grado di opporsi a quella progressista è un
luogo comune che percorre anche la destra italiana. Nel
mondo anglosassone a quella dichiarazione di sfida seguì una
reazione che mise in evidenza il contrario, cioè che il
pensiero "moderno" — assolutamente non coincidente con il
pensiero "contemporaneo" — vive parassitariamente dello
scontro dialettico con la cultura del kosmos, sapendo
opporre a essa solo l’anelito verso il chaos.
Fra coloro che hanno raccolto la sfida nel secolo XX, lo
storico delle idee statunitense Russell Kirk mostra
l’organicità del pensiero conservatore nella Grande
Tradizione classica e cristiana. Le sue opere costituiscono
così pietre miliari del pensiero di destra americano e, nel
desolato panorama ideologico europeo, la diffusione di esse
può favorire una ripresa del pensiero forte, con orrore
dell’establishment progressista. Ottima occasione perché
questo "scandalo" avvenga è fornita dalla traduzione e dalla
pubblicazione in Italia di una degli studi più importanti
dello studioso statunitense: Le radici dell’ordine
americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo.
Tradotto e curato da Marco Respinti — che ne ha redatto
anche l’Introduzione (pp. V-XXI), completata da un elenco
delle Opere di Russell Kirk (pp. XXII-XXIII) —, essa si
articola in una Premessa dell’autore (pp. 5-8) — in cui egli
richiama le ragioni prossime e remote della composizione e
della pubblicazione della prima edizione statunitense, nel
1974 — e in dodici capitoli, conclusi da un Epilogo (pp.
499-506) scritto da Frank Joseph Shakespeare Jr. — nato nel
1925, attivo nei campi dell’informazione e della politica,
ambasciatore statunitense presso lo Stato del Vaticano dal
1987 al 1989 (cfr. le note biografiche a p. 500) — e da un
corposa Appendice. Questa si articolata a sua volta in
Letture consigliate (pp. 509-536) — suddivise in relazione
ai capitoli — e in una Cronologia (pp. 537-550), che "[...]
comprende i principali fatti menzionati nel libro e altre
date di primaria importanza storica. Può servire a
correlare, dal punto di vista del tempo "lineare", eventi
accaduti durante gli stessi secoli, per esempio, nel
Levante, in Grecia e a Roma" (p. 537). Chiude il volume
L’indice dei nomi (pp. 551-560).
Nato nel 1918 a Plymouth, un sobborgo di Detroit, nel
Michigan, Russell Kirk insegna per breve tempo Storia della
Civiltà presso il Michigan State College — oggi Michigan
State University —, quindi si ritira nella casa avita nel
villaggio di Mecosta, per svolgere in completa indipendenza
la professione di scrittore e di studioso, dando alle stampe
trenta volumi nonché numerosissimi saggi e articoli. La sua
fama e la sua influenza — nei campi della storia delle idee,
della filosofia politica, del costituzionalismo,
dell’educazione, della critica letteraria e della narrativa
— ne fanno per decenni una delle figure più importanti del
panorama culturale statunitense e, dopo la scomparsa
avvenuta il 29 aprile 1994 — nato in una famiglia di origini
puritane, si è convertito al cattolicesimo nel 1964 (cfr. il
ricordo dello studioso e il suo Le radici antiche della
nazione statunitense, in Cristianità, anno XXII, n. 229,
maggio 1994, pp. 13-14) —, un punto di riferimento
intellettuale imprescindibile per le nuove generazioni.
Lo studioso giunge quattro volte anche in Italia per
incontri privati e per cicli di conferenze. Alleanza
Cattolica organizza due di queste tournée, nel 1989 e nel
1991 (cfr. l’intervista a cura di Marco Invernizzi, Le due
anime dell’America, in Cristianità, anno XVII, n. 170,
giugno 1989, pp. 9-11; e quella a cura di Marco Respinti,
Dove vanno gli Stati Uniti? La politica estera nordamericana
e il "Nuovo Ordine Mondiale", ibid., anno XIX, n. 195-196,
luglio-agosto 1991, pp. 12-16); e Giovanni Cantoni,
fondatore e reggente nazionale dell’associazione, grazie
alla mediazione di Mario Marcolla — studioso del pensiero
conservatore nordamericano, saggista, consulente editoriale
con all’attivo lanci di autori quali Eric Voegelin e
Augustin Cochin, e membro del comitato scientifico del
Centro Studi Fondazione Augusto del Noce di Savigliano, in
provincia di Cuneo — aveva incontrato Russell Kirk nel 1962
e ne aveva organizzato a Piacenza una conferenza sulla
situazione americana. Il testo degli interventi svolti dallo
studioso nordamericano nel 1989 a Torino, a Milano e a Lecce
sulle differenze fra Rivoluzione francese e Guerra
d’Indipendenza nordamericana — era, infatti, l’anno del
fallito Bicentennaire — è stato pubblicato, con appendici, a
cura e con una prefazione di Marco Respinti, introduzione di
Mario Marcolla, nell’opuscolo Stati Uniti e Francia: due
rivoluzioni a confronto (Edizioni Centro Grafico Stampa,
Bergamo 1995).
Nell’Introduzione a Le radici dell’ordine americano. La
tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo, Marco
Respinti — studioso del pensiero conservatore
angloamericano, corrispondente di The Russell Kirk Center
for Cultural Renewal di Mecosta, nel Michigan, collaboratore
di diverse testate italiane ed estere, fra cui Cristianità,
organo di Alleanza Cattolica in cui milita dal 1987 —
ripercorre la vita e la produzione dello studioso
nordamericano, descrive la forma mentis del conservatorismo,
si sofferma sul concetto conservatore nordamericano di
"tradizionalismo" e sulla figura del pensatore
angloirlandese Edmund Burke, e svolge infine considerazioni
utili per contestualizzare il volume kirkiano nella
composita situazione culturale e religiosa statunitense, con
particolare riferimento alla "questione protestante".
Nel primo capitolo — L’ordine, il primo dei bisogni (pp.
9-17) — Russell Kirk richiama la naturale inclinazione umana
verso l’ordine, e le strette connessioni fra l’ordine di
natura metafisico-morale e l’ordine politico-civile in vista
della realizzazione dell’uomo e di una civiltà ad autentica
misura di questi e secondo il piano di Dio.
Oggetto principale dello studio è la considerazione del
patrimonio di cultura avuto in eredità dal Vecchio Mondo
inteso come radice di una civiltà nuova, appunto quella
americana, che viene indagata a partire da essa.
Per scoprire l’America reale, invece di immaginare che sia
quel sogno rappresentato dai mass-media con tratti
caricaturali e con distorsioni che finiscono per oscurare la
realtà, sarebbe utile anzitutto convincersi che l’Europa non
è obbligatoriamente un mercato terminale di mode importate e
accorgersi, in secondo luogo, che l’identità europea è così
"forte" da dar vita a un ordine tanto stabile da continuare
anche dopo che l’ordine europeo — la Cristianità
romano-germanica — è crollato sotto i colpi della
Rivoluzione. E che l’identità europea è passata negli Stati
Uniti d’America non perché fosse una "bella invenzione", ma
perché coincideva con il diritto naturale, quindi anche con
tutti i contenuti della Rivelazione data da Dio a Mosè sul
Sinai: infatti "[...] l’ordine morale americano non sarebbe
affatto nato se non fosse stato per il retaggio lasciato da
Israele" (p. 25), scrive Russell Kirk iniziando la lunga
analisi delle fonti che hanno contribuito a costruire le
basi della futura nazione americana, ben prima che il
viaggio di Cristoforo Colombo fosse non solo previsto, ma
prevedibile. Di questo tratta il secondo capitolo, La Legge
e i profeti (pp. 18-59).
Invece che di civiltà, dunque, lo storico delle idee parla
di "ordine", perché si tratta del riflesso sociale
dell’ordine morale dell’individuo. Quanto gli uomini
costruiscono, quindi anche le Costituzioni, le leggi,
l’ordinamento politico, sociale, economico, porta il marchio
della loro struttura interiore e della gerarchia dei valori
che essi riconoscono. Non sono novità, tiene a sottolineare
Russell Kirk: mentre la Legge di Dio veniva rivelata
attraverso i dieci comandamenti al popolo d’Israele, nell’Ellade
— oggetto del terzo capitolo, Gloria e rovina del mondo
greco (pp. 60-108) —, per intuizione di Solone la
Costituzione ateniese veniva improntata all’equilibrio fra
l’ordine interiore e quello esteriore, che ne doveva essere
la proiezione. Tutt’altro che cow-boy spuntati dal nulla,
gli statunitensi attingono a piene mani a Platone e ad
Aristotele per costruire un modello di Stato "medio" e
necessariamente pluralista, fondato sull’equilibrio dei
poteri, benché senza una religione ufficiale come nelle
polis greche, ma con la saldezza derivante dalla religiosità
cristiana dei singoli e delle famiglie. Nel quarto capitolo
— Il conflitto romano fra virtù e potere (pp. 109-150) — è
la volta di Roma antica, emergente non solo dagli scritti
dello storico britannico Edward Gibbon, ma richiamata come
oggetto persino degli studi dei dirigenti della Convenzione
costituzionale degli Stati Uniti d’America, che adottano il
sistema istituzionale dei pesi e dei contrappesi proprio
della divisione fra autorità consolare, senato e comitia.
Fra gli autori più letti, Virgilio, Cicerone e gli stoici.
In particolare Marco Aurelio lo era "[...] sin
dall’insediamento delle prime colonie inglesi e l’imperatore
fu caro al capitano John Smith, comandante delle milizie
cittadine dei primi virginiani, più di qualsiasi altro
autore" (p. 132).
Fra l’altro, certe osservazioni potrebbero tornare utili —
ricordando che la storia è maestra di vita — a molti
ingegneri costituzionalisti contemporanei: per esempio, la
notazione secondo cui "in America le conseguenze
dell’accentramento romano contribuirono a scoraggiare i
progetti favorevoli al governo centralizzato come
alternativa a quello federale, esattamente come la mancanza
di unità greca alimentò le argomentazioni contrarie a una
semplice confederazione dai tenui legami" (p. 147). Il
diritto romano approda in America nella formulazione
ciceroniana, attraverso il common law e con un particolare
accento posto sulla legge di natura, definito da Russell
Kirk "[...] l’immaginazione morale che ci mette in grado,
attraverso la ragione, di esercitare il diritto
consuetudinario e quello statutario con umanità" (p. 124).
Nonostante la storia non sia da considerarsi fra le
discipline più frequentate da certi ambienti scolastici
pubblici nordamericani contemporanei, è un fatto
statunitensi hanno tratto vantaggio da tutti i passaggi
critici compiuti dall’umanità, di ogni leap in being — il
"balzo nell’essere" nel campo religioso, filosofico, storico
o politico di cui ha parlato il filosofo e scienziato della
politica Eric Voegelin —, e particolarmente di quello che
avviene con il cristianesimo: il quinto capitolo è, infatti,
dedicato a Il genio del cristianesimo (pp. 151-191). Al
contributo di sant’Agostino d’Ippona, che oppone la città di
Dio a quella terrena, nella quale gli uomini comunque non
possono fare a meno dello Stato, si aggiungono quelli degli
altri Padri e Dottori della Chiesa, uomini che, proprio
grazie alla connessione che colgono fra la salvezza
personale e l’ordine pubblico, hanno una tale influenza
sulla società da frenarne il ritorno alla barbarie e da
favorire la crescita di una civiltà cristiana nel Medioevo.
Il lascito agli Stati Uniti d’America della Cristianità
romano-germanica viene descritto nel sesto capitolo — La
luce del Medioevo (pp. 192-235) —, che ripete
significativamente il titolo di una della prime opere
"revisioniste" pubblicata dalla storica francese Régine
Pernoud (cfr. Luce del Medioevo, trad. it. con una
prefazione di Marco Tangheroni, Volpe, Roma 1978; ed. orig.
1945), per altro ignota allo storico delle idee
statunitense. "Per gli uomini che fondarono la Repubblica
americana l’eredità medievale era così scontata che non si
preoccuparono neppure d’elogiarla in modo adeguato" (p.
193), scrive Russell Kirk, che vede nel diritto inglese — il
common law — uno degli elementi di maggiore continuità fra
il mondo medioevale, soprattutto britannico, e l’impianto
giuridico caratteristico degli Stati Uniti d’America, nonché
veicolo principe della formulazione classica e premoderna
del diritto naturale. L’influenza di san Tommaso d’Aquino
risulta invece di portata forse più limitata: lo stesso
Russell Kirk non ne riconosce il contributo diretto nella
formazione delle istituzioni americane, benché essa talvolta
compaia in forma mediata attraverso autori anglicani e/o
protestanti. Nell’America Settentrionale il cristianesimo si
fa ispiratore dell’ordinamento civile e della giustizia
soprattutto attraverso dottrine protestanti — il settimo
capitolo è intitolato Il tamburo dei riformatori (pp.
236-273) —, che spesso peraltro si vogliono reazione
medioevaleggiante, benché oggettivamente menomata, al
trionfo del pensiero umanistico-rinascimentale nella cultura
ecclesiale. Da parte sua l’autore non crede di individuare
potenziali differenze fra un’ipotetica colonizzazione
cattolica e quella avvenuta storicamente, anche perché la
portata delle dottrine di derivazione calvinistica
nell’America Settentrionale viene — secondo lo studioso —
temperato sia dall’incontro con un ambiente selvaggio —
spesso assai ostile — che ne riduce l’utopismo a favore di
un realismo de facto, sia dall’influenza dell’anglicanesimo
— massicciamente presente nelle Colonie —, confessione in
cui permangono forti elementi cattolici. Secondo Russell
Kirk, l’impatto con il Mondo Nuovo porta a un fattuale — e
magari inconscio — ricupero di virtù classico-medioevali,
che attutiscono molti toni rivoluzionari propri del
protestantesimo europeo originario.
La ricerca kirkiana prosegue, poi, nell’evo moderno
britannico, con l’ottavo capitolo — La costituzione della
Chiesa e dello Stato (pp. 274-316) —, che riecheggia il
titolo di un’importante opera dello scrittore inglese,
Samuel Taylor Coleridge (cfr. La Costituzione della Chiesa e
dello Stato secondo le rispettive idee, trad. it., a cura di
Claudio Palazzolo, Giappichelli, Torino 1996). In primo
piano si situano le ripercussioni della Rivoluzione Gloriosa
del 1688 in Gran Bretagna, così come i primi insediamenti
delle denominazioni protestanti nelle tredici Colonie
inglesi, avvenimenti che permettono ad alcuni elementi
rilevanti del pensiero cristiano sull’uomo e sulla società
di tradursi in leggi e di determinare gli sviluppi difformi
di teorie come quella del contratto sociale. Gli scritti di
John Bunyan, scrittore puritano inglese del Seicento, e del
suo contemporaneo anglicano sir Thomas Browne moderano le
tendenze emergenti in tutta Europa a formulare tesi di
contratto sociale basate sul puro individualismo
razionalistico. Più rispettosa del diritto naturale,
l’ipotesi contrattualistica presentata dall’anglicano
Richard Hooker — spesso detto "il san Tommaso della Chiesa
d’Inghilterra" — si oppone decisamente a quella elaborata da
Thomas Hobbes. Soltanto con il loro continuo riferimento
alle istituzioni della madrepatria, le Colonie britanniche
in America riusciranno a temperare anche le dottrine dei
gruppi religiosi più radicalmente evangelici o, sul versante
opposto, di John Locke e, più tardi, dei deisti del
Settecento. Russell Kirk insiste sulla funzione della
tradizione cristiana, affermando l’efficacia della "via
media" — da lui descritta come un continuum che da
Aristotele giunge al pensiero medioevale inglese — sia
nell’evitare fughe fondamentaliste sia nel rinnovare la
struttura sociale con uno spirito di autonomia, la quale
favorisce la nascita di forme giuridiche e rappresentative
ispirate al passato, ma adeguate alla nuova realtà. Il mondo
delle Colonie britanniche viene descritto nel nono capitolo
— Un salutare oblio: l’ordine coloniale (pp. 317-363) — come
il tentativo di dar vita a una società gerarchica anche in
assenza di una nobiltà nominata da un re, ma fornita di
tutte le caratteristiche di virtuosità e di autorevolezza
necessarie a un’élite destinata a governare: un elemento,
questo, magnificamente colto — sia detto di passaggio — da
Plinio Corrêa de Oliveira in una corposa appendice
all’edizione statunitense della sua opera sulla nobiltà
(cfr. The United States: An Aristocratic Nation Within a
Democratic State, in Idem, Nobility and Analogous
Traditional Elites in the Allocutions of Pius XII. A Theme
Illuminating American Social History, Hamilton Press, Lanham
[Maryland] 1993, pp. 133-330). Fra i padri nobili degli
Stati Uniti d’America Russell Kirk annovera — e li analizza
nel capitolo decimo, Intelletti settecenteschi (pp. 364-409)
— il francese Charles de Secondat, barone di Montesquieu,
accanto a David Hume e a sir William Blackstone, ma
soprattutto a Edmund Burke, cui lo studioso nordamericano ha
dedicato anche una parte importante della sua opera
fondamentale, The Conservative Mind: From Burke to Eliot (7a
ed. riv. e accresciuta, con il saggio The Making of "The
Conservative Mind" di Henry Regnery, Regnery Publishing,
Washington, DC 1993; ed. orig. 1953), e lo studio Edmund
Burke: A Genius Reconsidered (2a ed. riv., Sherwood Sugden &
Co., Peru [Illinois] 1988; ed. orig. 1967). Così il lungo
viaggio attraverso lo sviluppo delle istituzioni
statunitensi acquista anche il significato di un ripasso
delle tappe che, mentre dividevano l’Europa, ne esportavano
sia le virtù che i vizi. Proprio l’analisi delle idee e dei
fatti da esse prodotti — come la Dichiarazione
d’Indipendenza e la Costituzione degli Stati Uniti —,
consente a Russell Kirk di invalidare definitivamente
l’analogia fra la cosiddetta Rivoluzione americana e la
Rivoluzione detta francese del 1789: è oggetto della
brillante esposizione del capitolo undicesimo —
Dichiarazione e Costituzione (pp. 410-458) —, nel quale
vengono sviluppate le linee interpretative proposte nel
saggio Stati Uniti e Francia: due rivoluzioni a confronto
contenuto nell’omonimo opuscolo (cit., pp. 11-25). L’età
contemporanea viene affrontata nel dodicesimo e ultimo
capitolo — La battaglia contro il disordine (pp. 459-497) —,
nel quale primeggia la figura di Orestes Augustus Brownson
(1803-1876), l’ultimo dei filosofi politici a cui Russell
Kirk affida la descrizione delle radici dell’ordine
nordamericano e lo sviluppo dell’albero che da esse è nato,
affrontando l’epoca dei mutamenti — spesso dagli equilibri
delicati — dell’Ottocento. Orestes A. Brownson è un
intellettuale approdato al cattolicesimo dopo un lungo
peregrinare attraverso comunità protestanti e ideologie
secolariste, ed è uno dei primi pensatori statunitensi a
cogliere compiutamente la pericolosità del liberalismo e del
marxismo, denunciando — proprio per queste motivazioni — gli
abusi del potere del denaro che quelle ideologie favoriscono
e sfruttano. A trattenere gli Stati Uniti d’America dal
divenire preda del disordine — sembra affermare l’autore a
conclusione del suo grandioso affresco — dovranno venire
altri, che si pongono sulla stessa linea di Orestes A.
Brownson, la cui riscoperta nordamericana di questo secolo è
dovuta in non piccola misura proprio a Russell Kirk.
Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei
valori del Nuovo Mondo si rivela strumento privilegiato per
ricostruire — a grandi linee, ma non senza dettagli —
l’identità culturale della nazione statunitense, e per
contrastare la nouvelle ideologie nordamericana del
"multiculturalismo" dai tratti "politicamente corretti",
ennesimo escamotage per dissimulare un attacco diretto,
frontale e grave alle radici europee del mondo
nordamericano, cullando pericolosissime tentazioni di
de-ellenizzazione del pensiero e di spoliazione del retaggio
classico della cultura, della filosofia politica e del
diritto, in realtà puro mascheramento della precisa volontà
di eliminare ogni traccia di presenza cristiana — fisica e
culturale — dalla nazione. Perciò l’opera di Russell Kirk
viene salutata da Frank J. Shakespeare Jr. come arma
privilegiata per un’efficace agere contra culturale, giacché
"nonostante la spaventosa carneficina provocata
dall’ideologia marxista-leninista e dallo statalismo
sfrenato che essa scatenò, gli intellettuali di sinistra
delle nostre università hanno continuato la loro marcia
gramsciana attraverso le istituzioni culturali" (p. 502).
Secondo l’ex ambasciatore, Russell Kirk mette in luce che
gli Stati Uniti d’America devono quanto sono a una
plurimillenaria cultura fondata sulla Sacra Scrittura, sul
cristianesimo e sulla civiltà che ne è derivata, e
sentenzia: "per conservare la nostra condizione non abbiamo
bisogno di un’altra rivoluzione, ma di un rinvigorimento
della tradizione" (p. 505). Ovvero, "dobbiamo respingere
l’utopismo millenaristico, quella forza insidiosa che da
tempo immemorabile tenta l’uomo spingendolo a scambiare ciò
che è giusto e buono con un futuro incerto e sradicato.
Faremmo meglio insomma a prenderci un po’ di tempo (sempre
che ci riesca di trovarlo, fra elezioni e mezzi di
comunicazione che alimentano la frenesia generale) per
lasciarci ammaestrare dalla saggezza delle epoche storiche"
(pp. 505-506).
(Visto da "sinistra")
Dimmi come
parli… la destra "giudeo-cristiana" fa l'antimondialista
Introduzione
Due conferenze, o meglio la stessa conferenza con due titoli
diversi per pescare in ambienti diversi.
La seconda (in ordine di tempo) si è svolta nello "oratorio
di San Giorgino in Sopramuro, dell'Arciconfraternita della
Beata Vergine del Suffragio" a Piacenza, il 31 gennaio 1997.
Marco Respinti di Alleanza Cattolica ha presentato il libro
(in realtà scritto oltre vent'anni fa, ma è recente la
pubblicazione italiana a cura della Mondadori) Le radici
dell'ordine americano di Russell Kirk. La conferenza recava
l'innocuo titolo La tradizione europea nei valori del Nuovo
Mondo.
Ai lettori probabilmente interesserà poco ciò che succede
negli oratori delle arciconfraternite.
Ma appena sei giorni prima, Respinti, questa volta
affiancato dall'intramontabile Maurizio Blondet, aveva
tenuto a Torino la stessa conferenza. Solamente che questa
volta si svolgeva in una sala circoscrizionale e il titolo
era L'America antimondialista: temi e volti dell'ambiente
nazionalconservatore statunitense.
Un titolo che sembra copiato da un editoriale di Orion, con
quel "nazionalconservatore" che fa pensare ai movimenti
rivoluzionari della Germania degli anni '20.
Insomma, al pubblico dell'oratorio di San Giorgino si parla
con un linguaggio, a quello "antimondialista" con un altro.
Russell Kirk è un autore americano, morto nel 1994, che si è
dedicato a un compito: quello di presentare gli Stati Uniti
come la suprema sintesi di ogni cosa buona che c'era stata
prima.
Le affermazioni di Kirk sono presentate sotto la forma di
una specie di storia mondiale (dell'Occidente ovviamente).
Egli cita con approvazione Clinton Rossiter che dice "La
democrazia americana è stata e rimane un'avventura altamente
morale".
Il retaggio di Israele e anime fetenti
Da dove deriva questa meravigliosa moralità dell'essere
americano? Secondo Kirk, "L'ordine morale americano non
sarebbe affatto nato se non fosse stato per il retaggio di
Israele" (1).
I suoi eroici primi americani sembrano essere stati
idealistici lettori della Bibbia: "L'eterna Gerusalemme, la
città dello spirito, ha ancora oggi più a che vedere con
l'ordine americano di Boston che fu fondata dai puritani, o
di New York che fu fondata dagli olandesi, o di Washington
che sorse da un compromesso politico tra i jeffersoniani e i
hamiltoniani".
Non c'è dubbio che la Bibbia fosse un importante testo nella
fondazione degli Stati Uniti. Kirk omette di citarne due
brani particolarmente cari ai puritani: il Salmo 2:8 -
"Chiedetemi e vi darò i pagani come eredità, e le parti più
remote della terra perché le possiate possedere" - e Romani
13:2 - "Chiunque resista al potere resiste agli ordini di
Dio; e coloro che resistono riceveranno la dannazione
eterna". (2)
Insomma, morale o no, la Bibbia può anche fare comodo. E
infatti ogni sterminio di indiani veniva descritto
convenzionalmente dicendo che un certo numero di "anime
fetenti" erano state "mandate all'inferno".
Il grande cacciatore di streghe, Cotton Mather, la diceva in
questo modo: "Gli abitanti della Nuova Inghilterra sono un
Popolo di Dio stanziato in quelli che, una volta, erano i
territori del Diavolo; e può essere facilmente immaginato
che il Diavolo sia stato particolarmente arrabbiato, quando
capì che quel Popolo stava compiendo la Promessa fatta molto
tempo al nostro Gesù Benedetto, che Egli avrebbe avuto le
estreme parti della Terra per Possesso".
Come ci ricorda Norman Finkelstein (3), esiste uno stretto
parallelismo tra il mito americano e quello sionista, di una
terra "vuota" data da Dio ai suoi migliori amici. E infatti
milioni di americani stanno vivendo una specie di seconda
adolescenza per procura, ammirando quello che fa il loro
fratellino mediorientale ai palestinesi.
[omesso lungo brano su Blondet]
Cosa c'è in cima alla Piramide?
Ma torniamo a Russell Kirk.
Egli costruisce una piramide con alla base, oltre a Mosè,
Gesù, Solone, Platone, Cicerone, Seneca, Sant'Agostino, la
Magna Charta inglese, la riforma protestante (nel suo
ecumenismo, il cattolico Kirk riesce a far sembrare
simpatico anche Calvino). Non ha ovviamente torto - la
storia è fatta di tutto. In fondo, senza gli alchimisti del
Medioevo, non avremmo la Coca Cola. Ma ciò che Kirk evita
attentamente di considerare è il prodotto finale, quello che
si trova alla sommità della sua gigantesca piramide (forse
per questo sui biglietti da un dollaro non ci fanno vedere
cosa c'è in cima).
Su un punto ha anche ragione, ed è quello che interessa di
più i cattolici di destra nostrani. La rivoluzione americana
(sul cui carattere massonico, qualunque cosa significhi,
glissano tanto Kirk quanto i suoi promotori attuali) è stata
sostanzialmente diversa da quella francese.
A un certo punto, un'oligarchia di "American Gentlement" si
è distaccata dall'Europa senza rompere con tutta una serie
di consuetudini. All'esaltazione di questi "gentlemen" Kirk
dedica diverse pagine, uomini "elevati sopra la massa della
società per nascita, costumi, realizzazioni, carattere e
condizione sociale".
Kirk preferisce guardare gli aspetti culturali di questi
"gentlemen" senza fare troppo domande a proposito di come
realizzavano i loro redditi o a chi erano appartenute le
terre che essi facevano lavorare a schiavi neri o bianchi
(gli "indentured servants"). Ricordiamo che una delle accuse
che i "gentlemen" lanciavano contro il re d'Inghilterra
nella Dichiarazione di Indipendenza era di aver "eccitato
insurrezioni domestiche tra di noi [di schiavi] e di aver
cercato di lanciare contro gli abitanti delle nostre
frontiere gli spietati Selvaggi Indiani".
Stati Uniti, Arabia Saudita e la Famiglia
È vero che gli Stati Uniti sono un paese sorprendentemente
arcaico. Per duecento anni, non hanno conosciuto cambiamenti
di sistema politico.
Le idee espresse da Benjamin Franklin, una sorta di insipido
moralismo imprenditoriale, sono più attuali che mai. E per
duecento anni gli Stati Uniti sono riusciti a fare quello
che ha fatto l'unico altro stato importante del mondo che
perdura immutato più o meno dalla stessa epoca, l'Arabia
Saudita: tenere il controllo delle faccende politiche in
famiglia.
Un sistema che si tiene in piedi per due secoli merita
attenta considerazione, e guardandolo riusciamo a capire la
tremenda efficacia del bipartitismo nello svuotare la
politica da ogni vitalità,
Soprattutto gli americani sono riusciti a conservare la
sensazione di trovarsi alla destra di Dio: riescono ancora
oggi a convincersi che ogni cosa che fanno è morale ancora
prima che utile.
E questo vale tanto a "sinistra" quanto a "destra" dello
schieramento politico statunitense: perché la grande
falsificazione dei promotori di Russell Kirk in Italia
consiste nel far finta che si tratti di due realtà ben
distinte.
Maurizio Blondet sulla sua rivista Il silenzio di Sparta
trasforma le ridicole dispute e le riappacificazioni tra il
padrone della Fininviest e l'ex-impiegato di Soros (Prodi)
in un epocale scontro tra il bene e il male; e allo stesso
modo Cristianità, organo del movimenti del Respinti, nel
presentare l'opera di Kirk, dice che esso "si rivela
strumento privilegiato... per contrastare la nouvelle
idéologie nordamericana del 'multiculturalismo'... ennesimo
escamotage per dissimulare un attacco diretto, frontale e
grave alle radici europee del mondo nordamericano, cullando
pericolosissime tentazioni di de-ellenizzazione del pensiero
e di spoliazione del retaggio classico" eccetera.
"Le omissioni del mito", che altro non è che il mito che con
una discreta cultura classica promuove Kirk, "sono
grottesche. Ignora i tre pilastri della nostra nazionalità:
il genocidio, la riduzione in schiavitù e l'espansione
imperialista... Queste sono le fondamenta degli USA assieme
a un sistema economico che ha fatto di questo il primo paese
nella storia mondiale a nascere capitalista" (Elizabeth
Martinez, Reinventing 'America', in "Z Magazine", dicembre
1996).
Un mito che oggi perde alcune delle sue connotazioni
razziali, ma non perde certamente la tematica di fondo -
l'impareggiabile superiorità morale del paese che si presta
con generoso altruismo a governare il mondo (abitato da
tanti aspiranti americani trattenuti da comunisti, nazisti,
integralisti musulmani e nemici della proprietà privata).
Sul 'multiculturalismo' ideologico, e sulla sua ultima
perversione, si possono fare molte critiche. Ma la
multiculturalità degli Stati Uniti è anche un dato reale,
che nasce prima dall'autoaffermazione dei cattolici e poi
degli ebrei, seguiti a ruota da molte altre etnie.
Tralasciando la ovvia presenza dei neri, si tratta di un
paese rubato per metà al Messico, e abitato in gran parte da
persone di provenienza latino-americana (curioso ma vero - i
nostri cattolici di destra preferiscono decisamente la
cultura calvinista a quella cattolica e in fondo
mediterranea dei "latinos").
[…]
Chi vuole lanciare la destra del bipolarismo in Italia
comunque fa benissimo a tenere a mente l'esempio americano.
Perché non è facile rendere il neoliberismo interessante. La
sinistra, che alla fin fine è più o meno liberista quanto la
destra, almeno ha la gradevole retorica del "sociale", e può
far finta di occuparsi di "fatti concreti".
Per rendere la destra attraente, bisogna invece librarsi nel
campo dei "valori".
"Libertà…"
Innanzitutto parlando di "libertà".
La libertà è sempre la libertà di fare qualcosa. E nel caso
del sistema americano, è la libertà di prendere il petrolio
dal Kuwait e il legname dalle Filippine. È la libertà di
obbligare i contadini indiani a comperare semi dalle
multinazionali. È la libertà dell'imprenditore di licenziare
come e quando vuole, e di un ospedale di chiederti il conto
se stai morendo per strada. È la libertà dei predicatori
americani di costruirsi ville con piscine "battesimali"
esenti da tasse.
"… e la morale giudeo-cristiana"
Il secondo sistema per rendere il neoliberismo attraente è
di associarlo alla "morale giudeo-cristiana".
Una morale che giustifica, versetto per versetto, la
spoliazione degli uomini e della terra. Che santifica la
figura dello "imprenditore" senza caricarlo del dovere di
essere anche buono.
E che allo stesso tempo offre alla destra un modo per
distinguersi dalla sinistra.
Tutti si ricorderanno il divertentissimo episodio in cui
Polo e Ulivo, sotto campagna elettorale, si accusavano a
vicenda di essersi copiati i programmi. Perché la logica
uninominale permette di ridurre tutto non a due partiti, ma
a uno solo ("sogno un giorno in cui un partito
liberaldemocratico si batterà contro un partito
liberaldemocratico" diceva qualche anno fa il pidiessino
Augusto Barbera).
Per far finta che ci sia qualche differenza che vada oltre
gli occhiali (Prodi li porta, Berlusconi no), è necessario
mobilitare le emozioni.
E qui da anni negli Stati Uniti la destra sfrutta i "valori
giudeo-cristiani". Che consistono in larga parte nel mandare
gli ultimi ritrovati militari a Israele, ma anche nella
"difesa della famiglia".
Per la New Right negli Stati Uniti, la lotta contro l'aborto
mobilita molte brave persone in assoluta buona fede
(demonizzate poi dalla sinistra), ma permette soprattutto di
raccogliere una gran messe di voti per il partito
repubblicano. Che quando arriva al potere ovviamente se ne
frega di fare qualcosa contro milioni di potenziali
elettrici donne.
Giustamente è stato detto che Bush dava più peso alla vita
di un feto che a quella di un bambino (se pensiamo all'alto
livello di mortalità infantile negli Stati Uniti, ma non si
dovrebbero nemmeno dimenticare i milioni di bambini iracheni
morti per embargo). Ma in realtà a Bush non gliene importava
niente nemmeno dei feti. Che continuavano ad essere
allegramente abortiti.
Non è che le cose siano diverse a "sinistra". Dopo un lungo
e stucchevole parlare dell'equivalente gergale statunitense
di "stato sociale", il programma di Clinton prevede una
riduzione di $59 miliardi di dollari nell'assistenza medica,
contro un taglio di $72 miliardi proposto dalla "destra"
repubblicana di Newt Gingrich (debitamente demonizzato come
fanatico nemico dei poveri, a tutto vantaggio del buon
Clinton e di sua moglie).
La bestemmia ultima
Comunque, l'americanizzazione dell'Italia si muove a gran
velocità. A sinistra, attraverso figure come Veltroni. E a
destra attraverso un progetto - assai più ampio di quello
della vendita del libro di Russell Kirk - di creazione di
uno schieramento "giudeo-cristiano" per mascherare la
mercificazione attraverso i "valori". Perché
fondamentalmente il capitalismo non è altro che la bestemmia
ultima, la trasformazione di ogni cosa e di ogni rapporto in
denaro. Uomini, donne, aria, animali, amore, rabbia,
spiritualità, suolo, lingua, boschi diventano oggetto del
flusso del denaro. Il fenomeno più spaventosamente
rivoluzionario di tutta la storia. In questo senso il vero
conservatore non può che essere radicalmente contrario, dal
momento in cui vuole conservare identità o luoghi o
relazioni vive e vere.
L'ipocrisia criminale della destra sta proprio nel
nascondere tutto questo dietro uno schermo di finti valori
da "conservare" come vuoti idoli.
Se la sana ed umana pietà che proviamo verso Anna Frank è la
maschera e il ricatto dietro cui si nasconde la
napalmizzazione dei bambini del Libano da parte degli
israeliani, anche a destra si utilizzano sistemi simili: la
"patria", "unitaria" o "federale", diventa il paravento di
chi ha trasformato tutte le patrie in immense fogne chimiche
sotto e Disneyland sopra.
Non si tratta di essere "antiamericani". L'America è quella
che è, e se gli americani non sono certamente migliori di
nessun altro al mondo, non sono nemmeno peggiori. Il
problema è se anche noi dobbiamo diventare americani.
In tutto questo c'è un'inevitabile ambiguità di sentimenti
da parte di molti lettori. Sicuramente "né di destra né di
sinistra" e per niente filoamericani […].
Chi sta cercando in Italia di lanciare la "nuova destra"
(nel senso statunitense) pesca o cerca di pescare negli
ambienti "nostri" proprio con le parole, come dimostra in
tutta la sua ipocrisia il titolo della conferenza a Torino -
ricordiamolo per intero: "L'America antimondialista: temi e
volti dell'ambiente nazionalconservatore statunitense". Come
se una sola riga di Russell Kirk fosse dedicata
all'opposizione della diffusione planetaria del capitale di
rapina […].