PENSIERO FILOSOFICO - LIBRI CONSIGLIATI

    

Arthur Schopenhauer - Il mondo come volontà e rappresentazione


Die Welt als Wille und Vorstellung

Opera principale del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer (1788-1860), pubblicata a Lipsia nel 1819. Riallacciandosi al criticismo kantiano e ad alcune tesi già svolte o accennate in una sua prima opera La quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, il filosofo vuole svolgere una metafisica a suo parere assai più vicina e consona ai princìpi della filosofia critica di quanto non fosse quella dei grandi maestri dell'idealismo, in particolare di Fichte e di Hegel. Mentre infatti l'idealismo prende le mosse dalla critica al concetto kantiano di "cosa in sé", considerato dagli idealisti come un concetto dogmatico, Schopenhauer pone al centro della sua metafisica proprio un'interpretazione originale di quel concetto.

L'opera è divisa in quattro libri: il primo tratta del mondo come rappresentazione (fenomeno); il secondo espone i gradi e le forme di manifestazione della volontà nella natura; il terzo è dedicato alla teoria dell'arte e il quarto, che riprende i temi dei precedenti, svolge i problemi della morale e della filosofia della religione. Nella seconda edizione (1844) fu aggiunto un secondo volume, nel quale, in paragrafi corrispondenti a quelli del primo, l'autore completa e svolge in molti punti il suo pensiero.

Nel primo libro l'autore afferma: il mondo e la mia rappresentazione; esso consta unicamente di sensazioni, modificazioni del soggetto corporeo senziente, alle quali l'intelletto aggiunge immediatamente, cioè nell'atto stesso della sensazione, le forme di tempo, spazio e causalità che esistono preformate nella nostra facoltà conoscitiva e non hanno il loro fondamento nell'esperienza sensibile cui vengono unite con un atto incosciente della mente. Il mondo che così sorge è fenomeno, è rappresentazione; se da esso vogliamo risalire a ciò di cui esso è fenomeno, alla cosa in sé, ci troviamo nell'impossibilità di giungervi con le categorie dell'intelletto (tempo, spazio, causalità), che valgono solo per l'ordine fenomenico. Ma, ripetendo ciò che da altri punti di vista avevano già detto gli idealisti, anche Schopenhauer afferma che la cosa in sé non va ricercata fuori di noi: bensì in noi, in ciò che di noi vi è di più intimo, di più profondo, ciò che troviamo alle radici della nostra esistenza e della nostra persona: la volontà ("Wille"), intesa non come un valore razionale ("Wollen"), ma come una tendenza cieca, impulsiva, incosciente, mossa dal desiderio e dal bisogno. Essa è identica in noi e nelle cose, e, mentre in noi si agita come volontà dando origine alla coscienza e alla scienza come suoi strumenti, nella natura essa si agita come forza causale. Essa è "volontà di vivere", tendenza all'autoconservazione; la sua identità è la base dell'identità personale. Questa volontà si manifesta esteriormente nella natura: a questa indagine è dedicato il secondo libro. Essa si manifesta in noi obiettivamente come corpo, nelle cose come materia e causalità; ma corpo, materia e causalità non sono che fenomeno: alla radice di essi, come vera e prima manifestazione della volontà, stanno le idee, platonicamente concepite come modelli della realtà.

Secondo Schopenhauer, infatti, il senso profondo della dottrina kantiana della cosa in sé e quello della teoria platonica delle idee coincidono: entrambi affermano che il mondo sensibile è in sé una realtà fittizia, che vale solo in quanto esprime un essere vero al quale sono estranee tutte le forme di esperienza fenomenica; tuttavia la cosa in sé e le idee non sono identiche: l'idea è la manifestazione immediata e quindi adeguata della cosa in sé obiettivata, divenuta rappresentazione - ma la cosa in sé e la volontà, per opera della quale, e della cui inquietudine, l'immobilità e unità delle idee si rompe nella molteplicità delle rappresentazioni fenomeniche secondo le categorie di spazio, tempo e causalità. Così è l'inquietudine della volontà che tende a creare il mondo delle cose apparenti, in cui alla pace delle idee si contrappone la lotta di tutto contro tutto, l'irrazionalità, il dolore, il male: perciò il pessimismo è la vera concezione del mondo, quale si è rivelata ai grandi geni dell'arte e ai grandi fondatori di religioni vere, come Cristo e il Buddha. Il male nasce dalla lotta, frutto della perenne inquietudine della volontà, fra le idee e le cose, la ragione e gli istinti: perciò esso non si potrà estirpare che estirpandone la radice: la volontà.

All'indagine della catarsi umana dalla schiavitù del volere sono dedicati il terzo e il quarto libro dell'opera. L'autore nega qualsiasi carattere progressivo alla storia: la volontà che sottostà ai fenomeni storici è sempre la stessa, per quanto varie possano esserne le illusorie forme fenomeniche.

Perciò la liberazione non può essere conseguita dalla specie umana, ma dall'individuo. È questo uno dei tratti di più forte opposizione fra il pensiero dello Schopenhauer e quello degli idealisti: ché mentre per questi ultimi il "progresso" o sviluppo della storia è fatto consistere proprio nel risolversi graduale dell'individuo nell'universale umanità la quale realizza concretamente l'Assoluto, per Schopenhauer la storia è solo un succedersi di apparenze illusorie, né esiste alcun divenire nei riguardi dell'Assoluto (costituito dalla volontà e dalle idee); e d'altra parte un reale progresso è ottenuto solo dall'individuo mediante un'azione antistorica, tale cioè che miri a disseccare la storia nelle sue radici. Tale azione si esplica in primo luogo con un'inversione dell'ordine volontà-conoscenza: la conoscenza fa prevalere il suo interesse su quello della volontà, si stacca da ogni bisogno pratico e diviene pura contemplazione; e questa è l'"arte".

Alla liberazione per mezzo dell'arte è dedicato appunto il libro terzo dell'opera. Il modo ordinario di considerare le cose, proprie dell'intelletto, secondo le categorie di spazio tempo e causalità è sempre in relazione con la volontà: esso non dà una conoscenza pura, una conoscenza delle idee, ma una conoscenza fenomenica al servizio del tumulto e dei bisogni della volontà. Ma se questa, riuscendo a invertire se stessa, in un individuo dotato di eccezionale forza spirituale ("genio"), lascia sussistere solo l'intuizione, la pura conoscenza senza volontà, il puro rapporto con l'oggetto come tale, allora lo spirito coglie la pura obiettività dell'idea fuori del travaglio del divenire e della molteplicità. L'oggetto dell'arte è l'idea, non la cosa singola (fenomenica), e neppure il concetto intellettuale. Quest'ultimo infatti è astratto e discorsivo, e determinato solo nei suoi limiti: l'idea invece è adeguata, intuitiva, e, sebbene universale, determinata; essa è inaccessibile all'individuo nella sua individualità, come volontà (esistenza), ma accessibile solo a colui che, superando in sé ogni individualità e ogni volere, si sia identificato col puro soggetto del conoscere: un tale uomo non è più razionale, è geniale: la scienza è prodotta dalla ragione, l'arte dal genio. L'arte è dunque l'autocoscienza pura della volontà, e quindi un primo passo verso la catarsi; essa si esprime nel linguaggio più puro e più libero da schemi intellettuali, e pertanto la forma più elevata di essa, la più piena autocoscienza della volontà, è la musica: essa "sta alla generosità dei concetti come questi stanno alle singole cose". Perciò, avendo in comune con essa la più chiara manifestazione intuitiva del concetto di volontà, la musica è filosofia e la filosofia è musica.

La forma suprema di liberazione è costituita dall'etica, cui è dedicato il libro quarto. Schopenhauer respinge il tipo classico di morale, la morale precettistica; la filosofia è sempre teoretica, il suo compito è sempre quello di indagare e scoprire la realtà ché questa non si lascia dare leggi; ma è pure avverso all'etica kantiana, fondata sul "dovere incondizionato" che è legge della volontà, poiché per lui la volontà è prima di ogni legge: essa "determina se stessa e in uno stesso atto determina l'agire e il mondo; fuori di essa non c'è nulla, e quei due prodotti sono essa stessa". Pure respinge l'impostazione storicistica del problema etico cara agli idealisti: la storia, essendo concepita nel tempo, è fenomenica - essa è illusione, mentre la realtà della volontà è fuori del tempo, prima di ogni temporalità, è un "nunc stans", un eterno presente. Questa storicità o atemporalità del volere si manifesta nella vita, che è la principale attualità obiettiva del volere stesso: essa non ha né passato né futuro, ma è sempre un presente; non solo, ma essa non si svolge propriamente negli individui, destinati a perire, ma nella specie; muoiono gli individui ma la vita non muore: "la terra, è vero, si rovescia dal giorno alla notte, e così l'individuo precipita veramente nella morte; ma il sole (la vita in se stessa) arde senza interruzione in un eterno meriggio... La forma della vita è un presente senza fine".

La vita di milioni di uomini che mi hanno preceduto è la stessa vita che ora si agita in me, e che io stesso sento come estranea al tempo, e per così dire "gettata nel tempo" (è questo forse il più importante dei molti spunti offerti da Schopenhauer all'Esistenzialismo, contemporaneo). Ma la volontà è essenzialmente libera: solo i fenomeni obbediscono al principio di ragione (di cui il principio di causa è un aspetto), non la cosa in sé, cioè la volontà; non solo, ma la volontà è l'atto fondamentale da cui dipende il conoscere, e non viceversa. La libertà essenziale del volere si determina però nel fenomeno in maniera necessaria; anche nell'individuo il problema del libero arbitrio è risolto da Schopenhauer, riaccostandosi a Platone e a san Paolo, come libera scelta originaria del proprio essere, scelta che precede la conoscenza e la stessa esistenza fenomenica che ne rimane determinata. Ma questa volontà si determina ovunque, nella natura, nelle specie, negli individui, come bisogno, sofferenza, dolore: il dolore è la legge universale del mondo fenomenico, e il piacere non è che una momentanea soddisfazione, ossia cessazione di pena. Ciò posto, la vita morale consiste appunto nel fatto che la volontà, rendendosi nell'uomo cosciente di sé e del suo destino, e approfittando della sua libertà radicale (per cui essa non è vincolata neppure alla sua stessa esistenza), sceglie fra l'affermarsi di nuovo, sapendo che cosa ciò significhi, o il negarsi. Il bene, la liberazione, la catarsi è appunto costituita dalla negazione di sé. Questa può essere relativa, cioè limitazione della volontà dell'individuo di sopraffare gli altri e di vivere ai danni dell'altrui vita: e questa è la "giustizia". Oppure come partecipazione dell'individuo alla vita di tutti gli altri, come puro amore, altruismo: ma siccome la vita è dolore, la partecipazione alla vita altrui è partecipazione al dolore, ossia "benevolenza" o "pietà". Finalmente, questa negazione della volontà di vivere può essere totale, radicale: estinzione in sé di ogni volontà per mezzo della "santità".

Questa estinzione ha un valore cosmico: nell'uomo tutta la natura acquista coscienza di sé, con l'estinzione della volontà di vivere nell'uomo si estingue tutta la volontà nella natura. Perciò non con il suicidio, che è atto vitale non meno del desiderio di vita, ma con l'ascesi si ottiene tale liberazione, predicata da tutte le grandi religioni, e in particolare dal buddismo che l'autore ritiene la più alta e la più perfetta delle religioni, e da cui prende molti concetti, fra cui quello culminante di "nirvana" (estinzione del volere). Ma con il "nirvana" la vita e l'essere non dileguano nel nulla e Schopenhauer osserva che si tratta di un nulla relativo: il nulla del mondo, il quale però è pura apparenza, non-essere; perciò il "nirvana" può avere anche un significato positivo, sebbene indicibile, perché completamente fuori di tutte le categorie con cui il pensiero costituisce il mondo fenomenico.

Tale è l'opera del grande pessimista, che già il De Sanctis aveva messo a raffronto con il Leopardi. Comunque si giudichino gli arbitrii e le incoerenze della sua metafisica, il suo grande valore sta nell'avere impostato, insieme a Schelling e a Kierkegaard, il problema della personalità individuale, il problema della natura propria dell'individuo spirituale, e di avere scorte chiaramente le deficienze dell'idealismo classico e dello storicismo relativamente a questo problema. Da Schopenhauer, come da Kierkegaard e da Feuerbach, nascerà una nuova corrente di pensiero che avvierà la filosofia europea contemporanea a quella duttilità, a quell'aderenza alla complessità della vita individuale che costituiscono la sua peculiarità e forse il suo unico valore nei confronti dei grandi sistemi del passato. Tradd. di O. Chilesotti. (Milano, 1888); di P. Savj-Lopez e G. de Lorenzo (Bari, 2 voll., 1928-30).



Arthur Schopenhauer


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