Thomas De Quincey
(Manchester 1785 - Edimburgo 1859)
Scrittore
britannico. A diciassette anni scappò da scuola e andò prima
in Galles e poi a Londra. In seguito, riconciliatosi con la
famiglia, completò gli studi all'università di Oxford. Nel
1809, stabilitosi a Grasmere ed entrato nella cerchia
letteraria che comprendeva i poeti
Samuel Taylor Coleridge,
William Wordsworth e Robert
Southey, diresse il periodico 'Westmorland Gazette'. Tornò a
Londra nel 1820 e otto anni dopo si trasferì a Edimburgo.
A Londra scrisse l'opera che l'avrebbe reso famoso, il
romanzo a sfondo autobiografico
Confessioni di un mangiatore
d'oppio (1821). Oltre ai numerosi articoli pubblicati su
periodici quali 'Blackwood's', 'Tait's Magazine' e 'Hogg's
Instructor', fu autore di Bussano alla porta di Macbeth,
originale commento alla tragedia di Shakespeare,
L'assassinio come una delle belle arti (1827), Suspiria de
profundis (1845), Joan of Arc (1847), La diligenza inglese
(1849).
De Quincey:
Malattia di Immanuel Kant
Immanuel Kant lasciò l’insegnamento all’età di
settantadue anni, nel 1796. Cominciò allora il declino
mentale, prima che fisico, del grande filosofo di Königsberg.
L’uomo che aveva impegnato ogni momento della sua esistenza
nella ricerca di un ordine rigoroso e puro, precipitò a poco
a poco nella disgregazione, ingaggiando, con una pervicacia
testarda e commovente, pari allo scrupolo che aveva dedicato
ai problemi della conoscenza, una disperata lotta contro
l’appannamento dell’intelligenza. Thomas de Quincey, autore
di una biografia romanzata, ricca di spunti umoristici e
strazianti a un tempo, racconta in queste pagine l’ultimo
periodo della vita di Kant.
Nella primavera di quell’anno 1802 consigliai Kant di
prendere un po’ d’aria. Da molto tempo egli non usciva più,
e passeggiare era ormai per lui fuori questione. Ma pensai
che il movimento di una carrozza e l’aria avrebbero forse
potuto ravvivarlo. Non contavo molto sul potere delle
visioni e dei suoni della primavera, poiché questi già da
tempo non lo toccavano più. Di tutti i mutamenti che la
primavera porta con sé, ve ne era soltanto uno che ora
interessava Kant: ed egli lo aspettava con una brama così
avida e intensa che era quasi doloroso esserne testimone:
era il ritorno di un uccellino (un passerotto, o era un
pettirosso?) che cantava nel suo giardino, e davanti alla
sua finestra. Questo uccellino – fosse sempre il medesimo o
uno di una nuova generazione – aveva cantato per anni nello
stesso punto: e Kant cominciava a dare segni di inquietudine
quando il freddo, persistendo più a lungo del solito,
ritardava la sua apparizione. Come Lord Bacon, infatti, egli
aveva un amore infantile per gli uccelli in generale; e in
particolare si prendeva cura di incoraggiare i passerotti a
fare il nido sopra le finestre del suo studio; e, quando ciò
accadeva (e accadeva spesso, dato il silenzio profondo che
regnava nella stanza), egli osservava le loro mosse con il
piacere e la tenerezza che altri dedicano alle cose umane.
Tornando al punto di cui stavo parlando, Kant in un primo
momento fu molto contrario ad accettare la proposta di
uscire. “Sprofonderò nella carrozza” diceva “e mi accascerò
come un mucchio di stracci vecchi”. Ma io insistetti con
gentile invadenza per spingerlo a provare, assicurandolo che
saremmo immediatamente tornati se egli avesse trovato
eccessivo lo sforzo. E con questo patto, un giorno
passabilmente caldo di prima estate, io e un vecchio amico
di Kant lo accompagnammo in una piccola casa che avevo
affittato in campagna. Durante il tragitto, Kant si accorse
con piacere che poteva tenersi ben dritto e tollerava il
movimento della carrozza, e sembrò trarre diletto dal fatto
di vedere le torri e altri edifici pubblici che per anni non
aveva visto. Raggiungemmo la nostra meta di ottimo umore.
Kant bevve una tazza di caffè, e tentò di fumare un poco.
Dopodiché si sedette a prendere il sole, ascoltando
deliziato il cinguettio degli uccelli, che si raccoglievano
in gran numero in quel luogo. Riconosceva ogni uccello dal
suo canto, e li chiamava con i loro nomi giusti. Dopo essere
stati lì circa mezz’ora, ci mettemmo sulla via del ritorno,
Kant ancora allegro, ma evidentemente sazio degli svaghi del
giorno.
In tale occasione avevo evitato apposta di condurlo in
qualche giardino pubblico, in modo da non disturbare il suo
piacere esponendolo agli sgradevoli sguardi della curiosità
pubblica. Tuttavia si riseppe a Königsberg che Kant era
uscito; e di conseguenza, mentre la carrozza passava per le
strade verso casa, fu tutto un accorrere da ogni parte in
quella direzione; e, quando svoltammo nella strada dove si
trovava la sua casa, la trovammo già gremita di gente.
Mentre lentamente ci avvicinavamo alla porta, si formò nella
folla uno stretto passaggio, attraverso il quale Kant venne
condotto, mentre io e il mio amico lo sorreggevamo con le
braccia. Guardando la folla, notai i volti di molte persone
di rango e di illustri stranieri, alcuni dei quali vedevano
in quel momento Kant per la prima volta, e molti di essi per
l’ultima.
Con l’approssimarsi dell’inverno 1802-3, si lamentava più
che mai di un’affezione allo stomaco, che nessun medico era
stato in grado di mitigare, o anche solo di spiegare.
L’inverno trascorse tra i lamenti; era stanco della vita, e
anelava l’ora del congedo. “Non posso più servire al mondo,”
diceva “e sono un peso a me stesso”.
Spesso provavo a rallegrarlo progettando escursioni che
avremmo potuto fare insieme quando l’estate fosse tornata.
Su queste cose faceva i suoi calcoli con tale serietà che le
aveva ordinate in una vera e propria scala o classifica: 1.
Passeggiate; 2. Escursioni; 3. Viaggi. E nulla è
paragonabile alla bramosa impazienza che egli dimostrava per
l’arrivo della primavera e dell’estate, non tanto per le
loro particolari attrazioni quanto perché esse erano le
stagioni adatte per viaggiare. Nel suo taccuino egli annotò:
“I tre mesi estivi sono giugno, luglio e agosto”; e con ciò
intendeva dire che questi erano i tre mesi adatti per
viaggiare. E in conversazione esprimeva la febbrile
intensità dei suoi desideri in modo così accorato e toccante
da suscitare in chiunque una immensa simpatia per lui, sì
che si desiderava avere un qualche potere magico per
anticipare il corso delle stagioni.
Durante quell’inverno la sua camera da letto era spesso
riscaldata. Era quella la stanza in cui egli teneva la sua
piccola collezione di libri, all’incirca
quattrocentocinquanta volumi, in gran parte omaggi degli
autori. Potrà sembrare strano che Kant, uomo di così vaste
letture, non possedesse una biblioteca più grande; ma egli
ne aveva meno bisogno di molti altri studiosi, poiché nei
suoi anni giovanili era stato bibliotecario della Biblioteca
Reale del Castello, e fin da allora, per generosa
disposizione di Hartknoch, il suo editore (il quale, a sua
volta, aveva tratto vantaggio dalla generosità con cui Kant
gli aveva ceduto i diritti sulle proprie opere), aveva il
privilegio di ricevere in visione ogni nuovo libro che
veniva pubblicato.
Verso la fine di tale inverno (era il 1803) Kant cominciò
per la prima volta a lamentarsi di certi sgradevoli sogni,
talvolta anche assai terrorizzanti, che lo svegliavano in
uno stato di grande agitazione. Sovente certe melodie, che
aveva sentito cantare nella sua prima giovinezza per le
strade di Königsberg, risuonavano dolorosamente nelle sue
orecchie e vi permanevano con tale tenacia che nessuno
sforzo per distrarsene riusciva ad avere effetto. Questi
sforzi lo tenevano sveglio fino a tarda ora; e talvolta,
quando, alla fine di una lunga veglia, si era addormentato,
per quanto profondo fosse il suo sonno, esso veniva
improvvisamente interrotto da sogni terrorizzanti, che lo
mettevano in uno stato di indescrivibile allarme. Quasi ogni
notte il cordone che comunicava con il campanello nella
stanza sopra la sua, dove dormiva il suo domestico, veniva
tirato violentemente, e con la massima agitazione. Per
quanto rapido fosse il servitore nel precipitarsi giù, quasi
sempre giungeva troppo tardi, pressoché con la certezza di
trovare il suo padrone fuori dal letto, e magari mentre
tentava di farsi strada, preso dal terrore, verso una
qualche altra parte della casa. La debolezza dei suoi piedi
lo esponeva in quelle occasioni a terribili cadute, sicché
finii per persuaderlo (ma non senza grandi difficoltà) a far
dormire il suo domestico nella sua stessa stanza.
Il disturbo allo stomaco, da cui derivavano questi tremendi
sogni, cominciava ora a essere sempre più penoso; egli
sperimentò vari rimedi, che in tempi passati usava
condannare con enfasi, come per esempio poche gocce di rum
su una zolletta di zucchero, la nafta, ecc. Ma tutti questi
erano soltanto palliativi; perché la sua età avanzata
precludeva ogni speranza di una cura radicale. I suoi sogni
diventavano sempre più agghiaccianti: singole scene, o parti
di questi sogni sarebbero bastate per comporre l’intero arco
di immani tragedie, e l’impressione che lasciavano in lui
era così profonda che si infiltrava nelle sue ore di veglia.
In mezzo ad altre apparizioni ancora più sconvolgenti e
indescrivibili, i suoi sogni gli presentavano costantemente
le fattezze di assassini che si avvicinavano al suo letto; e
tale era l’agitazione in cui lo gettavano le atroci schiere
di spettri che trascorrevano accanto a lui di notte che
nella prima confusione del risveglio molto spesso egli
scambiava il suo domestico, il quale stava accorrendo ad
assisterlo, per un assassino. Di giorno conversavamo spesso
di queste ombre illusorie e Kant, con il suo consueto
spirito stoico di sprezzo per le debolezze nervose di ogni
sorta, ne rideva; e, per rafforzare la sua risoluzione di
lottare contro di esse, annotò nel suo diario: “Non
arrendersi ora al panico del buio”. Su mio consiglio,
tuttavia, egli teneva ora acceso un lume nella sua stanza,
disponendolo in modo che i suoi raggi gli arrivassero
schermati. In un primo momento era molto contrario, ma a
poco a poco si conciliò con questa idea. E già il fatto che
egli potesse sopportare questo era per me l’espressione di
quanto grande fosse stato il rivolgimento prodotto da questa
terrorizzante opera dei suoi sogni. Sino allora, il buio e
l’assoluto silenzio erano i due pilastri su cui poggiava il
suo sonno: nessun passo doveva avvicinarsi alla sua stanza;
e, quanto alla luce, se egli vedeva anche solo un raggio di
luna penetrare attraverso una fessura delle imposte, ciò
bastava a renderlo infelice; e, di fatto, le finestre della
sua camera da letto erano sprangate giorno e notte. Ma ora
il buio lo terrorizzava e il silenzio lo opprimeva. Oltre al
lume, perciò, teneva ora una pendola nella sua stanza. Il
suo suono all’inizio era troppo forte per lui, ma si
provvide a ovattare il martelletto; dopodiché sia il
ticchettio che il battere delle ore diventarono suoni che
gli tenevano compagnia.
Thomas de Quincey, Gli ultimi giorni di Immanuel Kant,
traduzione di F. Jaeggy, Adelphi, Milano 1983.