Opera di Pietro Verri
(1728-1797), composta nel 1777 e pubblicata postuma nel
1804. Tornando su un argomento che era stato profondamente
trattato, anche per suo consiglio, dal Beccaria nel libro
Dei delitti e delle pene, l'autore esamina la "pratica
criminale della tortura" e "l'insidioso raggiro nei processi
che secretamente si fanno nel carcere". Posto che i giudici
non si sono lasciati smuovere dalle abitudini di una errata
legislazione, sarà necessario confortare la razionalità
delle discussioni sull'abolizione della tortura con la
narrazione di alcuni avvenimenti assai famigerati dei secoli
addietro. Fanatismo e pazzia guidarono i giudizi delle
streghe e dei maghi nel Seicento; e perciò nel secolo dei
lumi parlare di tortura dovrebbe essere cosa superflua. Il
Verri illustra sui documenti i processi degli "untori"
avvenuti durante la peste del 1630: Guglielmo Piazza,
commissario della sanità, è sospettato di malefizi e
processato dietro testimonianza di alcune donnette: egli si
lascia accusare di unzioni pestilenziali, ma a sua volta
accusa il barbiere Gian Giacomo Mora di avergli dato
l'unguento. I metodi della procedura criminale in tale
occasione furono atroci, e guidati dalla più nera
superstizione e ignoranza. Altri presunti untori vennero
ricercati: perfino un cavalier Padilla, comandante di una
compagnia all'assedio di Casale. Il Verri prosegue nelle sue
argomentazioni, per mostrare quanto la tortura impedisca di
conoscere la verità e che solo popoli retrogradi la usano
per la loro procedura criminale. È suprema necessità
l'abolirla al fine di una retta amministrazione della
giustizia. Degna di nota, e già pubblicata nell'edizione
postuma, è una lettera di Giuseppe Gorani, del 1777, che
ricorda all'autore il terribile processo degli untori che
gli fa più impressione di quelli denunciati dal Voltaire per
le persecuzioni di Calas, di Servet e di De la Barre. È noto
che il Manzoni con la Storia della Colonna Infame con interesse di storico e di artista, ma con nuovo intendimento
volle mostrare la barbarie dei giudici e le aberrazioni del
processo. Il Verri non pubblicò l'opera, si disse, per
riguardo a suo padre, presidente in quella magistratura, da
cui un tempo gli infelici untori erano stati condannati.
La battaglia di Pietro Verri contro la tortura