Raccolta di testi del filosofo greco Platone
(428/427-348/347 a.C.)
Sotto il nome di Platone ci sono giunti 43 dialoghi, di cui
sette considerati spuri dagli antichi, 16 invece dai moderni;
essi si trovano disposti secondo l'ordine stabilito da
Trasillo, astrologo di corte dell'imperatore Tiberio, che li
distribuì (esclusi i sette ritenuti spuri) in nove
tetralogie. La prima tetralogia comprende Eutifrone,
Apologia di Socrate, Critone, Fedone ; la seconda Cratilo,
Teeteto, Sofista, Politico; nella terza compaiono Parmenide,
Filebo, Convito, Fedro, mentre nella quarta Alcibiade,
Alcibiade II, Ipparco, Amatori. I dialoghi della quinta sono
Tèage, Carmide Lachète, Liside, quelli della sesta Eutidèmo,
Protagora, Gorgia, Menone. Seguono nella settima Ippia
maggiore, Ippia minore, Ione, Menesseno, nell'ottava
Clitofonte, Repubblica, Timeo, Crizia; infine la nona
tetralogia comprende Minosse, Leggi, Epinomide, Lettere.
Sono considerati dialoghi spuri, oltre i sette degli antichi:
Alcibiade, Alcibiade II, Ipparco, Amatori, Tèage, Minosse,
alcune Lettere (I-VI; IX-XIII); dubbi sono stati avanzati
per Ippia maggiore, Clitofonte, Epinomide e le Lettere
VII-VIII. Seguendo il contenuto, il lessico e lo stile,
altri studiosi hanno diviso i Dialoghi nel modo seguente: un
primo periodo socratico in cui figurano Ione, Apologia,
Lachete, Carmide, Protagora, Eutifrone, Menone, Critone,
Ippia maggiore, e forse Liside, Ippia minore, Menesseno. Un
secondo periodo che comprende Gorgia, Fedro, Fedone, Convito,
Repubblica, e forse Clitofonte. Di un terzo periodo fanno
parte Eutidemo, Parmenide, Teeteto, Cratilo, Sofista,
Politico, Filebo, Timeo, Crizia, Leggi, Epinomide, Lettera
VII.
Una suddivisione in trilogie fu operata da Aristofane di
Bisanzio (sec. II a.C.), ma è difficile stabilirne l'ordine
cronologico: unica base sicura è la notizia antica che le
Leggi furono l'ultimo scritto di Platone. Altro criterio
seguito è la diversa forma del dialogo usata da Platone;
alcuni dialoghi infatti hanno forma propriamente dialogica,
altri forma narrativa, cioè sono dialoghi raccontati.
Breve riassunto di alcuni dialoghi.
In Ione l'autore si fa beffe della vanità e presunzione dei
rapsodi, che per conoscere e recitare Omero si ritengono
periti su tutto lo scibile. Il dialogo infatti inizia con
l'incontro tra Socrate e Ione: il filosofo manifesta la sua
ammirazione per l'arte rapsodica, esponendo l'opinione del
volgo, mentre Ione fa sfoggio della sua competenza omerica;
ma poi Socrate gli dimostra che la sua pretesa arte, se
fosse vera, dovrebbe rivolgersi a un oggetto determinato,
conosciuto solo da chi si intenda di quest'arte. Sicchè se
Ione è valente giudice a proposito di Omero, deve esserlo
anche per altri poeti. L'altro ribatte dicendo che se gli si
parla di un altro poeta egli sonnecchia, se si tratta di
Omero la sua attenzione è massima; per Socrate invece Ione
non parla in virtù di arte, altrimenti lo farebbe per ogni
poeta. Non c'è dubbio quindi che il poeta sia ispirato dalle
Muse e poi comunichi questa forza divina ai rapsodi, che ne
sono gli interpreti, e questi al pubblico, come la calamita
magnetizza un pezzo di ferro; la Musa tiene luogo della
calamita, il poeta è il primo anello della catena calamitata,
il rapsodo è l'anello intermedio, mentre all'estremità della
serie c'è il pubblico. A Ione pare impossibile che le belle
cose che dice intorno a Omero siano una specie di delirio, e
Socrate allora gli dimostra con numerosi esempi i limiti
dell'arte rapsodica, invitandolo a scegliere nei poemi
omerici qualche passo di cui come rapsodo possa intendersi
meglio di qualsiasi altro. All'affermazione di Ione, che
dice di poter parlare sull'arte dello stratega, Socrate
facilmente obietta che può conoscere se uno statega parli
bene o male solo un altro stratega, non un buon rapsodo.
Ione, accecato dalla sua vanità, insiste; onde a Socrate non
rimane che chiedergli, dal momento che l'altro parla o per
arte e scienza, o per ispirazione divina, se vuol essere
ritenuto àdicos (ingiusto), sostenendo di conoscere Omero
per arte e scienza, o thèios (divino), riconoscendo di
essere posseduto da virtù divina: Ione risponde che gli par
più bello essere chiamato divino. Il dialogo è importante
soprattutto perchè Platone vuole dimostrare che la poesia
non è nè arte, nè scienza, ma ispirazione divina e il poeta
è "cosa lieve e alata e sacra, e poetare non può prima ch'ei
sia invaso dal dio e fuor di senno e la mente non sia più in
lui"; poesia è quindi rapimento, estasi non dissimile dal
sogno mantico e dall'entusiasmo dionisiaco.
L'Apologia di Socrate, che senza essere un dialogo è
compresa fra i dialoghi di Platone, non rappresenta il
discorso autentico pronunciato da Socrate in propria difesa.
Nell'esordio Socrate afferma che si difenderà nel modo più
semplice più per obbedire alle leggi che per la speranza di
distruggere le calunnie diffuse sul suo conto: l'oracolo di
Delfi ha dichiarato a Cherefonte che Socrate il più sapiente
degli uomini, e questi si è attirate numerose inimicizie,
recandosi presso gli uomini politici, i poeti e gli artefici
a interrogarli per vedere se siano più sapienti di lui.
Forse l'oracolo, secondo Socrate, intendeva che la sapienza
umana è cosa di nessun valore, mentre la sapienza vera sta
nell'esser convinti di non saper nulla. Si difende quindi
dalle accuse mossegli da Meleto, Anito e Licone di
corrompere i giovani, rivolgendo numerose domande a Meleto e
portandolo alla ridicola affermazione che solo Socrate
corrompe i giovani; gli dimostra che ben pochi sono capaci
di compiere la nobile missione dell'educatore. Con un abile
ragionamento dimostra che se mai egli corrompeva i giovani,
non poteva farlo che involontariamente: in tal caso Meleto
doveva ammonirlo e non tradurlo in tribunale. Meleto accusa
ancora Socrate di insegnare ai giovani di credere in demoni
di nuovo genere anzichè negli dei, e Socrate dimostra la
contraddizione di tale accusa: non è possibile infatti che
egli non creda negli dei, pur credendo nei demoni, poichè
questi o son dei o son figli di dei; conclude affermando di
non poter rinunciare alla sua missione e di non voler
chiedere pietà, perchè questo sarebbe dichiararsi colpevole.
Nella seconda parte del dialogo Socrate, già ritenuto
colpevole dai giudici, dopo aver dichiarato che l'opera sua
sarebbe degna di premio piuttosto che di pena, per obbedire
alla legge, propone per sè una pena di 30 mine d'argento,
garantite dai suoi amici, mentre gli accusatori hanno
chiesto per lui la pena di morte. Nella terza parte Socrate,
già condannato a morte, con parole alte e serene prende
commiato dai giudici; dice di non serbare rancore verso
alcuno e conclude che la morte non può essere un male per il
giusto. Quest'opera può essere considerata come l'annuncio
del vangelo nuovo per il dopoguerra ateniese ed ellenico, e
Socrate, divenuto simbolo e rivendicatore di valori morali e
spirituali, è molto somigliante ai personaggi della tragedia
greca. L'Apologia in tal senso è una vera e propria tragedia
giacchè non può che definirsi tale un processo in cui si
vuole la condanna a tutti i costi, in cui l'imputato è
condannato prima della sentenza, in cui la passione
partigiana prevale sinistramente contro la norma della legge:
ma l'addio alla vita di Socrate è pieno di serenità e
speranza, riposando sulla fede consolante dell'immortalità
dell'anima: "Ma ormai è tempo di andarsene, io a morire, voi
giudici a continuare a vivere: però chi di noi vada a
miglior destino, è nascosto a tutti tranne che a Dio".
Il Lachete parla del problema dell'educazione
fisico-militare e del miglior modo di far nascere il valore
nell'animo dei giovani. Socrate chiede allora che si
definisca prima di tutto che cosa sia il coraggio, cioè la
fortezza d'animo. Lachete, soldato semplice e rude, ma
diritto e onesto risponde che il coraggio consiste nel
rimaner fermi in battaglia al proprio posto e non voltare le
spalle al nemico. Socrate obietta che questa è la
definizione del coraggio militare, onde Lachete, allargando
il concetto, dice che il coraggio è pertinacia. Entra ora
nella discussione Nicia, il quale afferma che il coraggio è
la scienza delle cose temibili; ma anche questa è una
risposta insufficiente, per cui Socrate conclude che se il
coraggio è scienza, esso è la scienza di tutti i beni e di
tutti i mali, cioè la scienza del bene e del male.
L'attrattiva del dialogo, più che dalla dialettica, nasce
dalla verità con cui sono rappresentati i personaggi messi
in scena.
Nel Carmide Socrate racconta che, tornato dal fronte di
Potidea in Atene, ha trovato Crizia, che gli ha presentato
il giovinetto Carmide ammirato da tutti per la sua bellezza;
ma oltre alla bellezza del corpo, egli vuole cercarvi la
bellezza dell'anima (sophrosìne): si hanno numerose
definizioni, fino a quella dell'essenza della bellezza, che
consiste per Socrate nel "conoscere se stesso". D'ora in poi
Carmide sarà affidato all'educazione di Socrate per il
raggiungimento di questa interiore bellezza. Data la
presenza fra i personaggi del dialogo di alcuni congiunti di
Platone, come il cugino Crizia e lo zio materno Carmide, il
Carmide è stato definito un "colloquio di famiglia" (Gomperz).
Il dialogo Protagora si svolge in casa del ricco Callia,
dove Socrate accompagna Ippocrate, che vuole essere
presentato a Protagora, il quale si professa maestro di
virtù politica, cioè in sostanza di giustizia, con una
macrologia, che si oppone alla brachilogia di Socrate:
Protagora riesce a persuadere, ma il conversare di Socrate
rappresenta un passo ulteriore nel riconoscimento del
diritto dell'individuo, che sarebbe umiliato anche se fosse
soltanto persuaso, e non collaborasse personalmente alla
ricerca dialogica della verità. Dopo una lunga schermaglia
con Socrate, Protagora deve ammettere che la virtù, una o
molteplice che sia, non è affatto insegnabile. Nel dialogo è
anche introdotta la famosa interpretazione di un brano di
Simonide, in cui si critica il famoso motto di Pittaco,
secondo il quale "è difficile essere buoni": Socrate cerca
di dirimere la contraddizione del passo simonideo (in
precedenza Simonide aveva detto "è bello essere buoni")
mettendo in luce la differenza fra èmmenai (essere) e
ghenèsthai (diventare) e fornendoci uno dei più antichi
documenti di critica letteraria.
L'Eutifrone pone il problema della santità: Eutifrone se ne
professa esperto, tanto che ha intentato perfino contro il
proprio padre un processo per aver fatto morire, mettendolo
nei ceppi, uno dei suoi coloni, omicida a sua volta di uno
schiavo. Questo costituisce per lui santità. Socrate non è
soddisfatto di tale definizione; anzi, dal momento che sta
per comparire in tribunale sotto l'accusa di empietà,
desidera da Eutifrone spiegazioni più chiare e precise sul
concetto di santità per potersi meglio difendere. Alla fine
appare evidente che le tesi sono inconciliabili, perchè
Eutifrone parla di una pietà formale, che si esaurisce nel
culto e nel rito, mentre Socrate cerca di definire nel
concetto l'intima aspirazione dell'anima al divino. Così
Eutifrone, confuso, si allontana con un pretesto senza nulla
concludere.
Nel Menone si ripresenta il problema già trattato nel
Protagora, cioè se la virtù si può insegnare oppure è innata.
Socrate afferma di ignorare che cosa sia la virtù, perciò se
ne tentano diverse definizioni; durante un intermezzo, in
cui vengono impartite lezioni di geometria a un servo, che
non conosce nulla di tale disciplina, Socrate dimostra che
sapere è ricordare; se la virtù fosse scienza, sarebbe
insegnabile, e ci sarebbe quindi anche un maestro di virtù
sia generica sia specifica; ma un tale maestro non si trova
e la virtù è insita nell'uomo per sorte assegnata da un dio.
E' esposta in questo dialogo la teoria platonica della
reminiscenza: apprendere è ricordare nozioni che la nostra
anima ha già posseduto in una vita anteriore, come dimostra
il fatto che lo schiavo del tutto ignorante di geometria
riesce a risolvere con opportune domande da parte di Socrate
il problema posto. Qui il problema è più approfondito anche
perchè è affermato l'alto valore della frònesis (sapienza),
che, posseduta da un uomo politico, farebbe di lui un essere
sovrano, privilegiato, perchè in lui tale frònesis si
unirebbe con il dono divino di un felice e sicuro intuito.
Nel Critone Socrate si trova in carcere da un mese in attesa
serena della morte e Critone, suo vecchio e fedele amico, si
reca all'alba da lui per annunciargli che ormai sta
arrivando la nave da Delo, per cui morirà il giorno dopo.
Può ancora Socrate sottrarsi a questa terribile fine: uscito
dalla prigione lascerà subito Atene e, dovunque vorrà
recarsi, troverà amici; che si preoccupi dei figli, che
lascia orfani, e degli amici: "Insomma devi, o Socrate,
badare a questo: c'è il pericolo che insieme con il danno si
faccia una figura vergognosa veramente, tu e noi. Ma
rifletti, via; anzi non è più il tempo di riflettere; ora
bisogna aver già finito di riflettere e una sola è la
decisione: la prossima notte ogni cosa dev'essere già
portata a termine; se perdiamo tempo, tutto diventa
impossibile e nulla si potrà fare. In conclusione, bando a
ogni dubbio; tu, Socrate, mi devi ascoltare; devi fare ciò
ch'io ti dico". Socrate ascolta con bonaria attenzione
Critone, poi si pone il seguente problema: sottrarsi con la
fuga alla sentenza emanata dai giudici, pronunciata secondo
le leggi della polis, è agire secondo giustizia? A questo
punto Socrate immagina che le leggi (dei vivi e dei morti),
personificate, gli rispondano direttamente: "Dimmi un po',
Socrate, che hai in mente di fare? Tu soltanto pensi a
questo, con la tua azione; tenti di distruggere noi, le
leggi, e la patria tua tutta quanta, per quello che sta in
te. Ma senti: ti pare possibile che ancor si mantenga e non
sia interamente sconvolta quella città in cui le sentenze
pronunciate non hanno vigore alcuno? Ove privati cittadini
ne rendono inutile l'effetto, non solo, ma anche distruggono
interamente quelle sentenze?". Quanto alle opinioni degli
uomini, continua Socrate, bisogna tenerne conto, ma di
quelle buone e savie, delle altre no. La condanna è ingiusta?
Non conta nulla, perchè in ogni caso sono stati gli uomini a
sbagliare, non le leggi sempre giuste in se stesse.
Non bisogna quindi violare le leggi, e poichè la giustizia
celeste è connessa con quella umana, chi non ha offeso
questa, non è neppure punito da quella; perciò la
risoluzione migliore è quella di rimanere in carcere e
subire la condanna: "Lascia andare, Critone; e comportiamoci
secondo questa, che è la via indicata dal dio".
Nell'Ippia maggiore Socrate immagina di incontrarsi con il
sofista Ippia e si meraviglia di non averlo visto prima.
Ippia risponde di essere particolarmente occupato in
ambascerie e conferenze tenute nelle principali città della
Grecia e, vanitoso com'è, magnifica l'arte dei sofisti, che
assicura onori e ricchezze. Fingendosi ammirato, Socrate gli
chiede se anche a Sparta è riuscito a ottenere lauti
guadagni; Ippia risponde che a Sparta, città conservatrice e
tenace osservante delle proprie leggi, non è riuscito a
guadagnare nulla: lo invita però a recarsi con lui ad Atene,
dove tra pochi giorni terrà una conferenza ai giovani sulle
belle occupazioni. A questo punto Socrate domanda a Ippia
che cosa sia il bello, cioè il bello in sè. Dopo molti
tentativi (il bello è forse il conveniente, o l'utile, o il
piacere che ci procurano le percezioni della vista e
dell'udito) e altrettante definizioni, ritenute tutte
insoddisfacenti da parte di Socrate, si arriva a constatare
che, secondo il proverbio, "tutte le cose belle sono
difficili", e si ritorna al principio, che è l'impossibilità
di sapere veramente che cosa sia il bello. Così alla fine il
sofista perde la pazienza, e la discussione, lasciando
insoluto il problema, si chiude con una tirata enfatica di
Ippia e una risposta naturalmente ironica di Socrate.
Obiettivo del Liside è determinare con precisione che cosa
sia e donde nasca la filìa, quel rapporto di amore e
amicizia che ha così grande importanza nella vita greca;
Socrate stesso riferisce la conversazione avuta a questo
proposito con alcuni giovani ateniesi tra i più nobili e
rinomati per bellezza, ingegno e altezza d'animo. Questo
dialogo, secondo una testimonianza di Diogene Laerzio,
sarebbe stato scritto dal giovane Platone, quando il maestro
era ancora vivo: "E si narra che Socrate, avendo udito
Platone leggere il Liside, esclamasse: O Eracle, quante
bugie dice sul mio conto questo giovanotto". L'Ippia minore
tratta un tema un po' antipatico, la menzogna, vizio molto
diffuso fra i Greci. Dopo una conferenza del sofista Ippia
su Omero, Socrate, invitato a partecipare alla discussione,
dimostra in forma paradossale che Achille è pari a Odisseo,
in quanto l'essere sincero o bugiardo non costituisce una
differenza circa l'essenza della persona: Odisseo anzi è
superiore ad Achille, come viene dimostrato con il commento
di alcuni luoghi omerici. L'argomentazione ultima si può
definire anacronisticamente un prosillogismo: il giusto (o
buono) è capace e sapiente; il capace e sapiente può operare
in doppio modo (fare bene o peccare); ma se pecca, pecca
volontariamente, mentre l'ingiusto (non capace, nè sapiente),
se pecca, pecca involontariamente; dunque il peccato
volontario non può commetterlo altri che l'uomo giusto:
dimostrazione veramente paradossale, con la quale Platone,
contrapponendo l'assurdo, in cui si cadrebbe, pensando il
contrario, prova la verità del principio socratico. Scopo
teoretico-morale del dialogo è quello di dimostrare che
nessuno pecca volontariamente; inoltre Platone si preoccupa
di far vedere la vacuità delle conferenze allora in voga,
contrapponendole alla parola semplice e disadorna di Socrate,
polemizzando infine con i cinici.
Nel Menèsseno Socrate viene invitato dal giovane ateniese
Menesseno, che vuole dedicarsi alla vita politica, a
preparare un discorso per la celebrazione annuale dei caduti
in guerra; Socrate gliene presenta uno, fatto da Aspasia,
che risponde a tutti i precetti dell'arte oratoria; è
un'orazione che si risolve in un elogio di Atene, ed è una
scherzosa parodia degli "epitafi", nei quali eccellevano gli
oratori del tempo.
Uno dei dialoghi più famosi è il Convito, che si svolge in
casa di Agatone per celebrare la sua vittoria nel concorso
tragico dell'anno 416. Al termine del banchetto si decide
che ciascuno beva a proprio piacere e pronunci un elogio in
onore di Eros; tutti sono d'accordo, in particolare Socrate,
il quale "professa di non conoscere altro se non le cose
d'amore". Su tutti i discorsi emerge con un segno
d'incomparabile grandezza quello di Socrate, il quale
premette di non parlare a nome proprio, ma di riferire un
discorso di Diotima, la sacerdotessa ispirata di Mantinea.
Vi è esposto il mito di Eros, il dio umanizzato e vivente
nel cuore dell'uomo: Eros è ricerca della bellezza che rende
fisicamente e spiritualmente fecondi, è aspirazione a
raggiungere il bene e possederlo per sempre, o meglio
l'ideale che ci sfugge sempre e ci attrae oltre ogni
apparenza terrena, al di là delle virtù, al di là dei
discorsi, sarà oggetto di contemplazione per l'anima, che al
sommo delle ascensioni umane potrà godere finalmente la
bellezza. Mentre tutti applaudono al discorso di Socrate,
compare sulla porta Alcibiade, inghirlandato ed ebbro, che
si siede accanto a Socrate e ne esalta le virtù. Molti vanno
via, altri si addormentano; Aristodemo si sveglia all'alba e
trova desti soltanto Agatone, Aristofane e Socrate, che
bevono e discorrono di arte drammatica, poi anche i primi
due si addormentano e lasciano Socrate che, fatte le
abluzioni, si reca al Liceo.
Clitofonte è un dialogo breve nel quale si discute del
valore della pedagogia socratica; Clitofonte è insoddisfatto
di Socrate e decide di passare dalla parte dei suoi
oppositori; Platone invece è dell'opinione che si può andare
molto oltre Socrate, senza essere contro di lui.
Nell'Eutidemo si mette alla berlina l'arte degli eristici,
cioè di quegli epigoni della sofistica, come Eutidemo e
Dionisodoro, che si baloccano con i ragionamenti per trarne
le conseguenze più strabilianti e contraddittorie dandone
una dimostrazione in una brillante disputa a base di
sillogismi capziosi. Perfino Socrate si ritrova in
difficoltà, poi con sottile ironia dimostra che quella dei
sofisti è soltanto apparenza di sapienza.
Nel Parmenide si tratta dell'uomo e dell'essere. Sono a
confronto Socrate in età giovanile e Parmenide, fondatore
della scuola eleatica, e si fa la critica dell'eleatismo;
c'è anche un cenno alla dottrina delle idee.
Nel Teeteto si discute della natura della vera scienza,
della quale Teeteto fornisce tre definizioni (sensazione,
opinione, discorso); se non si fa esplicito riferimento alla
dottrina delle idee, non è possibile fondare la scienza. E'
stato definito il "dialogo dell'errore" e vi viene offerta
anche un'interpretazione originale della "maieutica" di
Socrate.
Il Cratilo può essere considerato un trattato di linguistica
generale; vi si discutono questioni in voga nelle scuole
filosofiche: se le parole abbiano un'origine convenzionale o
riflettano la natura delle cose, se il segno (o parola) sia
per natura l'esatto corrispondente della cosa. Secondo
Socrate, che confuta la dottrina democritea di Ermogene (il
rapporto tra il segno e il significato è puramente
convenzionale), si può giungere alla realtà, cioè alla vera
scienza, non attraverso la parola, che è copia della idea,
ma solo attraverso l'idea.
Nel Sofista il protagonista non è più Socrate, ma uno
straniero giunto da Elea: tema del dialogo è la definizione
di cosa sia il sofista. Legato a questo è il Politico, in
cui pure compare lo straniero eleate; obiettivo è definire
che cosa sia il politico.
Nel Filebo si affronta il problema del bene dimostrando alla
fine che la vita migliore per l'uomo è quella "mista",
quella cioè in cui ai piaceri puri della mente si aggiungano
quelli della sensibilità. Al tempo stesso si viene
costituendo una gerarchia, secondo la quale al primo posto è
da collocare ciò che costituisce la misura, al secondo il
bello e il perfetto, al terzo la vita intellettuale, al
quarto la scienza, al quinto il piacere.
Nel Timeo è trattato con profonda intuizione il problema
cosmologico, come si può dedurre dalle parole conclusive: "E
così diciamo che è giunto al termine il nostro ragionamento
intorno all'universo; perchè questo mondo, ricevendo animali
mortali e immortali ed essendone pieno, è così divenuto un
animale visibile, che accoglie in sè tutte le cose visibili;
ed è immagine dell'intelligibile, dio sensibile, massimo ed
ottimo e bellissimo e perfettissimo, questo cielo uno e
unigenito" (trad. di C. Giarratano).
In Crizia, dialogo mutilo, si narra il mito del misterioso
continente Atlantide, brevemente accennato nel Timeo e
raccontato a Solone, avo di Crizia, dai sacerdoti egiziani.
Un'isola posta di fronte alle Colonne d'Ercole, collegata
con numerose altre isole, dava accesso a un grande
continente, dove si sarebbe formata una grande potenza, che
fece guerra a tutti i popoli situati al di qua delle Colonne
sotto la guida di Atena: la guerra ebbe luogo "novemila anni
or sono", e trascorsi numerosi secoli uno spaventoso
cataclisma distrusse l'isola, che fu inghiottita dal mare.
In quest'isola si può scorgere la città ideale della
politèia (repubblica) proiettata sulla nostra terra.
Nell'Epinomide si discute della cognizione che può dare
all'uomo la felicità, e questa è la capacità di sintesi e di
visione unitaria del mondo, che solo pochissimi riescono a
conseguire.
Dalla critica moderna sono ritenuti apocrifi, perchè dal
punto di vista sia filosofico sia artistico difettano
dell'impronta del grande maestro, i seguenti dialoghi:
Teage, Minosse, Ipparco, Amanti, Alabiade I e Alcibiade II.
Il Teage è diviso in due parti: nella prima con procedimento
maieutico Socrate induce il giovane Teage a chiarire
l'oggetto del suo desiderio: Teage infatti aspira al
raggiungimento di una sofia di cui non sa ancora dare una
definizione; nella seconda parte Socrate parla del demone e
della sua virtù: si tratta di un'interpretazione nuova del
demone, di cui il filosofo ha già parlato nel Teeteto. Nel
Minosse si parla della legge "che vuole essere scoperta
della verità" e si cerca di correggere un giudizio di "uomo
selvatico, duro e ingiusto" dato a Minosse, giudice, dai
poeti e soprattutto dai tragediografi; Minosse, come afferma
Omero, conversava con Giove familiarmente "e la consuetudine
con Giove mirava, come io dico, a educare con i ragionamenti
alla virtù". L'Ipparco ha come argomento la cupidigia; il
dialogo si svolge fra Socrate e un amico: l'avidità o
cupidigia si basa unicamente sull'amore del guadagno, che
non si può trarre mai da cose che non valgono nulla; per
Socrate non ogni acquisto è guadagno, solo l'acquisto buono
è guadagno; onde tutti, buoni e cattivi, sono avidi, perchè
al guadagno tendono gli onesti in quanto desiderano il bene,
i disonesti perchè sono avidi. Gli amanti hanno al centro la
stessa filosofia: Socrate approfitta della discussione di
due giovanetti sulla filosofia (per l'uno è un parlare
inutile, per l'altro è cosa bella) per spiegare che cosa sia
il filosofare, criticando le tesi dei due interlocutori.
Nell'Alcibiade I si danno ampi chiarimenti sulla natura e
sul valore dell'insegnamento socratico, nonchè sul vero
significato dell'ammonimento delfico "conosci te stesso":
conoscere se stesso è approfondire la conoscenza dell'anima,
perciò l'uomo di Stato deve essere virtuoso e per essere
tale deve specchiarsi nell'anima, che è qualche cosa di
divino.
Nell'Alcibiade II si discute l'importanza e l'utilità della
preghiera: bisogna essere cauti nel chiedere agli dei,
perchè può anche accadere che ciò che si chiede sia
convertito in sventura.
Sono considerate opere spurie i
seguenti dialoghi: Definizioni, Del giusto, Della virtù,
Demodoco, Sisifo, Erissia, Assioco; inoltre 32 epigrammi e
il frammento di un carme in cui si descrive Eros alla
maniera alessandrina.
Vita
di Socrate
Vita di Platone