Commedie

Dello scrittore latino Tito Maccio Plauto (c. 254-184 a.C.)



Tito Maccio Plauto
 

Ventuno sono le commedie autentiche, attribuite da Varrone a Plauto (perciò dette "varroniane") che ci sono giunte complete, tranne una, la Vidularia. Esse sono nell'ordine: L'anfitrione (Amphitruo); La commedia degli asini (Asinaria), del 212 a.C.: il giovane Argirippo, che ha un padre vecchio e incontinente, e una madre ricca e tirannica, la quale amministra i beni con l'aiuto del servo Saurea, è innamorato della giovane Filenio la cui madre, ruffiana impudente, esige una somma di venti mine, altrimenti darà la figlia a un altro. Lo aiuterà in questa faccenda proprio il padre, incaricando due servi di casa di procurarsi il denaro a danno della moglie: infatti uno dei servi fingerà di essere l'amministratore della padrona e riscuoterà le venti mine destinate alla vendita di due asini. Tale denaro renderà felice il giovane innamorato; La commedia della pentola (Aulularia); I prigionieri (Captivi), del 191-90 a.C.: è una commedia senza donne, senza amori, senza volgarità: Egione ha perduto i suoi due figli, uno rapitogli ancor bambino dallo schiavo Stalagmo e venduto in Elide, l'altro, Filopelemo, catturato in guerra dagli Elei; nella speranza di poterlo permutare, Egione compera numerosi prigionieri, fra i quali ci sono il nobile Filocrate e lo schiavo Tindaro: quest'ultimo viene incaricato da Egione di recarsi in Elide per trattare lo scambio, ma al suo posto va Filocrate, mentre rimane Tindaro, che verrà gettato nelle latomie. Ma ecco Filocrate tornare a casa con Filopolemo e il vile Stalagmo, il quale riconosce nel generoso Tindaro l'altro figlio di Egione); Il parassita (Curculio), del 200-191a.C.: la commedia prende nome dal punteruolo, che è un verme roditore del grano; Curculione, astuto e vorace, viene incaricato dal suo padroncino Fedromo di procurargli il denaro per riscattare la giovane Planesio dalla tutela di Cappadoce, che l'ha già venduta al soldato Terapontigono per trenta mine. Ma Curculione riesce a ingannare il soldato, carpendogli l'anello con il sigillo e facendosi consegnare le trenta mine, con le quali riscatta Planesio. Il gioco però è scoperto, arriva Terapontigono, che reclama la fanciulla; questa riconosce nell'anello il sigillo del padre e quindi risulta essere la sorella del soldato: ormai donna libera, Planesio potrà sposare il giovane Fedromo); Casina (Casina); La cestella (Cistellaria), del 204 a.C.: commedia frammentaria che deriva da un modello menandreo. Il giovane Alcesimarco ama riamato la giovinetta Selenio, contrariamente a quanto ha deciso il padre, il quale vuole che sposi invece la figlia di Demifone. Questi una sera, ubriaco, aveva violato sulla pubblica via una ragazza che, resa madre, aveva esposto la bambina in una cestella piena di balocchi, raccolta poi dalla cortigiana Melenide; aveva poi sposato la fanciulla violata e con lei aveva proposto di ritrovare la figlia. La quale alla fine, con l'aiuto del servo Lampadione, viene ritrovata e riconosciuta: Selenio e Alcesimarco coronano così il loro sogno d'amore); Epidico (Epidicus), del 195 a.C.: il giovane Stratippocle s'innamora prima di una schiava suonatrice, riscattata da suo padre, poi, rientrato dalla guerra, di una fanciulla prigioniera che, con l'aiuto del furbo Epidico, riesce a comperare con il denaro preso a un usuraio. Alla fine si scopre che la prigioniera è la sorella del giovane, che così può sposare la schiava suonatrice. La commedia, che si interrompe bruscamente, piacque tanto a Plauto che la definì la "sua creatura prediletta"); Bacchidi (Bacchides); La commedia degli spettri (Mostellaria); La commedia degli scambi (Menaechmi), del 206 a.C.: l'incredibile somiglianza di due gemelli, Menecmo I e II, separati sin dalla fanciullezza, produce una serie di divertenti equivoci. La vicenda si svolge a Epidamno, dove Menecmo II va alla ricerca del fratello: da qui una serie di equivoci in cui sono coinvolti l'amica di Menecmo I, Erozio, il suo cuoco, il parassita di Menecmo I, Penicolo e la moglie. Quando i due Menecmi sono ritenuti pazzi e bisogna ricorrere all'opera dei medici, essi si trovano l'uno dinanzi all'altro davanti alla casa di Erozio e tutto si chiarisce: i fratelli ricongiunti si trasferiscono insieme a Siracusa. La commedia deriva da un modello greco, Isimili di Posidippo; Il mercante (Mercator), del 212-10 a.C.: è la commedia della rivalità amorosa tra padre e figlio, Demifone e Carino, per una bella schiava che Carino ha condotto da Rodi; ma Demifone, in conseguenza di un sogno premonitore, fa comperare al porto la fanciulla dall'amico Lisimaco, per poterla godere in casa sua, data l'assenza della moglie Dorippa. L'intervento tempestivo della madre viene in soccorso del figlio e delude e mortifica il vecchio Demifone. La commedia che ha somiglianze con la Casina, deriva dall'originale greco di Filemone; Pseudolo (Pseudolus); Il piccolo cartaginese (Poenulus), del 189-8 a.C.; in seguito a rapimento avvenuto in tenera età vivono a Calidone Etolica il giovinetto Agorastocle e le sue due cugine Adelfasio e Anterastile, che sono in potere dello sfruttatore Lico. Il cugino e le due sorelle abitano in case contigue: anzi Agorastocle è innamorato di una di loro, ma Lico è troppo esigente: tuttavia viene a cadere nella trappola tesagli da Milfione, schiavo di Agorastocle, che riesce infatti a citare lo sfruttatore in tribunale. Giunge anche da Cartagine Annone in cerca delle figlie rapite e si rifugia nella casa di un suo vecchio ospite. Qui riconosce il nipote e con lui va nella casa di Lico, dove con l'aiuto della nutrice riconosce le due figlie perdute. La commedia si ispira a un esemplare greco, di autore ignoto, in cui sono intercalati con fine accorgimento anche brani punici, di particolare interesse per gli spettatori romani, che così sentivano sulla scena la parlata del popolo vinto. Una prima redazione del Poenulus portava il titolo di Patruos, cioè Lo zio); Il Persiano (Persa),scritta dopo il 196 a.C., è la commedia degli schiavi rappresentati nel loro mondo basso, licenzioso, malizioso; l'astuto servo Tossilo, che dirige la casa in assenza del padrone, vuole riscattare la sua bella Lemniselene, in potere di Dordalo, e perciò si fa dare in prestito dallo schiavo e amico Sagaristione una certa somma che il padrone gli ha dato per l'acquisto di una coppia di buoi. L'amico è pronto a cedere la somma a tutto suo rischio, ma Tossilo pensa di farsi rimborsare la somma dallo stesso Dordalo con una falsa lettera del padrone che gli raccomanda un persiano giunto in Grecia per vendere una bella schiava araba. Il persiano non è altri che Sagaristione, il quale così truccato trascina con sè una sedicente schiava: è la figlia virtuosa del parassita Saturione che si è prestato al gioco. Alla fine Dordalo è privato della fanciulla e del denaro e viene citato in tribunale, mentre Tossilo fra le risa degli schiavi invitati a banchetto celebra la sua vittoria e la liberazione della fanciulla amata. L'opera deriva forse da modelli diversi, in particolare della commedia di mezzo; l'accenno all'Arabia e ai Persiani secondo il Mayer è solo un'invenzione fiabesca di Tossilo per indicare una regione estremamente lontana); La gomena (Rudens), del 204-205a.C., è ritenuta per ricchezza di motivi e profondità di sentimenti una delle migliori produzioni di Plauto e risale come modello a Difilo. La trama è molto semplice: l'ateniese Demone ha smarrito una sua bambina, Palestra, che è stata ora comperata a Cirene dal lenone Labrace; a Cirene presso il tempio di Minerva vive anche il povero Demone, ridotto quasi alla miseria in seguito a dissesti economici. Di Palestra, che è ormai una bella ragazza, si è innamorato il giovane Pleusidippo, parente di Demone, che ha già pattuito il prezzo del riscatto. Labrace fugge con la ragazza alla volta della Sicilia, ma lo coglie la tempesta e la nave fa naufragio. Palestra assieme a una sua compagna è spinta a riva ed entrambe si rifugiano nel tempio; un baule contenente tutti gli oggetti necessari per il riconoscimento di Palestra, caduto in mare durante la tempesta, viene ripescato da Gripo servo di Demone, ma gli è contestato da Tracalione, servo di Pleusidippo. Nel frattempo anche Labrace, giunto a riva, venuto a sapere che le due donne sono ospitate nel tempio, corre a reclamarle. Le difendono Demone e i suoi schiavi armati di bastone: Demone poi deve anche decidere sulla contesa del baule, ma attraverso i contrassegni riconosce in Palestra la figlia smarrita, la quale sposerà Pleusidippo, mentre i servi di Demone avranno la libertà. Anche qui, come in altre commedie di Plauto, si riscontrano tutti i motivi della commedia nuova greca: il trafugamento della fanciulla, il riconoscimento, le nozze finali, anche se l'amore vi trova pochi cenni. Bella la figura di Demone, che ha un dolore senza pace per la perdita della figlioletta; Stico (Stichus), del 200 a.C., deriva dai Fratelli di Menandro, ridotta da Plauto per potervi introdurre una successione di scene mimiche. La commedia prende inizio dal ritorno in famiglia di due fratelli, Epignomo e Panfilippo, che hanno sposato due sorelle, Panegiri e Panfila: in realtà i due erano partiti per tentare il commercio, dopo avere dissestato tutto il loro patrimonio; ora, dopo tre anni, ritornano attesi con fiducia dalle loro mogli contro la volontà del loro padre, che le esorta al divorzio. Chi non è allegro è Gelasimo, il parassita di casa, a cui Pinacio, servo di Panegiri, ha riferito che i padroni arrivano con altri parassiti. Ed ecco arrivare i mariti: avviene la conciliazione con il suocero e tutto si conclude con un grande banchetto che Stico, schiavo di Epignomo, offre al compagno Sagarino e all'ancella Stefanio, loro comune amante. Qui dell'avventuroso c'è solo il lato negativo, come l'assenza da casa dei due mariti, la mancanza di notizie, il dramma di due giovani mogli abbandonate e afflitte. Dal tono scorato delle prime scene di tipo menandreo, si passa alla fine a un'atmosfera familiare resa più comica dal festino degli schiavi); Il trinummo (Trinummus), Il truculento (Truculentus), del 189 a.C., commedia molto lacunosa: Stratulace, schiavo di Strabace, giovane possidente di campagna, assieme all'ateniese Dinarco e al soldato Stratofane, è sfruttato con impudenti artifici dall'etera Fronesio, che vuole anche gabellare a Stratofane un fanciulletto abbandonato, come fosse suo figlio: alla fine si scopre che il bambino è il figlio di Dinarco, mentre il rude Stratulace è ammansito dalla schiava Astafio. Il personaggio meglio riuscito, attento alla commedia nuova, è Fronesio, con tutti i suoi maneggi di donna esperta della psiche umana, con i suoi tre amanti di condizione sociale diversa: non è sfruttata, ma sfrutta con intelligenza; La commedia del baule (Vidularia), pervenutaci in appena 120 versi: l'intreccio pare simile a quello di La gomena: gli elementi sono un giovane figlio di ignoti, un segno di riconoscimento dentro un baule perduto in mare, che, ripescato porta infatti all'immancabile riconoscimento. Pare che la commedia derivi da un testo di Difilo, Il soldato fanfarone (Miles gloriosus).

Le commedie di Plauto, fra le tantissime che gli furono attribuite dall'antichità, attestano la fecondità e la vis comica dell'autore: alcune erano accompagnate da "didascalie" (sono rimaste solo quelle dello Stichus e dello Pseudolus); in altre esiste un prologus, dialogato o recitato da un solo attore, che ha il compito di fornire informazioni. Elementi della commedia plautina sono l'astuzia e la fortuna, il riconoscimento, la somiglianza, gli scambi di persona; i personaggi si riducono a tipi, come lo schiavo astuto, il vecchio rispettabile e bonario, o quello lascivo e abietto, il parassita, il soldato millantatore, i giovani innamorati e traviati da una bella schiava, i servi confidenti, l'usuraio: la donna come madre o moglie compare di rado, agiscono quasi sempre la cortigiana, la bella schiava o la mezzana. Orazio attribuisce la fortuna di Plauto ai rozzi costumi del suo tempo; Cicerone invece definisce il genere comico plautino "elegante, urbano, ingegnoso, faceto"; infatti la teatralità di Plauto consiste proprio in questa rapida e decisa presentazione di tipi per cui lo spettatore non ha il tempo di riflettere, ma soltanto di cogliere il tipo. La comicità non sempre è felice, ma si sa che Plauto non scriveva per senatori o magistrati: il suo è il teatro più rumorosamente e schiettamente popolare.

 

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