Romanzo
storico in tre volumi di Riccardo Bacchelli (1891-1985),
pubblicato a Milano tra il 1943 e il 1944.
L'opera
abbraccia le vicende di un secolo di storia, dalla tragica
ritirata delle truppe napoleoniche sconfitte in Russia nel
1812 fino alla battaglia vittoriosa dell'esercito italiano
sulle rive del Piave (1918): come teatro principale degli
avvenimenti ha la pianura padana, da Casale al mare:
protagonisti sono gli Scacerni, una famiglia di mugnai nella
successione di quattro generazioni. I tre volumi, che
compongono il romanzo, preceduto da un prologo, sono: Dio ti
salvi, La miseria viene in barca, Mondo vecchio sempre
nuovo; il titolo del romanzo e certi particolari del
racconto, come il fiume in piena, ricordano Ilmulino sulla
Floss di George Eliot. Nel prologo l'autore dice di
affrontare il racconto con sentimento poetico e storico:
"Mulini del Po: si contano forse sulle dita ed ogni anno
scemano e per scoprirli bisogna andare apposta a cercarli...
tanto pochi, nella vastità molle e potente del fiume
serpeggiante". E ancora: "Un secolo passato con il fiume e
come il fiume... dal tempo in cui gli Italiani di Napoleone
in Russia subivano al passaggio del fiume Vop un disastro
particolare simile a quello imminente e generale della
Beresina fino al passaggio vittorioso del Piave nella
battaglia di Vittorio Veneto". Inizia poi il racconto, che
si incentra dapprima sulla figura di Lazzaro Scacerni, il
quale edifica la sua fortuna con ricchezze di provenienza
sacrilega e la conseguente costruzione di un mulino. Dopo le
prime difficoltà, il lavoro si avvia bene e la fortuna
economica aumenta. Passano gli anni: Lazzaro, che ha con sè
tre aiutanti (il Beffa, Malvasone e Schiavetto), si compera
un pezzo di terra, si costruisce una casetta e si sposa con
Dosolina Malvegoli; ma del mulino ora incominciano a
servirsi anche i contrabbandieri con la complicità di
Lazzaro. In una notte di tempesta quando il fiume sembra
voler rompere gli argini e travolgere ogni cosa, Lazzaro
corre a difendere il suo mulino. Ma nella lotta tremenda che
deve sostenere con le forze della natura rimane ferito; la
"roba" però è salva. Nasce intanto dal matrimonio con
Dosolina un figlio, Giuseppe, mentre Lazzaro deve combattere
contro le prepotenze di alcuni contrabbandieri, e Argia,
sorella di Dosolina, si prostituisce agli Austriaci per
salvare se stessa e il padre, compromessi in conseguenza dei
moti del '31. Giuseppe intanto cresce completamente diverso
dal padre, non vuole fare il mugnaio, non ha scrupoli
morali, è abilissimo negli intrighi e negli inganni, in ciò
aiutato dalla madre e dalla zia. Verso la fine del '39, in
seguito a una nuova piena del Po, Lazzaro, ormai solo e
quasi abbandonato da tutti, accoglie nella sua casa Cecilia
Rei, il cui padre è morto annegato mentre tentava di salvare
il mulino; la tratta come una figlia consolandosi del suo
affetto. Termina così il primo volume con una sentenza di
Lazzaro: "Il mondo è una matassa; o che vogliamo dipanarla o
che vogliamo arruffarla, il capo sta sempre in mano di chi
ci ha fatto e sa lui come e perchè". Nel secondo volume
prende rilievo e importanza la figura di Giuseppe,
soprannominato il "Coniglio mannaro", sempre spinto
dall'esasperata, angosciosa lotta per far soldi; il denaro,
affidato alla zia Argia, col ritorno dello Stato pontificio
nelle sue terre ha perso ogni valore e questo fa esasperare
sempre di più Coniglio mannaro, che attraverso imbrogli e
ricatti riesce a sposare la buona Cecilia, con sommo
dispiacere di Dosolina e Lazzaro. Dal matrimonio, pur non
felice, nascono sette figli, quattro maschi (Lazzarino,
Giovanni, Princivalle, Antonio) e tre femmine (Maria,
Dosolina, Berta), mentre muoiono a causa di un'epidemia di
colera Lazzaro e Dosolina proprio nel giorno in cui nasce
Lazzarino, il primogenito di Coniglio mannaro. Questi, poi,
ancora con imbrogli riesce a impadronirsi della terra di
Pietro Vergoli, un noto contrabbandiere. Passano gli anni,
cessa il governo papale e comincia a diffondersi la
propaganda garibaldina: Lazzarino, entusiasta della causa
garibaldina, fugge una notte per seguire i garibaldini, ma
viene ucciso presso Mentana: "C'è sempre un colpo in
ritardo, una palla persa". Coniglio mannaro rimane quasi
inebetito dal dolore, poi riprende con maggior lena il
lavoro; ma ecco che il fiume rompe di nuovo gli argini e lui
si dà da fare per salvare ogni cosa: sta per annegare ma
viene salvato da Cecilia: Giuseppe è salvo, ma tutto il
resto è perduto; ecco la miseria, le malattie, i torbidi, la
fame: "La miseria viene in barca": Coniglio mannaro
impazzisce. Nel terzo volume viene svolta la storia di
Cecilia e dei suoi figli: si sviluppa in forma più profonda
l'astio di Cecilia verso il marito, che però muore dopo poco
tempo liberandola da un triste incomodo. Il fisco diventa
più esigente e Cecilia più incline a frodarlo. Per salvare
uno dei mulini, Princivalle, su consiglio della madre,
incendia il San Michele, ma viene subito dopo arrestato,
perchè sospettato di incendio doloso. Quando esce di
prigione, trova una situazione cambiata: miseria dovunque in
una zona dominata da Clapasson; già si avvertono i primi
sintomi di ribellione: i Verginesi, contadini che lavorano
nei terreni di Clapasson, si uniscono in una lega, ma
vengono licenziati. La lega allora dichiara lo sciopero, ma
gli Scacerni non vi aderiscono e continuano a macinare il
grano per Clapasson. Viene licenziata pure Berta in servizio
presso i Verginesi; perfino Dosolina viene allontanata dai
fornai dove presta la sua opera. La lotta si esaspera anche
per l'intervento dei soldati; inoltre, in seguito a false
dicerie, Princivalle esasperato uccide Orbino, nipote dei
Verginesi e fidanzato di Berta; quindi si costituisce. Siamo
all'epilogo del romanzo: muore Cecilia, Princivalle viene
condannato, e Dosolina ha un magnifico figlio, cui dà il
nome di Lazzaro. Lazzaro sarà poi chiamato nella guerra
1915-1918 e morirà il 28 ottobre 1918 per un colpo di
granata presso il ponte "su un fiume perduto nel tempo, che
volge e rivolge coi giorni e con noi ogni cosa nel segreto
di Dio". Romanzo assai ampio, dove "il gusto commentatorio e
moralistico si intreccia in una struttura potente e solenne"
(G. Marzot) , pieno di avventure, disgrazie e momenti di
serenità descritti con cordiale amicizia e con intuizione
romantica; manca la morale manzoniana, nè s'avverte la
pietas verghiana: qui Bacchelli racconta per la gioia di
esistere, per il gusto di scoprire la vita nel "piccolo" di
una famiglia e nel "grande" dell'umanità. Forse uno dei
personaggi migliori è quello del capolega nel terzo volume,
quando l'autore accenna ai primi scioperi socialisti della
valle padana, esperienze vissute di persona e verso le quali
manifesta aperto disgusto. Non c'è nemmeno il problema
religioso, ma quando Bacchelli vi si imbatte, ostenta un
ossequio esagerato "da sembrare untuoso" (G. Raya). Tuttavia
la poesia esiste, e la si nota nella tematica generale
dell'uomo, nello sforzo gigantesco per la sopravvivenza,
nella contrapposizione dell'indole fluviale a quella
contadina, nella operosità del popolo, nell'amore coniugale
di Lazzaro e Dosolina o di Giuseppe e Cecilia. Lo stile però
è debole, la sintassi in genere poco chiara.