POESIA - ANNA ACHMATOVA

    

Requiem


Anna Achmatova (Kiev 1889 - Mosca 1966)

Poetessa russa. Fece parte del gruppo acmeista, al quale si può riferire la raccolta di versi La sera (1912). Nelle raccolte successive (Il rosario, 1914; Lo stormo bianco, 1917) il clima intimo si fonde con l'impianto classico. L'Achmatova si tenne in disparte rispetto alla Rivoluzione, ma non volle lasciare il suo Paese. Dopo Presso la riva del mare (1921) e Anno Domini MCMXXI (1922), l'Achmatova fu costretta, per ragioni politiche, a un lungo silenzio, interrotto solo da dense liriche.

Requiem
Poema pubblicato in Germania nel 1963, scritto fra il 1935 e il 1940.

L'opera, una delle più pure e profonde dell'autrice, fu scritta per esprimere l'angoscia della poetessa, provocata dall'arresto di suo figlio Lev Gumilev, avvenuto nel pieno delle persecuzioni staliniane, il 13 marzo 1938. Non era colpevole di nulla, Lev Gumilev, se non di essere figlio del poeta Nikolaj Gumilev, che era stato fucilato nel 1921come controrivoluzionario. Anna Achmatova per 17 mesi si recò al carcere dove il figlio era in attesa della condanna, a Leningrado: era una lunghissima fila fatta quasi tutta di donne, madri e mogli, fidanzate, parenti, che portavano pacchi da consegnare ai loro congiunti incarcerati. Ciascuno ogni volta aveva il terrore di sentire che il pacco non era accettato: ciò voleva dire che il loro congiunto era stato fucilato. Lev Gumilev fu poi deportato nel nord, quindi, in seguito a sua domanda, arruolato come volontario al fronte. Al ritorno, fu di nuovo mandato a un campo di lavoro in Asia per finire di scontare la pena. Fu liberato solo nel 1949. Il tema di Requiem è dunque l'angoscia dell'attesa di portare il pacco al figlio in carcere. L'angoscia, la disperazione del futuro non si limita a questo sia pur profondo dolore individuale: si allarga, diventa pianto di tutto un popolo oppresso, un grido di speranza perchè crollino le mura delle carceri e cessino le persecuzioni compiute in nome di un ideale che era stato stravolto. Nella prefazione la poetessa dice: "...una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me [nella fila] e che certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore ... e mi domandò all'orecchio: "Ma lei può descrivere questo?" E io dissi: "Posso". Allora una specie di sorriso scivolò per quello che una volta era stato il suo volto" (trad. di C. Riccio). Nell'epilogo leggiamo: "Per loro ho intessuto un'ampia coltre / di povere parole, che ho inteso da loro. / Di loro mi rammento sempre e in ogni dove, / di loro neppure una nuova disgrazia mi scorderò, / e se mi chiuderanno la bocca tormentata / con cui grida un popolo di cento milioni, / che esse mi commemorino allo stesso modo / alla vigilia del mio giorno di suffragio".



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