Emily Dickinson (Amherts
1830 - 1886)
Poetessa statunitense.
La più grande lirica americana del sec. XIX. Si ritirò nella
casa paterna e condusse vita appartata. La sua opera, con
l'eccezione di sette poesie sulle 1775 scritte, rimase
inedita fino alla sua morte, e solo nel 1955 apparve la
prima edizione critica.
Poesie
Le 1775 poesie scritte dalla Dickinson sono la traccia più
vistosa e concreta della sua vita: "Questa è la mia lettera
al mondo, / Che a me non ha scritto" (dalla poesia n. 441,
1862). Fu una vita trascorsa quasi interamente nel villaggio
di Amherst, nel Massachusetts, anzi (dal 1861-1862 in avanti,
per 25 anni) esclusivamente nella casa paterna. Le poesie
registrano la storia di un'anima appassionata, dato che gli
scarsi eventi esteriori della sua vita quotidiana vi sono,
semmai, appena accennati con rapide ed enigmatiche allusioni.
Anche le sue lettere trasfigurano gli eventi più comuni
proiettandoli in una sfera metafisica; così Emily scriveva
di sè nel 1862 al critico Thomas Wentworth Higginson, cui si
rivolse per avere un giudizio sulle sue prime poesie: "Sono
andata a scuola, ma nel senso che voi date alla frase non ho
ricevuto nessuna istruzione. Da bambina ebbi un amico che mi
insegnò l'Immortalità; ma essendovisi egli stesso avvicinato
troppo, non tornò più. Poco dopo il mio tutore morì e per
molti anni il dizionario fu il mio unico compagno. Poi ne
trovai un altro, ma non era soddisfatto di avermi come
allieva, così se ne andò". Forse la Dickinson allude a
Benjamin Newton (un avvocato, morto giovane, che lavorava
nello studio legale del padre della scrittrice, e che le
fece conoscere le opere di Emerson) e al reverendo Charles
Wadsworth, sposato e padre di due figli, che pose fine alla
loro amicizia facendosi trasferire in California. Molte
poesie rivelano un'appassionata tensione sentimentale, ma è
difficile stabilire attribuzioni sicure in base alle vaghe
allusioni delle poesie e delle lettere: "Cuore! Noi ci
dimenticheremo di lui! / Tu ed io - stanotte! / Tu potrai
dimenticare il calore che egli emanava, / io dimenticherò la
luce! // Quando tu avrai finito, ti prego, dimmelo / così
che io possa incominciare subito! / In fretta! Che io non
debba, mentre tu indugi, / ricordarmi di lui!" (poesia n.
47, 1858 circa). Oppure: "Se tu dovessi venire in Autunno, /
caccerei via l'Estate / con un mezzo sorriso, e una mezza
smorfia, / come le Massaie scacciano una Mosca" (poesia n.
511, 1862 circa). Emily Dickinson scrisse la maggior parte
delle sue poesie negli anni fra il 1858 e il 1865,
vergandole su foglietti che poi cuciva insieme e riponeva
nel cassetto. Di solito ne faceva tre versioni, accludendone
talvolta una nelle lettere inviate agli amici: manca perciò
una versione definitiva, e questo ha costituito un grosso
problema per l'ordinamento sistematico delle sue opere.
Ancorchè sollecitasse di quando in quando il giudizio di
amici o conoscenti, la poetessa era contraria a pubblicare
le proprie poesie, sicchè solo tre di esse vennero stampate
lei vivente. Il suo isolamento affettivo, sociale e
culturale ha preservato, nel bene e nel male, le
caratteristiche originarie del suo genio, contraddittorio ed
elusivo. Una prima edizione delle poesie comparve nel 1890 a
opera di Higginson e di Loomis Todd, su suggerimento della
sorella di Emily, Lavinia. Nel 1914 la nipote Martha
Dickinson Bianchi pubblicò altre poesie nel volume Il
segugio solo (The single hound) : molte di esse erano
dedicate alla più cara amica di Emily, Susan (Sue) Gilbert,
moglie del fratello della poetessa, Austin; la Dickinson la
chiamava "sorella", "l'unica stella / che ho trascelto fra
le tante della vasta notte" (poesia n. 14, 1858). Del 1945 è
una nuova raccolta, Dardi di melodia (Bolts of melody) e del
1955 l'edizione critica delle Poesie di Emily Dickinson a
cura di Thomas H. Johnson. Le sue composizioni, brevi,
concentrate, scheggiate quasi dai trattini che sostituiscono
la punteggiatura convenzionale, non rivelano una particolare
cura formale; molte di esse non furono più rivedute
dall'autrice, e questo spiega il carattere sperimentale di
numerosi frammenti. La scarsa rifinitura può essere dovuta
appunto all'isolamento culturale in cui la Dickinson aveva
scelto di vivere, e al fatto che non pensava di pubblicare
le proprie composizioni. Spesso però la sprezzatura formale
sembra essere parte integrante dell'intuizione dickinsoniana,
un'intuizione fulminea che non tollera trapassi e mediazioni:
"Fugge così il prato fantasma / Davanti all'Ape affannata" (poesia
n. 20, 1858 circa). L'affanno della poetessa diventa
l'affanno dell'ape "cui manca il fiato", cui il prato, nel
volo discontinuo, fluttua davanti come un incerto fantasma.
Questo affanno raggiunge talvolta punte estreme; ecco
l'inizio della poesia n. 30 (1858 circa): "Alla deriva! Una
barchetta alla deriva! / E la notte sta calando! / "Nessuno"
vorrà guidare una barchetta / Fino alla città più vicina?".
Oppure: "Almeno - pregare rimane - rimane - / oh Gesù -
nell'Asia - / non so quale sia la tua camera, - / e busso -
dappertutto - / Tu provochi Terremoto nel Sud - / e il
Maelstrom, nel Mare - / Di', Gesù Cristo di Nazareth - / non
hai un Braccio per me?" (poesia n. 502, 1862 circa). Una
visione del mondo intimamente religiosa, permeata di
calvinismo, si accoppia così a una sensibilità poetica
straordinariamente moderna e anticipatrice pur nei suoi
agganci con la tradizione metafisica inglese del Seicento.
Nel giardino di Emily il presente e l'eternità, il naturale
e il soprannaturale si danno la mano: "Il presentimento - è
quella lunga Ombra - sul Prato / indicante che i Soli
tramontano - / L'Avviso all'Erba trasalita / che l'Oscurità
- sta per passare -" (poesia n. 764, 1863 circa). I temi
principali della Dickinson sono essenzialmente tre: la morte,
Dio, l'amore (platonico o addirittura immaginato). Non
mancano tuttavia poesiole scherzose, rapide notazioni sul
mutare delle stagioni o sugli animaletti (passeri, api) che
popolano il suo giardino, piccole ballate, poesie concettose
di gusto secentesco, paradossali, pervase di sagace ironia:
"So guardare il Dolore - / pozze intere di esso - / ci sono
abituata. / Ma il minimo urto di Gioia / mi imbroglia i
piedi / e ruzzolo - ubriaca" (poesia n. 252, 1861 circa) .
EMILY DICKINSON