Pier Paolo Pasolini
(1922-1976).
Le raccolte delle poesie di Pasolini sono varie; si citano
in particolare I pianti (1946), La meglio gioventù (1954),
Le ceneri di Gramsci (1957), La religione del mio tempo
(1962), Transumanar e organizzar (1970). Pare che la musa di
Pasolini sia la disperazione: "Impotente alla scelta, egli è
dilaniato nello stesso tempo dall'odio e dall'amore" (C.
Salinari); è infatti evidente che il poeta ha una grande
capacità di esprimere il tormento dell'anima insidiata
dall'angoscia e dalla ribellione e purificata dalla pietà.
Il luogo poetico della sua ispirazione è la grande città, in
particolare Roma: "Dove vai per le strade di Roma / sui
filobus o i tram in cui la gente / ritorna? In fretta,
ossesso, come / ti aspettasse il lavoro paziente / da cui a
quest'ora gli altri rincasano? / E' il primo dopocena,
quando il vento / sa di calde miserie familiari / perse
nelle mille cucine, nelle / lunghe strade illuminate, / su
cui più chiare spiano le stelle. / Nel quartiere borghese,
c'è la pace / di cui ognuno dentro si contenta / anche
vilmente, e di cui vorrebbe / piena ogni sera della sua
esistenza. / Ah, essere diverso - in un mondo che pure / è
in colpa - significa non essere innocente ... / Ma nei
rifiuti del mondo nasce / un nuovo mondo: nascono leggi
nuove / dove non c'è più legge, nasce un nuovo / onore dove
onore il disonore ... / Nella facilità dell'amore / il
miserabile si sente uomo: / fonda la fiducia nella vita,
fino / a disprezzare chi ha altra vita. / I figli si gettano
all'avventura / sicuri d'essere in un mondo / che di loro,
del loro sesso, ha paura. / La loro pietà è nell'essere
spietati, / la loro forza nella leggerezza, / la loro
speranza nel non avere speranza". (Serata romana, da La
religione del mio tempo): in questa lirica sono
rappresentati i sentimenti, gli impulsi e le leggi che
governano la vita degli emarginati, di quei rifiuti della
società ai quali è diretta la comprensione del poeta. Molto
delicata e quasi di sapore foscoliano è la lirica Vicina
agli occhi ... (da Diario): "Vicina agli occhi e ai capelli
sciolti / sopra la fronte, tu piccola luce / distratta
arrossi le mie carte. / ... Ora dove egli sia tu, rossa luce,
/ non dici, eppure illumini, e sospira / per le campagne
inanimate il grillo, / e mia madre si pettina allo specchio
/ usanza antica, come la tua luce / pensando a quel suo
figlio senza vita": la vecchia lampada arde anche ora vicino
agli occhi del poeta per illuminare il lavoro notturno: le
cose intorno non sono mutate, ma c'è la loro implacabile
indifferenza verso i sentimenti umani. Ne Le ceneri di
Gramsci, che è quasi un poemetto, Pasolini nota come a un
decennio dalla fine della Seconda guerra mondiale siano
crollate tutte le illusioni di ricostruire su basi nuove il
mondo: "In esso c'è il grigiore del mondo / la fine del
decennio in cui ci appare / tra le macerie finito il
profondo / e ingenuo sforzo di rifare la vita"; di fronte
alle speranze gramsciane di voler riscattare gli umili
dall'oppressione il poeta si sente indeciso, se mai sente di
amare il popolo non per la "millenaria sua lotta", ma per la
"sua allegria, la sua natura"; "come / d'un popolo di
animali, nel cui arcano / orgasmo non ci sia altra passione
/ che per l'operare quotidiano"; onde la domanda finale a
Gramsci: "Mi chiederai tu, morto disadorno / d'abbandonare
questa disperata / passione di essere nel mondo?", e quella
che Pasolini nella chiusa della lirica rivolge a se stesso:
"Ma io, con il cuore cosciente / di chi soltanto nella
storia ha vita, / potrò mai più con pura passione operare, /
se so che la nostra storia è finita?". Come avverte G.
Pampaloni, nella coscienza "delle contraddizioni, che oggi
impegnano l'intellettuale moderno, tra libertà e marxismo
sta il contenuto della poesia di Pasolini".