POESIA - RAINER MARIA RILKE

    

Elegie di Duino (Duineser Elegien)


Raccolta di dieci elegie dello scrittore e poeta tedesco Rainer Maria Rilke (1875-1926).

Iniziate dal poeta praghese nel 1912 durante un soggiorno nel castello di Duino, presso Trieste, dove era ospite della principessa Marie von Thurn und Taxis-Hohenlohe, furono completate poi nel 1922 nel castello di Muzot, e pubblicate nel 1923. La quinta e l'ottava hanno una particolare dedica: rispettivamente a Hertha Kònig e a Rudolf Kassner. Scritte su metro e modello greco, sono forse l'opera rilkiana che ha attinto maggiore celebrità, insieme ai Quaderni di Malte Laurids Brigge e La ballata dell'amore e della morte dell'alfiere Cristoforo Rilke. In effetti ne costituiscono, insieme con i Sonetti d'Orfeo, il culmine di ispirazione e di espressione poetica, la quintessenza di tutto il mondo rilkiano che (a seguire la maggior parte dei critici, tra cui il Rocca) si accentra "nel volto di Dio e nelle cose". La materia è oltremodo fluida e impalpabile: è lirica d'atmosfera e di sensi riposti. La prima elegia è dedicata agli angeli, creature predilette da Rilke in tutta la sua opera, sul cui volto il poeta ricerca i riflessi dei nostri più alti e durevoli sentimenti e pensieri, creature di tramite tra il "di qua" e il "di là". Agli angeli è dedicata anche la seconda elegia, ai loro volti tanto luminosi che non si possono guardare, "specchio" della loro stessa bellezza. Il confronto con l'aura angelica degli amanti è il naturale corollario del pensiero poetico. La terza elegia è dedicata al sangue, ch'egli definisce "fiume divino" ovvero "fiume che proviene da Dio". Il poeta immagina che l'uomo s'incontri con il sangue ancestrale già prima di esistere nel grembo materno e a quel sangue, cui deve essere compimento e futuro, aneli tornare, nel buio di un colloquio incessante con le stirpi che furono. La quarta elegia invoca gli alberi della vita che il poeta vede fiorire e avvizzire nel giro di un attimo di coscienza, riprendendo il motivo, riscoprendone poi il cammino a partire dall'infanzia umana cui gli alberi sono particolarmente devoti. La quinta elegia è dedicata agli eterni viandanti, pieni di fantasia e di nostalgia, cui soltanto un angelo può additare la via giusta. La sesta invoca l'albero di fico, la cui singolarità consiste nel tendere con tutti i suoi umori subito al frutto, prima ancora che alle foglie e saltando il fiore. Questa tensione vitale è un felice spunto per il poeta, uno spunto di paragone inverso con la vita umana, che indugia a lungo nella fioritura ed è tarda a preoccuparsi del frutto, se mai lo raggiunge. Spesso è il giardiniere Morte a cogliere i fiori e a impedire i frutti, così nei giovani morti precocemente come negli eroi che loro somigliano nel destino. Giovane vorrebbe essere anche il poeta, aver avuto in sorte la forza prenatale di Sansone e la sua vita eroica. La settima elegia è di varia e vaga ispirazione e straordinaria audacia di linguaggio: il mondo interiore appare al poeta come il vero, autentico mondo, poichè la realtà esterna non è che mutamento perenne, non è che fuga continua d'immagini e di sentimenti. E ancora è un angelo il suo interlocutore, giudice dello svanire d'ogni cosa anche più grande e possente. Nell'elegia ottava il paragone è tra l'animale e la creatura umana: il primo, dice il poeta, è diretto fin dal suo inizio a una libertà, a luoghi aperti che la seconda non conosce, poichè vincolata dal destino e dalla sua contemplazione. L'unica mestizia negli animali è data dal ricordo, anche per loro, di un bene perduto che confrontano tacitamente con la seconda, triste, esistenza. L'uomo invece è spettatore di se stesso, del proprio farsi, e solo come in uno specchio gli è dato a tratti intravedere la libertà che non possiede. L'elegia nona svolge l'interrogativo: perchè l'individuo tende al destino, all'alloro, alla felicità? Non perchè essi "esistano", ma perchè l'esistere stesso, pur così mutevole e fuggevole, è di per sè una cosa grande e augusta e perchè l'esistenza ha bisogno di noi mutevoli e fuggevoli. L'ultima elegia è forse la più complessa: un grido di contrastante sentire, di aggrovigliato scontrarsi di temi: inizia con un inno alle notti, che sono al poeta "luogo, giaciglio, abitazione, rifugio"; a esse paragona tutte le altre "stazioni" del mondo ove non vi è rifugio alcuno, se non per il "lamento" e il "dolore".
La lunga elegia (la più lunga di tutte) con un crescendo dolente diviene quello che tutti aspirano a essere: musica e oracolo. Dice il Rocca che non "vale ricercar troppo precisi significati a questa poesia. Per la prima e per l'ultima volta in Rilke il linguaggio si fa orfico, pitico, oracoleggiante. Per la prima e per l'ultima volta la lirica consumando ogni involucro oggettivo, divampa in estasi musicale".



Rainer Maria Rilke


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