Le illuminazioni
Le poesie (in forma di prosa) di questo volume sono 42: esse
vennero raccolte da Verlaine e pubblicate nel 1896. Uscirono
poi nell'edizione delle Opere del 1897. Non si è certi che
il titolo sia di Rimbaud, giacchè il manoscritto non porta
alcun titolo. Verlaine però afferma che tale fu il titolo
che voleva dare a queste poesie l'autore: un titolo che
andrebbe tradotto, alla lettera, Miniature (si tratta di
brevi e brevissime poesie); ma Rimbaud volle probabilmente
giocare sull'equivoco del termine francese, che indica anche
visione, intuizione, cioè illuminazione. Si tratta delle
poesie tra le più belle di Rimbaud: scritte in un linguaggio
veramente nuovo, ardito, senza rima, con un lessico
straordinariamente ricco, con ritmi spesso "infantili", con
visioni a volte allucinanti. Rimbaud "vede" nel proprio
cuore, nel cuore della natura, a mo' di poetaveggente.
Descrive l'indescrivibile. Trasforma in poesia la vertigine.
Il suo sogno era quello di ritornare alla purezza primitiva,
a prima del peccato originale: sogno folle, e destinato al
fallimento, come era destinata al fallimento anche
l'illusione di scrutare veramente nel cuore della natura. Il
mondo colto nelle Illuminazioni è composto di oggetti, di
cose, evocati in una loro assolutezza, in una luce velata
che sembra quella di chi vede il mondo sotto l'azione della
droga. Non esiste racconto: ma un presente in cui ritmi,
spazi, linee, sostituiscono il tempo. Ogni parola-oggetto è
il cuore di un'associazione, in cui, secondo linee astratte
musicali, si creano mondi luminosi in cui si sente l'odore
del cuore della natura, dei fiori, delle lepri, delle acque
e delle terre. La parola non comunica, non "dice", si è
liberata dalle sue funzioni servili, ha ritrovato la sua
realtà magica: ogni parola è un incantesimo. Anzi la parola
è la cosa: Rimbaud realizza l'ideale del panismo o
panenteismo, l'io e l'anima universale si incontrano. In
questo senso, come giustamente è stato osservato, Rimbaud ha
"bruciato" la lirica, distruggendo ogni descrittivismo: ogni
lirica descrittiva, difatti, dopo Rimbaud, può sembrare
insopportabile. Nelle Illuminazioni vengono fuori le vicende
personali del poeta, i suoi miti e le sue delusioni, le sue
allucinazioni. I paesaggi filtrati, scomposti, deformati e "ricreati"
nelle prose poetiche delle Illuminazioni sono diversi: vanno
da un "mondo dopo il diluvio" della prima Illuminazione
("Non appena l'idea del diluvio si fu calmata, / una lepre
si fermò fra i trifogli e le campanule che si muovevano e
disse la sua preghiera all'arcobaleno attraverso la tela del
ragno. / Oh, le pietre preziose che si nascondevano, i fiori
che già guardavano ..."), al paesaggio dell'infanzia, che la
droga permette al poeta di rivedere ("Fiori magici ronzavano.
I pendii lo cullavano. Circolavano bestie di una favolosa
eleganza. Sull'alto mare, fatto di un'eternità di lacrime
calde si addensavano le nubi"; "c'è una cattedrale che
scende, e un lago che sale"; "guardo a lungo il malinconico
bucato d'oro del tramonto"), a una Londra stravolta (Metropolitana),
alla figura evocata in un antico cammeo (Antique: il giovane
figlio di Pan, nel cui "ventre dorme il duplice sesso"), a
un'India fantastica nella quale il poeta moltiplica le
proprie personalità (Vite). E abbiamo certi paesaggi rapidi,
incantati, forse del sud, una Francia mediterranea favolosa:
"Un bel mattino, presso un popolo mitissimo, un uomo e una
donna splendidi gridavano sulla pubblica piazza: "Amici,
voglio che lei sia una regina". Ella rideva e tremava ... E
furono re e regina per tutta una mattinata ...". Questa
poesia potrebbe adombrare la passione di Rimbaud e Verlaine,
ma anche la storia del poeta e della sua anima. Più
semplicemente la poesia è un'esaltazione della gioia
assoluta che può nascere un giorno di primavera, quando due
giovani si amano e vedono riflessa nelle tende color mattone
dei negozi la loro stessa gioia. Nella Mattinata d'ebbrezza
la realtà, come dice lo stesso poeta, e quella che si "prova"
sotto l'effetto della droga. Ma diverse "illuminazioni" sono
dedicate alla "città moderna", proletaria, industriale,
sordida, opprimente, al suo "orrore", alla sua angosciosa
realtà: dalla quale il poeta vuole liberarsi ricercando,
appunto, l'erba primigenia, dopo il diluvio. Che cos'è
questo diluvio? Forse il sogno della Comune di Parigi, la
rigenerazione apocalittica dell'umanità? Di certo il modello
di questa "città moderna", disumana, è Londra.
ARTHUR RIMBAUD