Il lascito
Poemetto in 40 ottave
di versi ottonari a rima alternata del poeta francese
Francois Villon (1431-1463), noto anche sotto il titolo di
Petit testament (Piccolo testamento), composto nel 1456.
E' inverno, "sotto Natale, stagione morta, in cui i lupi
vivono di vento e in cui si resta in casa, per il gelo,
presso il tizzone": il poeta afferma di volersi recare ad
Angers in seguito a dispiaceri amorosi (in realtà era
costretto ad allontanarsi da Parigi per aver partecipato in
quello stesso anno a un furto al collegio di Navarra). Sul
punto di partire, ricorrendo al genere del "testamento",
diffuso in quel tempo, finge di voler fare dei lasciti agli
amici, ai conoscenti, ai nemici: si tratta di eredità
scherzose, oggetti di poco conto, cose che neppure possiede,
o semplici consigli. A Guillaume Villon, che lo aveva
allevato come un padre e gli aveva dato il suo cognome,
lascia la sua fama. Alla donna amata che l'ha così duramente
trattato, lascia come una reliquia il suo povero cuore. E
via via lascia i suoi legati all'amico bevitore, ai compagni
di ladrerie, ai poliziotti ("lascio loro due belle risse"),
agli ospedali ("lascio agli ospedali i telai delle mie
finestre tessuti di ragnatele") o ai poveri ("e a coloro che
giacciono sotto gli stalli, a ognuno un colpo sull'occhio,
tremare col viso accigliato, magri, irsuti, intirizziti,
corte le brache, logoro il mantello, raggelati, lividi e
scarni"). Inoltre a frati e beghine lascia saporiti bocconi,
capponi e grasse galline, al barbiere gli avanzi dei suoi
capelli, al ciabattino le sue scarpe vecchie, al rigattiere
i suoi abiti rattoppati. A interrompere questo gioco
bizzarro giunge il rintocco della campana della Sorbona che
suona l'Ave Maria ("che sempre alle nove suona il Saluto che
l'angelo annunciò"). Il poeta sospende di scrivere per
pregare e si smarrisce per colpa di dame Memoire . Quando si
riprende, l'inchiostro è gelato, la candela spenta: non gli
resta che addormentarsi tutto imbacuccato (tout en mouflè) e
concludere, lui che non ha altro che pochi spiccioli che
presto finiranno, il suo scherzoso testamento. Il Lais, pur
nella sua facile agilità, già ci rivela, come poi meglio il
Grande testamento, la personalità di Villon, la sua
esistenza disordinata e ribelle, il suo spirito ora gioioso
e spensierato, ora tormentato e amaro.
Il Grande testamento
Poemetto in circa 2000
versi del poeta francese Francois Villon (1431-1463),
composto nel 1461.
E' noto anche semplicemente come Le Testament (Il testamento)
; il titolo attuale lo distingue dal Petit Testament o Lais
(Il lascito) . Villon comincia con l'amaro ricordo della sua
dura prigionia a Meung-sur-Loire, l'invettiva contro il
vescovo di Meung, Thibauld d'Auxigny, la sua gratitudine
verso Luigi XI dal quale fu graziato. Poichè si sente debole
(ma più di beni che di salute), egli si appresta a fare
testamento: il tempo della giovinezza è passato ("piango il
tempo della mia giovinezza nel quale ho fatto baldoria").
Esso ha preso il volo, senza lasciargli nulla: se avesse
studiato, ora potrebbe avere una casa, un letto morbido ...
Anche i compagni di un tempo hanno seguito strade diverse:
alcuni sono morti, altri sono mendichi, altri gran signori.
Lui ha ereditato la povertà della sua famiglia, ma sa che
tutti, ricchi e poveri, saggi e folli, belli e brutti, tutti
la Morte afferra senza eccezione, tutti muoiono con dolore,
e anche il corpo della donna, così bello, così "prezioso", è
destinato alla devastazione. Sboccia qui la bellissima
Ballade des dames du temps jadis (Ballata delle dame del
tempo passato) cui si contrappone la Ballade des seigneurs
du temps jadis (La Ballata dei signori del tempo passato) ,
con Carlo Magno, Lancillotto, i re di Spagna, di Bretagna,
di Francia ecc.: "Ma non solo re e imperatori muoiono,
triste è anche il destino delle vecchie meretrici,
soppiantate dalle ragazze più giovani. Dopo il ricordo delle
sue sofferenze d'amore, il poeta inizia il testamento vero e
proprio: "Per la prima cosa lascio la mia povera anima alla
benedetta Trinità", quindi a Guillaume Villon "che mi fu più
tenero di una madre" lascia la sua biblioteca; alla povera
madre sua, che per lui soffrì tanti dolori e tante tristezze,
lascia una preghiera da rivolgere alla Vergine, la ballata
Dame des cieulx, regente terrienne (Signora dei cieli e
della terra) , preghiera umile ma nel contempo nobile e
commovente. Riprende quindi i suoi lasciti ad amici e
conoscenti, intramezzando alle ottave alcune liriche come la
Ballade et oraison, con cui raccomanda a Noè e a Lot l'anima
di un funzionario, gran bevitore, o la ballata sulle donne
di Parigi o la famosa Ballade de la grosse Margot o la Belle
leon aux enfants perdus, la ballata per i compagni traviati.
Infine detta il suo epitaffio, dà le ultime disposizioni,
nomina gli esecutori testamentari e conclude con due ballate:
con la prima chiede perdono a tutti, con l'altra invita ai
suoi funerali, i funerali di un uomo che prima di partire da
questo mondo ha voluto bere un goccio di buon vino morello!
Il Testament "è la storia dello spirito di Villon, in quanto
raduna i vari momenti, i pensieri e le fantasie che erano il
tema della sua vita" (Neri): dal Testament fiorisce la
pittura della Parigi del XV secolo, con i suoi ladri, i
borghesi, le ragazze perdute, i poliziotti e i magistrati, i
compagni di avventura, gli enfants perdus, ma soprattutto
fiorisce il ritratto di Villon beffardo, cinico, brutale,
chiassoso, volgare (basti leggere la ballata della grossè
Margot in cui sembra ubbidire "al bisogno di degradarsi sino
in fondo, con una cinica compiacenza"), ma anche triste,
amaro, accorato, tenero, lirico, disperato nel cantare la
giovinezza perduta, i rimpianti, le persone che l'hanno
amato (l'umile e pura figura della madre), la morte così
orrenda. La poesia sorge in Villon immediata, sincera, senza
artifici: se per un lato è poeta medievale, dall'altro
trascende il suo tempo: "In questa voce allegra e lamentosa,
che grida il suo vizio o il suo male, passa talvolta il
grido dell'eterna umanità" (Lanson).