| RAMAYANA |
Opera del poeta indiano Valmiki (sec. I)
Ramayana
L'opera viene solitamente definita seguendo il termine indiano "poema epico",
anzi il "primo poema epico", con riferimento allo stile in cui è scritto (stile
che per altro, pur nella sua complessità, non è ancora artificioso come quello
dei successivi kavya o poemi epici). Invero la materia epica si intreccia con
quella fantastica (fiabesca), come nel nostro Orlando furioso, quindi una
definizione più precisa può essere quella di "poema fantastico". L'autore,
Valmiki, è indicato dalla tradizione e non c'è motivo per metterla in dubbio: il
poema è chiaramente opera di una persona (meno i canti I e VII, che sono certo
aggiunte posteriori) dotata di autentico genio artistico. Gli studiosi del
Ramayana (il titolo si può tradurre con Le gesta di Rama) hanno cercato di
scoprire i rapporti con espressioni analoghe di altre letterature, e
specialmente con la letteratura greca: non è improbabile che Valmiki conoscesse,
direttamente o indirettamente, integralmente o in parte, Omero: e non v'è dubbio
che la pacata solennità, certi artifici (come l'uso di epiteti ripetuti, di
formule fisse) ricordano Omero. Tuttavia il poema è integralmente e
profondamente indiano: le sue radici sono in India, nel suo folklore, anche
nella sua storia (probabilmente alcune vicende adombrano fatti realmente
accaduti). Nel poema, naturalmente, uomini, dei, demoni, mostri e animali sono
mescolati. Tra gli animali, al primo posto troviamo le scimmie, guidate dal
valoroso re Angada e dal geniale consigliere Hanumant. Secondo alcuni studiosi
(ma questa teoria è stata oggi abbandonata) le scimmie rappresenterebbero una
popolazione prearia, dravidica, forse dell'isola di Ceylon, alleatasi con Rama e
i suoi guerrieri. Il poema, il cui testo ci è pervenuto in tre redazioni, è
diviso in sette libri o canti (ma, come abbiamo detto, il I e il VII sono
posteriori) e comprende 24.000 cloka (distici o, meglio, versi doppi, formati,
ciascuno, da due emistichi, comprendenti a loro volta due piedi di otto sillabe
l'uno: le ultime quattro sillabe del secondo e del quarto piede sono di ritmo
giambico, le altre di ritmi diversi). Il giovane eroe Rama, figlio di Daaratha,
ha sposato la nobile Sita, figlia di re. Rama (presentato come incarnazione di
Visnu) deve ereditare il trono di Ayodhya. Il motivo visnuita, di Rama
incarnazione del dio, è probabilmente tardo ed è introdotto difatti nel I canto.
L'intreccio del poema vero e proprio è compreso nei canti IIVI. Tuttavia la
successione di Rama viene contestata da un'altra moglie di Daaratha, Kaikeyi, la
quale, facendosi forte di una promessa del vecchio re (che avrebbe esaudito due
suoi desideri), chiede l'esilio di Rama per 14 anni e il trono per il proprio
figlio Bharata. Il re, a malincuore, è costretto a soddisfare i due desideri
della regina: Rama parte per l'esilio, insieme con la moglie Sita e il fratello
Laksmana. Il re, per il dolore muore, ma Bharata, che riconosce i diritti di
Rama e soffre per la vicenda, non vuole assumere la carica di re: falliti i
tentativi per far tornare Rama (il quale è fedele, anche lui, alla parola data)
si asside sul trono di Ayodhya ma come reggente, in attesa che scada il termine
stabilito per l'esilio di Rama. Rama, Sita e Laksmana si trovano in una foresta
infestata dai demoni Raksasa. Fra questi c'è un demone femminile, !urpanakha,
che s'innamora di Rama e Laksmana: respinta da costoro, spinge il fratello
Ravana, re dei Raksasa, a rapire Sita. Così avviene: allontanati con l'aiuto di
un altro demone Rama e Laksmana, Ravana rapisce Sita, vincendo facilmente la
disperata ma inutile resistenza della gru Jatayus: Sita è trasportata a Lanka,
sede del regno di Ravana, un'isola d'oltremare (forse Ceylon). Ravana vuol
sedurre Sita, ma invano. Ecco che cosa le dice, per tentare d'indurre la bruna
Sita a concedergli le sue grazie: "Vedendomi, tu le cui cosce sono come
proboscidi di elefante, tu nascondi il tuo seno e il tuo ventre, come se nel
timore volessi renderti invisibile. Io ti amo, donna dai larghi occhi, cerca di
considerarmi, mia amata, tu le cui membra colme di grazia sono l'estasi
dell'universo ... Sciogli il timore, o Sita! ... Ma poichè non mi ami,
principessa di Mithila, io non ti toccherò. Desidero che il tuo amore risponda
all'amore che è in me. Non aver paura, regina, confida in me, amata, dammi il
tuo affetto sincero senza compiacerti nel dolore". Il demone, all'inizio, è
dunque molto gentile. Sita così gli risponde: "Distogli da me il tuo cuore!
Rivolgi il tuo affetto verso la tua gente! ... Io non farò ciò che non devo
fare, ciò che rimprovera la sposa fedele, io, che sono entrata a far parte di
una famiglia pura, e che sono io stessa di nobile, grande famiglia ... Non è
conveniente che, essendo la sposa di un altro, divenga tua sposa; osserva
scrupo-losamente la legge morale, segui scrupolosamente le pratiche dei giusti".
Poi lo implora: "Ravana, sìi buono e riconduci me, infelice, dal mio sposo Rama!
Il re degli elefanti è con la sua giovane femmina nella foresta. Ti è utile
divenire amico di Rama, se vuoi conservare il tuo rango, se non desideri per te
una morte terribile. Rama, toro fra gli uomini, il saggio che conosce il dovere.
Fa' amicizia con lui, se desideri la vita ... Se mi riporti dal discendente di
Raghu, sarà la tua salvezza. Se agisci diversamente, la tua rovina". Rama
stringe alleanza con l'esercito delle scimmie, guidato da Hanumant. Il fratello
di Jatayus, Sampati, che non poteva più volare perchè si era bruciato le ali per
essersi accostato troppo al Sole, informa l'eroe che Ravana si trova a Lanka. Il
problema è come superare il mare che separa il continente dall'isola. Per una
prima ricognizione, Hanumant, con un formidabile salto, raggiunge Lanka, dove,
trasformato in gatto, si avvicina a Sita e le fa coraggio. Sita gli rivela che
Ravana le ha dato tempo due mesi: dopo di che l'avrebbe divorata (i Raksasa
erano demoni antropofagi). Tuttavia nel campo di Ravana le cose non vanno molto
bene: sorge un dissidio tra Ravana e suo fratello Vibhisana, moderato, il quale
chiede a Ravana di restituire la donna: ma Ravana, furibondo, lo insulta;
l'altro fugge e con quattro demoni suoi amici si reca da Rama. Con l'aiuto di
Nala, una scimmia inviata dal dio del mare, e con tutte le scimmie di Hanumant,
viene costruito un lunghissimo ponte che permette ai guerrieri di Rama di
raggiungere l'isola. Dopo una serie di furibonde battaglie, Ravana viene vinto e
ucciso da Rama (in singolare combattimento). Sita è liberata, ma Rama, secondo i
costumi e le tradizioni della sua casta, non può tenere una moglie che è stata,
sia pure contro la sua volontà e senza tradire il marito, nella casa di un altro:
per questo ripudia la giovane donna, la quale, per dimostrare la sua purezza,
chiede di essere posta al rogo. Il fuoco, cioè il dio Agni, la risparmia: con
questa specie di giudizio di Dio la donna è riconosciuta pura e immacolata, e
Rama la riprende con sè, con tutti gli onori. Con Sita al fianco prende possesso
del trono di Ayodhya. Una ripetizione del sacrificio di Sita a opera dei
successori di Valmiki si ha nel libro VII: Rama, a ciò mosso dai mormorii del
popolo, ripudia una seconda volta Sita, la quale si rifugia nella foresta,
presso il saggio Valmiki, il poeta, il quale racconta le gesta di Rama ai due
figli che Sita dà alla luce nella foresta. I due ragazzi ritornano dal padre al
quale cantano il poema: Rama li riconosce come suoi figli e decide anche di
riprendere Sita, la quale però deve purificarsi nuovamente. Sita questa volta
chiede alla Terra di aprirsi e di accoglierla per provare la sua purezza. Così
avviene, e invano Rama, pentito della inutile richiesta e della inutile sfiducia,
cerca di riprendere l'amata moglie dagli abissi. Ma qui ha anche termine la vita
terrena di Rama, il quale, amareggiato per la scomparsa questa volta definitiva
della moglie, lascia il regno ai due figli e ritorna in cielo, riprendendo
l'aspetto del dio Visnu. Poema di fondo epico con elementi fantastici e anche
romantici, il Ramayana prelude già alle opere del cosiddetto periodo classico.
Di quest'opera sono state date molte interpretazioni: del tutto astratta è
quella che ne fa l'espressione di un mito agreste (per cui Rama sarebbe
l'incarnazione del dio della pioggia, e Sita, il cui nome vuol dire "solco",
sarebbe la terra). Certo molti episodi possono essere interpretati in questa
luce e pu darsi che il nucleo remoto del poema fosse un mito di tal genere: ma
il Ramayana nella forma pervenutaci è un poema del tutto "letterario", in cui le
connessioni con antichissimi rituali sono perdute e in cui contano la fantasia e
la gioia della narrazione. Per il suo carattere, per il fascino dei personaggi,
il Ramayana ebbe enorme diffusione: fu tradotto, riscritto, adattato in decine e
decine di lingue dell'India e fuori dell'India (nel Siam, in Indonesia, in
Malesia ecc.). Intorno a Rama si è venuta costituendo un'intera letteratura,
fatta di poemi epici, di poemi fantastici, di drammi e di liriche.
Kaikeyi ottiene da Daçaratha l'esilio di Rama
Il vecchio re di Ayodhya, Daçaratha, ha iniziato le cerimonie per la
consacrazione del primogenito Rama a principe ereditario. Ma la moglie più
giovane del re, Kaikeyi, riesce a ottenere che principe sia consacrato suo
figlio Bharata e che Rama sia esiliato. Il vecchio re cede e subito dopo, per il
dolore e anche per la vergogna di essere stato debole, muore.
Ma il gran re, dopo aver proclamato la consacrazione del Raghuide, entrò, il
signore, nell'appartamento delle donne per annunciare la lieta cosa a lei che
era degna del suo affetto; e lei ivi gettatasi in terra e lì distesa, indegna di
un tale trattamento, egli come arso dal dolore vide, il signore del mondo. Egli
vecchio la giovinetta moglie più importante per lui della stessa vita, egli
scevro di malizia lei dai tristi progetti vide sul suolo; e come un elefante
capo di mandria tocca nella selva con affetto una elefantessa, ferita da un
cacciatore di freccia avvelenata, così egli la toccò: e toccandola con le mani
mentre il suo spirito era sbigottito, egli pieno d'affetto, all'amata che aveva
occhi simili a petali di ninfea, andava così parlando: «Non ho mai visto che
l'ira ti si addensasse nell'animo: regina, da chi sei stata aggredita, o da chi
insultata? Se tu per mio dolore giaci, o bella, nella polvere, perché sei stesa
in terra mentre io ti voglio bene, tu, quasi la tua mente fosse turbata da uno
spirito cattivo, sconvolgendo il mio animo? Io ho abili medici, di cui sono
sempre soddisfatto: essi ti risaneranno, dimmi che male ti senti, o irosa. O chi
può farti una cosa cara, o chi ti ha fatto dispiacere? Chi deve oggi avere un
buon trattamento, o chi uno assai cattivo? Chi, anche se non punibile, dev'esser
punito, o chi, ora punito, dev'esser lasciato libero? Chi, povero, deve diventar
ricco ovvero chi, ricco, dev'esser ridotto un pezzente? Io e i miei tutti siamo
alle tue dipendenze: io non sopporto che sia respinto un tuo qualsiasi proposito.
Dimmi, anche se ciò dovesse costarmi la vita, quel che nel tuo cuore desideri;
fin dove giunge la ruota del mio carro, tanta terra io possiedo».
Così apostrofata e incoraggiata, ella volendo dire quella cosa spiacente
intraprese di affliggere sempre più il marito: «Non sono stata maltrattata, o
re, da nessuno e nemmeno insultata: ma ho un disegno, e questo desidero che sia
da te messo in atto. Fammene la promessa, se tu vuoi metterlo in atto, e allora
ti dirò quel che da me è richiesto». Queste parole udendo il re dalla sua amata,
egli che era sottomesso al volere delle donne, le disse, il valoroso, a Kaikeyi,
lievemente sorridendo: «O superba, non sai che non si conosce per me un essere
umano più caro di te all'infuori della tigre in forma d'uomo che è Rama. Cara,
anche questo mio cuore puoi afferrare e portar via: considerando ciò, o Kaikeyi,
dimmi quel che ritieni bene. Ve-dendo in me il potere, non devi aver timore:
farò il tuo piacere, te lo giuro per i miei meriti religiosi».
Lieta di questo discorso, gli espose ella il suo desiderio, terribile come la
morte che sopraggiungesse: «Poiché tu regolarmente giuri e mi concedi una grazia,
ascoltino i trentatré dèi con Indra alla testa, il dio della Luna e il Sole, il
Cielo, le Stelle, le Regioni celesti e il Mondo, e la Terra con i Gandharva e i
Raksasa, gli esseri che vanno attorno di notte, e nelle case gli dèi domestici,
e quanti altri esseri possono conoscere le tue parole: costui, veritiero nei
patti, valente, conoscitore della Legge, molto pio, mi concede una grazia, e ciò
da me ascoltino le divinità».
Quindi la regina abbracciando il grande arciere e pronunciando solennemente
disse queste parole al datore di grazie accecato dall'amore: «Quelle due grazie
che da te, o signore, mi furono allora promesse, o padrone della terra, esse io
oggi ti formulo, e tu ascolta quel che io dico: la cerimonia di consacrazione
iniziata per Rama, con essa cerimonia mi venga consacrato Bharata; e per nove e
cinque anni recatosi nella selva Dandaka indossando il vestito di corteccia, il
mantello di antilope e il ciuffo ascetico, sia Rama penitente. Bharata goda oggi
la funzione di principe ereditario priva di spine; e oggi stesso veda io Rama
partito per la selva».
Allora, poi ch'ebbe udito il gran re di Kaikeyi il crudele discorso, agitato e
stordito, guardandola come una gazzella la tigre, gettatosi sulla terra nuda, a
lungo sospirando, dicendo sdegnato: «Ahimè, maledizione», il signore degli
uomini cadde in deliquio colla mente oppressa dal dolore. E dopo molto tempo
ripresa conoscenza, molto addolorato, disse iroso a Kaikeyi quasi ardendola con
lo sguardo: «Crudele, scostumata, rovina di questa famiglia, che male ti è stato
fatto da Rama, o malvagia, ovvero da me? Sempre verso di te il Raghuide osserva
una condotta uguale a quella verso colei che l'ha partorito; perché ti muovi per
provocare il suo danno? Tu sei stata introdotta da me in casa per la mia
disgrazia, ignorando che la figlia di un re potesse essere un serpente
terribilmente venefico. Quando tutto il mondo dei viventi innalza lodi per le
virtù di Rama, qual colpa adducendo a pretesto abbandonerò il figlio diletto?
Abbandonerei piuttosto Kausalya e Sumitra o anche la maestà regale, o la mia
vita, ma non già Rama, il favorito del padre suo. Somma è la mia gioia quando mi
vedo dinnanzi quel rampollo; ma se non vedo più Rama, la mia mente è perduta.
Potrà esistere il mondo senza sole, o le biade senz'acque; ma non potrà esistere
la vita del mio corpo senza Rama. Perciò lascia questo tuo proposito, o
formulatrice di cattivi propositi: io ti tocco i piedi col capo, abbi pietà di
me».
Il signore della terra, lamentandosi come uno che non abbia chi lo protegge,
colpito al cuore da quella donna tracotante, cadde dinnanzi ai piedi protesi
della regina, senza riuscire a toccarli, così come uno profondamente afflitto.
XI
Al gran re, indegno di queste cose e che giaceva lì come egli non avrebbe dovuto,
simile a Yayati caduto dal mondo degli dèi all'estinguersi dei suoi meriti, la
donna che presentava un aspetto di sventura or che aveva conseguito le sue
fortune e restava impavida mentre metteva paura a vedersi, ingiunse nuovamente
di porre in atto la sua richiesta: «Tu sei celebrato, o gran re, come veritiero
e mantenitore dei voti; e perché vuoi non concedermi questa grazia promessami?».
Così aggredito da Kaikeyi, il re Daçaratha allora rispose corrucciato dopo aver
esitato un momento: «Una volta che io sia morto e Rama andato nella selva, egli
il toro fra gli uomini, suvvia, o ignobile, o mia nemica, sìi pure soddisfatta e
felice. Rama è stato sbandito per far piacere a Kaikeyi: se io dirò questa
verità, essa apparirà come una menzogna, e per me vi sarà al mondo infamia senza
uguali e disprezzo infinito».
Mentre egli così lamentavasi, colla mente vacillante, il sole giunse al tramonto
e si fece notte: e quella notte con le sue tre partizioni non passò lieta,
benché illuminata dal disco lunare, per il re in lamenti. E così mandando
ardenti sospiri il vecchio re Daçaratha si lamentava tristemente e dolorosamente,
tenendo gli occhi fissi al cielo: «Non desidero da te l'aurora, te ne supplico
facendo segno d'omaggio; o anzi venga essa presto, perché non voglio vedere
questa crudele, spietata Kaikeyi, per causa della quale ho una così grande
sventura». Dopo aver detto ciò il re di nuovo, facendo segno d'omaggio, cercò di
propiziarsi Kaikeyi e così le parlò: «A questo onesto sventurato, a te
affezionato e ormai senza più vita, sii benevola o regina, o bella, e in
particolare al re: da me desolato, o donna dalle belle anche, ciò ti vien detto:
siimi benevola, o fanciulla, tu invero hai buon cuore».
Del re dal puro animo, quella donna dall'animo perfido, di lui che aveva gli
occhi arrossati e piangeva, udendo il vario miserando lamento, del marito, la
crudele non rispose verbo: e allora il re, venuto meno di nuovo nel vedere la
sua amata irremovibile e ostile in riguardo all'esilio del figlio, ricadde al
suolo senza sensi, infelice.
da: Le più belle pagine della letteratura dell'India a cura di V. Pisani trad.
di V. Pisani Milano, Nuova Accademia Editrice, 1962