Rudolf Karl Bultmann
Bultmann, Rudolf Karl (Wiefelstede 1884 - Marburgo 1976), teologo luterano
tedesco, pioniere del metodo critico applicato ai Vangeli sinottici. Studiò a
Marburgo, Tubinga e Berlino, insegnò a Breslavia e Giessen prima di diventare
professore di teologia del Nuovo Testamento a Marburgo nel 1921, dove rimase per
tutta la sua carriera. Nonostante il sostegno offerto alla Chiesa confessante
contro il nazismo, egli non prese parte attiva alla lotta contro il regime
hitleriano; teologo di fama mondiale, continuò a insegnare e a scrivere fino
alla morte. Scettico circa la storicità della Bibbia, affermava che le
Scritture, particolarmente i Vangeli, dovessero essere demitizzate, o
reinterpretate privandole degli elementi mitici che non offrono applicabilità o
rilevanza per la contemporaneità. La sua teologia è stata fortemente influenzata
dagli scritti del filosofo Martin Heidegger.
Bultmann acquistò fama di critico radicale quando, in Storia della tradizione
sinottica (1921), rilevò che i Vangeli non sono biografie di Gesù Cristo (pur
non negando che Gesù fosse un personaggio storico), ma piuttosto scritti
devozionali e apologetici della Chiesa delle origini, connessi tra loro e
classificabili secondo la forma letteraria. Con la pubblicazione di Gesù (1926)
provocò scandalo affermando che si può sapere poco della vita e della
personalità di Gesù e che è importante, per i cristiani, la chiamata divina dei
credenti che vogliono accettare il messaggio evangelico (chiamato da Bultmann
kèrygma, greco 'annuncio, proclamazione') e obbedire alle sue prescrizioni. Tra
le altre opere citiamo Teologia del Nuovo Testamento (1948-1953).
Approfondimento
Vicino in un primo tempo alle posizioni di Karl Barth, il tedesco Rudolf
Bultmann (1884-1976), autore di " Credere e comprendere " (in quattro volumi,
1933-1965), si discosta ben presto dalla teologia dialettica nell'intento di
ripensare quanto di positivo aveva comunque espresso quella liberale. Egli muove
dal fondamentale postulato barthiano, quello dell'assoluta trascendenza di Dio
rispetto al mondo e all'uomo, ma la domanda che regge tutta la sua riflessione
teologica verte su come, in tale condizione, l'uomo possa recepire e far propria
la parola di Dio donatagli nella rivelazione. La risposta di Bultmann poggia
sugli strumenti concettuali tratti dall'esistenzialismo e, soprattutto,
dall'analitica esistenziale di Heidegger: l'uomo può comprendere la parola di
Dio poiché vi è in lui una " precomprensione dell'esistenza " che costituisce la
base della sua apertura al Dio che lo interpella e, quindi, all'esperienza di
fede. Però, affinchè ciò sia possibile, è necessario, secondo Bultmann, che la
parola di Dio sia liberata dalle concezioni mitologiche risalenti all'epoca in
cui essa è stata fissata per iscritto, in modo da poter essere presentata nella
sua genuinità all'uomo di oggi, per il quale l'elemento mitologico è divenuto
estraneo e incomprensibile.
E' questo il metodo della
demitizzazione , che intende liberare il messaggio cristiano dalle forme di cui
è esteriormente rivestito nelle Sacre Scritture, non per smentire queste ultime,
ma per far emergere il significato universale che sottende le rappresentazioni
contingenti e relative alla determinata civiltà che le ha espresse.
Si tratta di recuperare la dimensione autentica ed essenziale della Scrittura,
accessibile ad ogni uomo nella chiarificazione della sua esistenza, in modo da
poter accedere a una fede criticamente depurata e indipendente dalla sua
particolare collocazione spazio-temporale. Occorre perciò, in primo luogo,
operare una distinzione tra il vero contenuto della fede e i simboli attraverso
cui essa è stata tramandata, sia nelle prime comunità cristiane (con i relativi
influssi di marca ellenistica), sia nelle epoche successive, come durante il
Medioevo; si deve cioè riconoscere come mitica (e quindi spuria) ogni
rappresentazione che costringa il divino in categorie umane e mondane
immanentizzando la trascendenza e abbassando a fatto puramente umano la
redenzione di Cristo. Lo stesso vale per la tradizionale concezione del miracolo
come azione del sovrannaturale nella storia, per le visioni apocalittiche della
fine del mondo o del giudizio finale (comuni, del resto, a molte religioni non
cristiane), o anche per molte verità dogmatiche espresse in forme che ne velano
il genuino contenuto di fede. Per cogliere quest'ultimo è necessario che l'uomo,
rivolgendosi ai testi sacri, sia animato da un'attiva precomprensione del
problema di Dio, la cui mancanza rende muto il rapporto e impossibile la
relazione tra la domanda dell'uomo e la risposta dei testi: " la demitizzazione
vuol mettere in risalto l'autentica intenzione del mito, cioè quella di parlare
dell'esistenza umana, del suo essere fondata e limitata da una potenza
dell'aldilà non mondana, una potenza che non è percepibile dal pensiero
oggettivamente. In senso negativo, quindi, la demitizzazione è una critica
dell'immagine del mondo propria del mito, nella misura in cui essa nasconde la
vera intenzione del mito stesso. In senso positivo è un'interpretazione
esistenziale, con cui si vuol chiarificare l'intenzione del mito, che è
precisamente quella di parlare dell'esistenza dell'uomo " ("Nuovo Testamento e
mitologia", app. I). Ciò riporta in piena luce il legame tra teologia e
filosofia, nelle norme che Bultmann considera più atta a illuminare il problema
della precomprensione, cioè l'esistenzialismo di Heidegger, soprattutto laddove
egli esamina le nozioni di "esistenza inautentica" e "esistenza autentica": la
prima è per Bultmann la via del peccato, giacchè in essa l'uomo si appiattisce
sull'oggettività e sulla manipolazione dell'essere, e non è aperto a una realtà
suprema che lo interpella; mentre nella seconda si dà l'apertura
all'inoggettivabile, all'appello dell'Altro, all'evento dell'incontro con Dio. E
così l'esistenza autentica può accedere al significato più proprio (e quindi
autentico) della predicazione di Gesù, che è appunto un richiamo a mantenersi
aperti alla rivelazione di Dio in ciascuno. Ma perché l'uomo possa passare
dall'esistenza inautentica a quella autentica (ed è questo ciò che la teologia
aggiunge alla semplice analitica esistenziale) la filosofia non è sufficiente e
le forze umane non bastano, dal momento che si tratta di una " conversione " che
può essere operata soltanto dall'amore di Dio attraverso Cristo. La piena
realizzazione dell'esistenza autentica è dunque l'incontro con Cristo, che non
avviene sulla base di una conoscenza meramente storica, che è sempre di tipo
oggettivante, bensì solamente nell'esperienza esistenziale della fede.
Il "Gesù storico" è
infinitamente meno importante del "Cristo della fede", che non ha alcun bisogno
di essere "ricostruito" nella sua realtà mondana e temporale, giacchè si rivela
nell'interiorità di ciascuno a cui voglia manifestarsi. Sulla base di tutto
questo si comprende la netta preferenza di Bultmann per il quarto Vangelo,
quello più libero da elementi mitologici e più aperto ad una comprensione
universalmente filosofica della figura di Cristo:
la dottrina del Logos " che brilla nelle tenebre " può fruttuosamente
incontrarsi con l'idea della precomprensione del divino, con l'istanza
esistenziale della decisione di accoglierlo o negarlo, e quindi di accettare o
di rifiutare il senso della nostra esistenza.