Roger Caillois
Roger Caillois (Reims 1913 -
Parigi 1978) scrittore francese. Nella sua vasta attività saggistica (Il mito e
l'uomo, Le mythe et l'homme, 1938; L'uomo e il sacro, L'homme et le sacre, 1939:
Babele, Babel, 1948; Descrizione del marxismo, Description du marxisme,1950;
L'incertezza dei sogni, L'incertitude qui vient des réves, 1956; Estetica
generalizzata, Esthétique genéralisée. 1962, nt; Istinti e società, Instincts et
société, 1964; Nel cuore del fantastico, Au coeur du fantastique, 1965) si è
impegnato a rivalutare la «chiarezza»
contro l'anarchismo ideologico e contro lo sperimentalismo, da lui giudicato
arbitrario, di tanta arte contemporanea. Avverso a ogni dogmatismo freudiano o
marxista, Caillois ha riproposto con aperture stimolanti alcuni grandi temi
della cultura contemporanea: il sacro, il sogno, il linguaggio, la magia e il
mistero delle invenzioni fantastiche.
L'uomo e il sacro:
In sintesi
Sviluppando le analisi dell'antropologo Marcel Mauss sulla funzione del sacro
nelle società arcaiche, Caillois ne rivaluta il ruolo anche nelle società
moderne tendenti alla uniformità, al livellamento, al rilassamento delle
tensioni propri dell'homo oeconomicus. Come per Georges Bataille anche per
Caillois la reintroduzione del sacro con tutta la sua ambiguità è il solo modo
per contrastare le tendenze distruttive all'opera nella modernità, come avrebbe
dimostrato subito dopo la guerra con tutti gli orrori.
Recensione
Rievocando nel 1974 in Approches de l'imaginaire l'esperienza del Collège de
sociologie, condivisa con Bataille e Leiris nel 1937-39, Caillois scriveva:
"Eravamo d'accordo sull'importanza eminente, per non dire decisiva, del sacro,
nelle emozioni degli individui come nelle strutture della società".
All'esperienza del sacro, certo, ognuno dei tre giovani fondatori del Collège
imprimeva un'accentuazione del tutto personale. Per Bataille, era la via del
ritorno alla "totalità perduta"; per Leiris, la sofisticata chiave
interpretativa, mutuata all'etnologia, che gli permetteva di leggere in una
prospettiva inedita i propri ricordi d'infanzia; per Caillois, quel che gli
permetteva di misurare la distanza tra le remote società, arcaiche o primitive,
studiate da Mauss, da Dumézil, da Granet, e quella società moderna che, nel suo
saggio-manifesto dell'anno precedente, Il vento d'inverno, lui stesso aveva
definito "divenuta profana all'estremo".
Lo sguardo che il Caillois della fine degli anni trenta posa sul mondo
contemporaneo deve la sua affilatissima severità a una pleiade di maestri del
secolo precedente: Stirner, Nietzsche, Baudelaire, Rimbaud. È Baudelaire, con la
sua lucidità critica mascherata da impeccabile dandysmo luciferino, a esercitare
l'azione più determinante. Nelle pagine dei suoi Journaux intimes riaffiora
costantemente la nostalgia del sacro, elemento di redenzione e di coesione che
le società moderne hanno irreparabilmente smarrito: "Il misticismo, anello di
congiunzione tra paganesimo e cristianesimo. Il paganesimo e il cristianesimo
sono la prova l'uno dell'altro. La Rivoluzione, attraverso il sacrificio,
conferma la superstizione. (...) C'è una Religione universale, fatta per gli
Alchimisti del Pensiero, una Religione che nasce dall'uomo considerato come
memento divino. (...) Anche se Dio non esistesse, la Religione sarebbe ancora
Santa e Divina ". Questa nostalgia di Baudelaire per una società aristocratica e
fortemente "sacralizzata" è al centro del Vento d'inverno, ispira e connota con
le sue geniali intuizioni la sfida che il venticinquenne Caillois lancia contro
la volgarità e l'egoismo dei "sazi" e dei "trionfanti"; porta però con sé
l'esigenza di una riflessione che la fondi e la prolunghi razionalmente.
Caillois non ignora quanto, nel decennio che sta vivendo, termini come "mito" e
"fede", "rito" e "sacrificio", "nuova religione" e "mistica" siano sfruttati
dalle organizzazioni giovanili fasciste e naziste, costantemente paragonate dai
loro ammiratori a ordini monastici impegnati nell'esaltante crociata
antimaterialistica; soltanto una disamina rigorosamente razionale e scientifica
delle forme del sacro può tracciare una linea di confine inequivocabile tra la
retorica, suggestiva e inquietante, del fascismo spiritualista, e la
fascinazione per il numinoso che accomuna i fondatori del Collège de sociologie.
È proprio questa disamina che Caillois mette a punto nell'anno che segue la
stesura del Vento d'inverno. Nasce così L'uomo e il sacro, concentrato degli
anni di studio trascorsi all'École des Hautes Études e di vaste letture
etnografiche che spaziano dall'antica Grecia all'antica Cina, dalle tribù
indiane d'America agli eschimesi, dai maori alla Roma repubblicana.
Lo sforzo di Caillois è quello di pervenire a una sintesi partendo da una
sterminata mole di materiali analitici. Dai suoi attenti raffronti, la
fisionomia del sacro emerge fissata nelle costanti che la caratterizzano
attraverso i secoli e sotto le più varie latitudini. Nelle società tribali, come
nella Grecia delle città-stato, nella Roma repubblicana e nella Cina dei clan, è
la dicotomia sacro-profano a organizzare e a scandire la vita comunitaria. Il
sacro, ambito di forze misteriose alle quali si chiede protezione e assistenza,
ma dalle quali è anche necessario proteggersi costantemente, va tenuto ben
distinto dal profano: ogni mescolanza tra i due ambiti minaccia non solo
l'ordine della vita associata ma quello dell'intera natura, dell'universo.
SullÆordo rerum, che un rigido sistema di divieti e di riti protegge da ogni
violazione intempestiva, grava una minaccia terribile: quella del regresso al
caos primigenio, alla remota età di confusione dalla quale gli antenati e gli
eroi, con strenua fatica, fecero emergere stabili strutture familiari e sociali.
Queste strutture rischiano però con il tempo di logorarsi e perire, come se la
loro stessa stabilità degenerasse in inerzia: per rivivificarle, il solo rimedio
è una provvisoria reimmersione della società intera nel caos dal quale è sorta,
mediante la festa. Nella festa ogni divieto è non solo infranto, ma rovesciato,
ogni trasgressione è prescritta, e la logica dello spreco e della distruzione
succede a quella dell'accumulo avveduto delle risorse. Dalla festa la società
esce ringiovanita e rafforzata, pronta a un nuovo ciclo del suo destino, scritto
da sempre nei più profondi istinti umani, in pulsioni biologiche ben prima che
psicologiche e religiose.
È proprio a proposito della festa che la riflessione di Caillois suggerisce
l'accostamento più intrigante tra le società tradizionali, studiate dagli
etnologi, e la società moderna. Apparentemente in quest'ultima, che ha ridotto e
interiorizzato al massimo lo spazio del sacro, la festa non esiste più: le
"vacanze" dell'individuo, momento di rilassamento anodino e isolato, non ne
conservano nemmeno il più vago ricordo. Ma c'è, nella vita delle società
industriali e organizzate, un momento in cui la distruzione programmata e
massiccia sostituisce l'accumulazione delle ricchezze, un momento in cui tutte
le regole morali sono rovesciate e il più grave dei crimini, l'assassinio,
prescritto come un sacro dovere: è il momento della guerra. Su questa
intuizione, enunciata verso la fine de L'uomo e il sacro, Caillois torna in un
saggio del 1949, inserito in appendice: in pagine sconvolgenti allinea
testimonianze di protagonisti della storia e di scrittori che hanno vissuto il
primo e il secondo conflitto mondiale come un'esperienza di mistica esaltazione,
di sacra ebbrezza, di totale vertigine. Isolato dal sistema di contrappesi che
preservava le società tradizionali dalla distruzione completa, il momento della
festa, dell'irrompere del sacro nel profano, diventa per la società moderna la
più mostruosa delle minacce: la presenza del pericolo atomico, Caillois ne ha
una lucida percezione, conferisce poi a questa minaccia un carattere di
catastrofe definitiva ignoto alla storia dei secoli passati. Se per un attimo
poniamo il Caillois di questa appendice del 1949 accanto all'autore del Vento
d'inverno, ci pare di vederli separati da un abisso: quella risacralizzazione
del mondo profano che pareva così auspicabile al Caillois ventiseienne, la
storia si è incaricata di realizzarla in una forma atrocemente degradata,
mettendo in causa la sopravvivenza stessa dell'umanità, e il Caillois del 1949
lo comprende perfettamente.
Eppure, tra il primo e il secondo Caillois, gli elementi di continuità non sono
meno evidenti delle differenze: la nitidezza impeccabile dello stile, l'eleganza
dell'argomentazione, la ricerca, come valore supremo, del rigore. Sono i tratti
che caratterizzeranno Caillois sino al 1978, sino alla morte, conducendolo dalla
giovanile tentazione eversiva allo studio delle linee di continuità tra i
fenomeni biologici e l'immaginario umano, alla frequentazione della mineralogia.
In sintonia con questi interessi, si afferma la prossimità con l'opera di
Borges, che Caillois contribuirà più di chiunque altro a far conoscere in
Europa.