GIOVANNI CRISOSTOMO
Ai tre Cappadoci (Basilio il Grande - Gregorio di Nazianzo - Gregorio di Nissa)
si può accostare, sia per la sua provenienza sociale sia per la sua formazione
di scuola, sia anche per l'influenza che ebbe su di lui la paideia classica, il
più grande oratore cristiano del IV secolo, Giovanni, più tardi detto
«Crisostomo», cioè «bocca d'oro», per l'ammirazione destata dalla sua eloquenza.
Egli nacque tra il 340 e il 350, probabilmente nel 349, in una famiglia
cristiana di nobile condizione, ad Antiochia. Il padre era « magister militum »,
la piú alta carica militare della gerarchia imperiale; la madre Anthousa,
restata vedova a vent'anni, si consacrò interamente all'educazione del figlio.
Nella stessa Antiochia, Giovanni segui l'insegnamento di Libanio che lo avvicinò
alla lettura dei classici e alla retorica. Dopo qualche successo giovanile nel
foro, morta la madre, lasciò il secolo e, sui monti della Siria, praticò per
alcuni anni l'ascetismo cenobitico e anacoretico. Tornato ad Antiochia (378)
segui la carriera ecclesiastica. Ordinato sacerdote nel 386, si diede alla
predicazione nella sua città, accanto al vescovo Flaviano, e per dodici anni
(fino al 397) disimpegnò il suo ufficio con zelo e si distinse particolarmente
per la passione e il fascino della sua eloquenza. Cadono appunto in questo
periodo i suoi discorsi piú famosi. Nel 397 fu elevato all'episcopato e
insediato nella cattedra patriarcale di Costantinopoli. Nella capitale corrotta,
retta da un imperatore debole, Arcadio, lo zelo coraggioso, la moralità severa,
l'avversione al lusso procurarono a Giovanni molti nemici, specie negli alti
ranghi della società. E ostile gli diventò anche la corte, ove l'imperatrice
Eudossia, che aveva nelle mani le redini del governo, mal sopportava le poco
velate allusioni del patriarca alla lussuria e alla depravazione, allusioni che
diventavan sempre piú aspre. Ma implacabile fu soprattutto Teofilo, il patriarca
di Alessandria, che fu al centro di tutti gli intrighi contro il prete
antiocheno divenuto patriarca della « Nuova Roma » contro un suo candidato. Un
concilio di trentasei vescovi convocato dall'imperatore, il cosiddetto « sinodo
della Quercia », dal luogo presso Calcedonia dove si rioni, depose, alla fine di
settembre del 403, Giovanni. Arcadio lo condannò all'esilio in Bitinia. Ma
torbidi popolari e timori superstiziosi di Eudossia costrinsero l'imperatore a
richiamarlo, dopo poche settimane. L'esiliato ritornò trionfante, ma per breve
tempo. Un nuovo attacco all'imperatore, in occasione dell'inaugurazione di una
sua statua, causò la rottura definitiva, la deposizione e l'esilio in uno
sperduto villaggio, Cucusa, ai piedi dei monti dell'Isauria (20 giugno 404). Lí
passò tre anni senza interrompere la sua attività, fino a quando un nuovo ordine
di esilio sulle lontane rive orientali del mar Nero, a Pityus, non lo sottopose
alle fatiche di un viaggio, a cui la sua fibra ormai logora più non resse. Mori,
durante il viaggio, a Comana, in Cappadocia, il 14 settembre del 407. Ma
trent'anni dopo il suo corpo ritornò a Costantinopoli e in una processione
solenne fu trasportato nella chiesa dei Santi Apostoli e lí seppellito (27
gennaio 438), accanto ad Arcadio e a Eudossia.
La vastissima produzione di Giovanni accompagna e illumina tutto il periodo
della sua attività. I generi in cui egli soprattutto si espresse furono:
trattati, omelie e lettere, e ciascuno di essi coincide all'incirca con un
periodo della sua vita. I trattati sono del periodo anteriore all'ordinazione
sacerdotale; le omelie illuminano la straordinaria attività di Giovanni, rivolta
all'educazione morale e alla riforma del costume, durante il sacerdozio di
Antiochia e il patriarcato di Costantinopoli; le lettere generalmente
appartengono al periodo dell'esilio e sono il documento del nobile carattere
dell'apostolo che anche da lontano segue con zelo i suoi fedeli ed è incapace
sia dí debolezze sia di odi.
Diamo qui brevemente notizia solo degli scritti del Crisostomo piú atti a
caratterizzare la sua personalità e a manifestare la sua assimilazione della
tradizione classica.
I trattati e i trattatelli del primo periodo mostrano più chiaramente
l'influenza nella formazione di Giovanni della scuola di Libanio. L'Esortazione
a Teodoro, con la quale Giovanni spinge un amico a ritornare alla vita
monastica, che aveva abbandonato, mostra fortemente l'impronta dell'eloquenza
profana e i ricordi omerici vi si mescolano alle reminiscenze demosteniche. Nei
tre libri Contro gli avversari della vita monastica, in cui si confutano gli
attacchi di pagani e di cristiani all'ascetismo, si sente l'influenza della
filosofia ellenica e l'ispirazione platonica sia nel contenuto sia nella forma.
La Comparazione tra il monaco e il re non è che la trasposizione cristiana del
parallelo tra il filosofo e il tiranno del IX libro della Repubblica di Platone,
ripreso e continuato dallo stoicismo, in cui al filosofo e al saggio pagani si
sostituisce l'asceta cristiano. Piú personale per il contenuto sembra lo scritto
con solatorio A Stagirio, che gli eccessi della vita ascetica aveva1 portato a
forme depressive e a propositi di suicidio; ma la forma molto curata risente
della retorica di scuola.
Il trattato più importante e più famoso del Crisostomo è quello Sul sacerdozio,
in sei libri, che sembra sia stato composto nel periodo del suo diaconato, verso
il 382. Per esso Giovanni si è largamente ispirato all'Apologia per la sua fuga
di Gregorio Nazianzeno. Nella inquadratura fittizia di un dialogo di tipo
platonico, vengono studiati sistematicamente tutti gli aspetti della missione
sacerdotale, di cui si mettono in evidenza l'alta dignità, ma anche le
responsabilità, le difficoltà e í pericoli che comporta. È da notare
l'importanza che viene data alla predicazione tra i compiti del sacerdote: parte
del IV libro e tutto il V son dedicati a definire le regole dell'eloquenza
cristiana, per cui si assume come modello san Paolo. E, infine, singolare il
parallelo tra la vita monastica e quella del sacerdozio attivo, che occupa il VI
libro. Giovanni, di fronte allo sforzo eroico ma egoistico per il raggiungimento
della virtù degli asceti, dà la palma al ministero sacerdotale che opera al
servizio del prossimo e nell'esercizio della carità. Il trattato, come s'è
detto, ha la forma del dialogo platonico, ma segue più la maniera oratoria di
tipo, diremmo, ciceroniano, che non quella dialettica e drammatica del filosofo
ateniese. Tuttavia per l'ampiezza della concezione, per l'equilibrio della
composizione, per l'eleganza dello stile attinge la perfezione letteraria delle
opere classiche: e tale fu ritenuto nei secoli successivi.
Ma la parte più importante della produzione letteraria di Giovanni è quella
legata alla predicazione durante il suo sacerdozio ad Antiochia (386-97) e poi
durante il suo episcopato a Costantinopoli (398-404). Sono le omelie e i sermoni
che gli han meritato l'appellativo di « Crisostomo ». Gli argomenti della sua
eloquenza appassionata e drammatica erano í più vari. Talora affrontava temi di
dogmatica e di polemica teologica; più spesso tendeva al rinnovamento dei
costumi dei suoi fedeli prendendo lo spunto dall'esegesi della Scrittura o da
celebrazioni di feste liturgiche; talvolta ancora si ispirava a fatti del giorno
che particolarmente commovevano l'opinione pubblica.
Dei primi anni dell'esercizio sacerdotale ad Antiochía sono le due serie di
omelie polemiche e dogmatiche Contro i giudei e Sulla incomprensibilità di Dio.
La prima serie è costituita da otto omelie, pronunciate negli anni 386 e 387;
sono rivolte ai cristiani che frequentavano le sinagoghe attratti dal fascino
delle feste ebraiche e sono pervase da un forte spirito antigiudaico; dal punto
di vista storico testimoniano che gli Ebrei in quel tempo rappresentavano ad
Antiochia una notevole potenza sia politica sia religiosa. L'altra serie consta
di cinque omelie, press'a poco contemporanee delle precedenti, dirette contro
gli anomei, l'ala estrema ariana guidata da Eunomio: Giovanni, sulle orme dei
Cappadocí, particolarmente di Basilio e di Gregorio di Nissa, riafferma la
trascendenza e la impenetrabilità della natura divina, per la ragione umana, di
fronte alla pretesa eunomiana di risolvere il problema cristologico con il
ricorso alla ragione. È tuttavia da ricordare che la teologia sembra esercitare
su Giovanni minore attrattiva che sui Padri della età immediatamente anteriore,
e ciò si spiega facilmente col fatto che, dopo il concilio teodosiano di
Costantinopoli, del 381, la più pericolosa delle sette, l'arianesimo, era stata
sconfitta ed era stata imposta, come dottrina ufficiale, la fede nicena; ma
rivela anche la sua scarsa inclinazione per controversie dogmatiche e per
speculazione filosofica.
L'anno successivo all'elevazione al sacerdozio (387), una sedizione popolare ad
Antiochia gli diede modo di rivelare fin dove potesse giungere la potenza della
sua eloquenza, nelle ventun omelie Sulle Statue, che sono tra le più celebri di
tutta la produzione del Crisostomo. La plebe antiochena, esasperata da rigori
fiscali, aveva rovesciato e mutilato le statue di Teodosio e dei componenti
della famiglia imperiale. L'imperatore era deciso a distruggere la città. Il
vescovo Flaviano era andato a Costantinopoli per impetrare il perdono, e lo
ottenne. Intanto al popolo, fluttuante tra la speranza e il terrore, Giovanni
cercava di infondere coraggio, rendendosi partecipe dei suoi sentimenti; ma
nello stesso tempo trovava l'occasione per combattere le passioni e gli eccessi,
il gusto per i giuochi, per le corse, per gli spettacoli licenziosi.
All'attività sacerdotale antiochena è legata anche l'ampia serie di Catechesi
battesimali, sermoni pronunciati per preparare i catecumeni a ricevere il
battesimo. Di recente se ne sono aggiunte altre otto inedite, che sono state
pubblicate dal Wenger. Pronunciate nel 390, costituiscono una fonte importante
per la storia della iniziazione cristiana e della liturgia battesimale alla fine
del IV secolo.
Le numerose omelie esegetiche su libri del Vecchio e dri Nuovo Testamento
(Genesi, Salmi, Vangelo di san Matteo, Vangelo di san Giovanni, Atti degli
Apostoli, Epistole di ArIll Paolo) furono pronunciate nella massima parte ad
Antiochia, ma non poche presentano gravi e non facilmente risolubili problemi di
cronologia. Sono interpretazioni fini e penetranti della Scrittura, che mettono
in evidenza il significato spirituale dei testi e la loro immediata applicazione
pratica, senza sovrastrutture simboliche e allegoriche: vi si sente la fedeltà
ai principi della scuola antiochena nella cura dell'interpretazione letterale.
Ma è il moralista e l'apostolo della carità che ha sempre il sopravvento: vicino
agli umili nelle sofferenze, si mostra avversario del lusso e dell'avarizia;
proclama l'uguaglianza naturale di tutti gli uomini; sa che la ricchezza poggia
spesso sull'ingiustizia, sulla frode e sulla violenza. Nella schiavitù vede
un'istituzione contro natura e, se non ne propone l'abolizione, esorta tuttavia
i padroni a rispettare degli schiavi il corpo e soprattutto l'anima. Del periodo
costantinopolitano sono le due omelie A Eutropio, il potente e avido favorito di
Arcadio caduto in disgrazia (399). Di esse la piú celebre è la prima,
pronunciata dinanzi a Eutropio che, pallido e tremante, si aggrappava a una
colonna del tempio ove aveva cercato rifugio: sviluppa il noto tema
dell'Ecclesiaste: « Vanità delle vanità, e tutto è vanità », mostrando per
successivi quadri l'instabilità della fortuna umana, la durata effimera della
gloria terrena.
Notevoli sono anche i due discorsi pronunciati a Costantinopoli prima della
partenza per l'esilio e dopo il ritorno, nell'anno 403. Nel primo, il patriarca
cerca di placare la collera dei fedeli affermando l'invincibilità della Chiesa e
l'inseparabilità del pastore dal suo gregge, con efficaci e nobili parole:
Noi non siamo che un corpo solo...
Separati nello spazio, restiamo uniti dalla carità.. Voi siete i miei fratelli;
voi siete la mia vita; voi siete la mia gloria... Son pronto per voi a dare la
mia vita mille volte, e non occorre che me ne siate grati; io pago il mio
debito: poiché « il buon pastore espone la sua vita per le sue pecore ».
Nel secondo, ringrazia i suoi fedeli per l'accoglienza fattagli e loda la Chiesa
dí Costantinopoli che, come sposa fedele e casta, ha respinto le profferte dei
seduttori, durante la sua assenza.
Le duecentotrentasei Lettere che ci rimangono appartengono al periodo del
secondo esilio a Cucusa (404-07) e costituiscono un'altra testimonianza del
nobile carattere di Giovanni, del suo zelo pastorale che non si spegne nemmeno
nella lontananza e fra le sofferenze. La prima e la piú lunga, redatta a
Costantinopoli prima della partenza, dopo la Pasqua del 404. e diretta al papa
Innocenzo, è un rapporto degli eventi di cui era stato vittima e un appello
all'intervento papale. La maggior parte delle altre è rivolta ad amici e a
partigiani (i « giovarniti ») che gli restavano ostinatamente fedeli, per
consolarli e dar loro notizie della sua salute. Le piú notevoli sono le
diciassette dirette alla diaconessa Olimpiade, sua fervente seguace a
Costantinopoli, che sí adoperava senza posa per migliorare le sorti del
patriarca in esilio.
L'opera di Giovanni Crisostomo costituisce la piú cospicua eredità letteraria
lasciata da un Padre del IV secolo, e si impose, come quella di nessun altro,
all'ammirazione entusiastica dei posteri. Essi subirono il fascino e delle sue
qualità morali e dei suoi pregi letterari e vi attinsero idee,
immagini,espressioni. Un tardo agiografo del secolo XIV, Niceforo Callisto,
scriveva di lui: « Ho letto piú di mille suoi discorsi, che effondevano
un'indicibile dolcezza. Fin dalla mia giovinezza ho amato e ascoltato la sua
voce come se fosse quella di Dio. A lui io debbo ciò che so e ciò che sono ».
Si è visto che nel Crisostomo non ha particolare rilievo la polemica dogmatica,
ma non vi trova nemmeno grande posto la polemica contro la cultura pagana, che è
invece quasi completamente accettata. L'unica polemica che è viva in tutta
l'opera è quella per la riforma morale della società del suo tempo. Di essa, del
lusso dilagante negli alti strati sociali, contrastante con la miseria diffusa
dei poveri; dello sfarzo e della corruzione della corte, che già andava
assumendo aspetti sempre piú orientali, con i suoi eunuchi e con gli intrighi di
donne; del popolo assetato di giuochi e di spettacoli il Crisostomo ha lasciato
il quadro piú vivido e piú ricco di particolari.
Giovanni rappresenta il frutto piú maturo dell'assimilazione della cultura e
della retorica classica al cristianesimo. Gli insegnamenti della scuola di
Libanio sono diventati sangue del suo sangue e gli servono per esprimere se
stesso. Egli segue gli stessi modelli classici del suo maestro: Platone per il
fascino della sua immaginazione, Demostene per le sue capacità dialettiche, per
il bisogno di provare e di convincere. Ma le reminiscenze di altri scrittori:
dei tragici, dei comici, di Tucidide, di Senofonte, di Plutarco, di Luciano
mostrano ad ogni passo l'ampiezza della cultura classica del Crisostomo, che si
fonde mirabilmente con una vastissima esperienza dei testi della Scrittura. Egli
evita normalmente le civetterie stilistiche; figure retoriche talvolta servono a
meglio segnare impressioni nell'animo dei suoi uditori. La sua lingua risponde
ai canoni dell'atticismo sia nel lessico, sia nella morfologia che nella
sintassi, pur senza date l'impressione di affettazione. Anche il ritmo del
periodo, cosí come in Libanio, è quello classico tradizionale: quantitativo,
senza concessioni all'accento.