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Meister Eckhart -
Dell'uomo nobile
«Come dunque devo amare Dio? - Tu
devi amare Dio non intellettualmente, vale a dire che la tua anima deve essere
spoglia di ogni intellettualità, restare senza intelletto; perché se tu ami Dio
in quanto è Dio, in quanto è Intelletto, in quanto è Persona, in quanto è
Immagine, tutto ciò sparirà. - Come dunque devi amarlo? Devi amarlo in quanto è
un Non-Dio, un Non-Intelletto, una Non-Persona, una Non-Immagine. Ancora di più:
in quanto è un, Uno puro, chiaro, limpido, separato da ogni dualità. E in
quest"'Uno", dobbiamo eternamente inabissarci: da Qualcosa al Niente. Che Dio ci
aiuti. Amen».

«Tutti i mistici sono pericolosi da leggere, ma è un bel rischio che si deve
correre». Così scriveva un famoso teologo svizzero divenuto cardinale, Charles
Journet (1891-1975). Quanto abbia ragione lo si evince dalla lettura di Meister
Eckhart, un domenicano sassone nato attorno al 1260, magister a Parigi,
processato presso la corte papale di Avignone, ove forse muore nel 1328. Il 27
marzo 1329 papa Giovanni XXII con la bolla In agro dominico condannava 28
proposizioni del Maestro, il cui pensiero - spesso incandescente - dilagava
ormai come lava ardente nel cuore e nella mente di molti, non di rado coagulato
in stampi deformi e persino devianti o apocrifi. Già un suo discepolo e grande
autore mistico, Giovanni Taulero (1300-1361), bollava l'equivoco in cui era
incorsa l'ermeneutica delle tesi di Eckhart: egli parlava dal punto di vista
dell'eterno, ma veniva inteso dal punto di vista del tempo.
Umiltà, povertà, distacco, nobiltà
interiore sono le virtù attraverso le quali l'uomo diventa figlio nel Figlio,
Cristo Gesù.
"Nulla sa più del fiele del soffrire, e nulla sa più del miele dell'aver
sofferto; nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza, ma
nulla davanti a Dio abbellisce l'anima più dell'aver sofferto. Il più saldo
fondamento su cui può sorreggersi questa perfezione è l'umiltà, giacché lo
spirito di colui la cui natura striscia quaggiù nella più profonda bassezza, si
innalza in volo verso le supreme altezze della Divinità".
Chi realizza dunque
questo distacco è 'l'uomo nobile'.
In verità in ciò sta il tuo io, e null’altro. E’ la tua
ostinata volontà personale, anche se non lo sai o non lo
credi: mai sorge in te l’inquietudine senza che ciò
derivi dalla tua volontà personale- che tu te ne accorga
o meno. Quando pensi che si debbano fuggire certe cose e
ricercarne altre, certi luoghi o certe persone, certi
modi d’essere o certe opere,ciò non avviene perché tali
cose o tali modi ti ostacolino, ma perché tu stesso ti
sei d’ostacolo nelle cose, non avendo un corretto
rapporto con esse. Perciò devi cominciare da te stesso e
abbandonare te stesso.
Bisogna imparare a passare attraverso tutte le cose.
Ora, il distacco è tanto vicino al nulla, che tra il
perfetto distacco e il nulla non può esservi niente.
da “Dell’uomo nobile”, Meister Eckhart, 1999, Adelphi, a
cura di Marco Vannini |
Non è una novità, è ben vero, che
l’uomo debba distaccarsi dal mondo per congiungersi a Dio – questo già era stato
asserito prima di Eckhart. Ma che quest’uomo distaccato si faccia uguale a Dio –
anzi costringa Dio a venire verso di lui –, questo suona ancora oggi come uno
scandalo. "Sappi per vero" – sentenzia Eckhart ispirandosi ad Avicenna – "che lo
spirito libero, quando permane in un autentico distacco, costringe Dio a venire
al suo essere, e, se potesse permanere senza forma e senza accidente alcuno,
assumerebbe l’essere proprio di Dio (...) Questo distacco immutabile conduce
l’uomo alla più grande uguaglianza con Dio". È nel segno del Nulla sorto dal
completo distacco che Dio e l’uomo diventano uno.
Meister Eckhart
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