Giovanni Scoto
Eriugena, un irlandese, fu tra l'846 e 1'870 al centro della vita intellettuale
alla corte di Carlo il Calvo, "l'imperatore filosofo". Tradusse dal greco il
corpus di Dionigi l'Areopagita, Gregorio di Nissa e Massimo il Confessore;
rinnovando la terminologia filosofica d'Occidente. Scrisse il de divina
praedestinatione e il Periphyseon. Fuse la tradizione platonica col
cristianesimo, così che il platonismo diventò, in lui, la forma naturale della
rivelazione cristiana; e incarnò gli sviluppi più arditi della teologia negativa.
Egli ricerca il Primo Principio, che fonda l'Essere e sta al di sopra
dell'Essere: tenebra che irradia luce. "Tutto ciò che si comprende e si sente
non è altro che apparizione del non apparente, manifestazione dell'occulto,
affermazione della negazione, comprensione dell'incomprensibile, parola
dell'ineffabile, accesso dell'inaccessibile." Il mondo nel quale viviamo è un
paradosso vivente. Da un lato, è divino: "questa pietra e questo legno per me
sono luce"; non c'è frammento di realtà, per quanto umile e insignificante, che
non partecipi dell'eterno raggio divino. Al tempo stesso, il mondo è
radicalmente altro da Dio: opacità, caduta, ombra, separazione. Quanto
all'umanità, il suo rappresentante più alto, Giovanni evangelista, è superiore
alle gerarchie angeliche: come un'aquila spirituale vola con le ah veloci della
più inaccessibile teologia, sollevandosi sopra ciò che può essere compreso
dall'intelligenza, fino a spingersi all'interno di ciò che trascende ogni
significato. Scritta probabilmente tra l'805 e l'870 e molto diffusa nel
Medioevo, L'Omelia sul Prologo di Giovanni è uno dei capolavori della lingua
latina: un testo filosofico-poetico che ha la concentrazione degli scritti
presocratici e taoisti; una piccola gemma radiosa, che raccoglie in sè i misteri
della teologia trinitaria, della creazione, della natura, dell'eterno e del
tempo, e della via mistica a Dio.
GIOVANNI SCOTO
ERIUGENA