Romano Guardini (Verona 1885 -
Monaco di Baviera 1968), italiano di nascita ma cittadino tedesco, è stato
definito da papa Benedetto XVI "il grande maestro dei cristiani" del Novecento
"che collega Germania ed Italia".
Nelle Lettere dal lago di Como, indirizzate ad un amico rimasto in Germania (sua
terra d'elezione dal 1911), Guardini indica chiaramente che il futuro delle
civiltà dipende dalla nascita e formazione di un nuovo atteggiamento umano, di
un nuovo "tipo" d'uomo profondamente familiare alla novità della cultura
tecnico-scientifica ed insieme lucidamente consapevole del nucleo essenziale
della dignità umana, radice di ogni autentica cultura e civiltà.
Riproponiamo la tesi conclusiva del celebre saggio di Guardini, breve ma
incisivo, contenuta nella nona lettera sulla tecnica. Ciò che nelle precedenti
lettere poteva sembrare un semplice sfogo nostalgico, diviene nelle riflessioni
finali una visione ricca di ottimismo e di speranza, conducendo il lettore verso
la precisa proposta di una “nuova umanizzazione della tecnica”. Il progresso
tecnico, in sé, non è certamente un male, ma lo diviene quando a non crescere in
armonia con il progresso è la dimensione autenticamente umana, e perciò
spirituale, dell’uomo e della società in cui egli vive. Non è la tecnica che va
frenata, ma l’umanità a dover essere accresciuta, consentendo all’essere umano
di essere sempre signore e non schiavo di ciò che realizza e produce. Questo
compito di “umanizzare la tecnica” si riallaccia per Guardini. con il mandato
originario della Genesi, in quanto il comandamento di dominare e assoggettare la
terra ha, nelle sue risonanze esegetiche e spirituali più profonde, la valenza
di umanizzare la terra, di renderla adatta allo sviluppo della vita umana e alla
piena espressione delle sue dimensioni spirituali e trascendenti.
Romano Guardini
(1885-1968), La tecnica e l'uomo. Dalla nona lettera dal Lago di Como (1925)
La questione che mi tormentava era questa: è ancora possibile, in mezzo a tutto
ciò che accade, un tipo di vita che sia completamente imperniato sulla natura
dell'uomo e sull'opera dell'uomo?
Il vecchio mondo sta crollando, e intendo la parola «mondo» nella sua più ampia
accezione e cioè comprendendo in essa le opere, le istituzioni, le
organizzazioni e le attitudini di vita. La metà del secolo scorso segna la linea
di divisione della storia (sebbene, naturalmente, le radici degli avvenimenti di
allora siano da ricercarsi molto più addietro nel tempo). A quel mondo antico
apparteneva una figura umana ben definita, universale, nonostante le molte e
notevoli differenze. Questo tipo universale era sostenuto dall'uomo e, nella
stesso tempo, gli serviva di sostegno. L'uomo stesso l'aveva creato e viveva in
esso. Lo teneva, palpitante di vita, nella sua mano; era, contemporaneamente, la
sua opera e la sua espressione, il suo oggetto e il suo strumento. Ciò era
cultura e tutta la vera cultura che oggi ancora possediamo deriva di là.
In seguito si manifestano fatti nuovi: le cose tendono a non aver più lo stesso
carattere, la stessa misura, a mutare il loro punto di partenza e i loro fini.
Altre sono le forze che le muovono; le loro relazioni con la natura non sono più
quelle di prima. Al contatto con il «fatto nuovo» che si introduce nella storia,
tutto l'antico ordine di cose si sgretola. L'uomo che gli apparteneva e del
quale noi tutti portiamo, più o meno, qualcosa nel sangue, diventa un senza
patria. Dirò di più: egli si riduce in se stesso poiché il mondo ora in procinto
di scomparire non esisteva che in virtù di lui ed egli, a sua volta, non
esisteva che per mezzo di questo mondo. Il fatto nuovo non è penetrato come
elemento di rottura soltanto nell'ordine obiettivo, in quanto frutto di una
cultura obiettiva, ma anche e soprattutto nell'essere umano vivente. La comparsa
della tecnica è prima di tutto un fenomeno che ha intaccato l'intimo dell'uomo.
Per questo ci troviamo nella condizione di senza patria, per questo ci siamo
ridotti in uno stato di barbarie. Per lo meno, le cose stanno così se osserviamo
noi stessi partendo dall'«antico», poiché questo passato sente sfasciarsi il suo
mondo e insieme con quello sente andare in rovina se stesso. E le cose stanno
veramente così, se consideriamo le realtà nuove che ci pervengono, che arrivano
in noi e al di fuori di noi, poiché tutto — almeno finora — è caos.
Dunque, in quanto la questione, coscientemente o incoscientemente, fa derivare
l'idea dei valori umani dall'antico tipo di umanità, la risposta da darle
dovrebbe essere un rifiuto categorico. Tutto ciò che vi è di nuovo toglie
all'uomo dell'antica cultura la possibilità di essere. Si potrà cercare di
attenuare gli effetti di questa evoluzione ma non la si potrà arrestare.
Qui è bene approfondire questo pensiero: se oggi abbiamo l'impressione di
trovarci di fronte a una distruzione, è perché un essere e un fatto di tipo
nuovo sono penetrati, modificandola brutalmente, nell'antica immagine del mondo
e dell'uomo. Questo elemento nuovo opera in maniera distruttiva perché incontra
un uomo che non è fatto per lui.
Più precisamente: è caotico e agisce da distruttore perché l'uomo idoneo a
vivere insieme a lui non esiste ancora. Questo «nuovo» esercita un'azione
distruttiva perché non si è ancora riusciti a renderlo umano. È un assalto di
forze rese libere che non sono state ancora domate; materie prime che non sono
state ancora selezionate, che non sono state ancora portate a una forma
spirituale vivente, che non sono ancora alla portata umana. Ora il farsi padrone
di queste materie prime e di queste forze, il raccoglierle, il dar loro una
forma, il metterle in rapporto, tutto ciò per cui si crea un «mondo», una
«cultura», non è in potere dell'uomo che faceva parte di quel mondo antico al
quale si era conformato. Gli mancano, per essere all'altezza di tutto ciò, la
scala delle misure, l'immagine anticipatrice, la forza. Restando fermi sul campo
anticamente occupato, la battaglia per la cultura vivente sarebbe perduta e da
questo passato non ci potremmo attendere altro se non una profonda confusione.
La lotta potrà essere ripresa soltanto su un altro piano. Il mondo della tecnica
e le sue forze scatenate non potranno essere dominati che da un nuovo
atteggiamento che ad esse si adatti e sia loro proporzionato. L'uomo è chiamato
a fornire una nuova base di intelligenza e di libertà che siano, però, affini al
fatto nuovo, secondo il loro carattere, il loro stile e tutto il loro
orientamento interiore. L'uomo dovrà porre il suo vivo punto di partenza, dovrà
innestare la sua leva di comando là, dove nasce il nuovo evento. Ma questo
«nuovo» è costituito solo da modificazioni entro un contesto di fondamenti
permanenti o, al contrario, possiamo scorgere in esso il segno di un
rinnovamento storico?
In caso valga quest'ultima ipotesi - e sono convinto che essa sia quella giusta
- dobbiamo darle la nostra adesione. Conosco il prezzo di questo consenso.
Coloro che ingenuamente hanno già optato per il nuovo e coloro ai quali son
facili i rapidi mutamenti di orientamento tacceranno le riflessioni esposte in
queste lettere di romanticismo retrogrado, di asservimento al passato. Di buon
grado lasciamo loro l'occasione di compiacersene soddisfatti. Noi però
osserviamo che si può aderire ai fatti della storia con libera scelta, con una
vera e propria decisione: perché essa proviene da un cuore che sa. E ciò ha il
suo peso. Il nostro posto è nel divenire. Noi dobbiamo inserirvici, ciascuno al
proprio posto. Non dobbiamo irrigidirci contro il «nuovo», tentando di
conservare un bel mondo condannato a sparire. E neppure cercare di costruire in
disparte, mediante una fantasiosa forza creatrice, un mondo nuovo che si
vorrebbe porre al riparo dai danni dell'evoluzione. A noi è imposto il compito
di dare una forma a questa evoluzione e possiamo assolvere tale compito soltanto
aderendovi onestamente; ma rimanendo tuttavia sensibili, con cuore
incorruttibile, a tutto ciò che di distruttivo e di non umano è in esso. Il
nostro tempo è dato a ciascuno di noi come terreno sul quale dobbiamo stare e ci
è proposto come compito che dobbiamo eseguire.
E, in fondo, noi non vogliamo che sia altrimenti. Il nostro tempo non è una via
sulla quale dover procedere, esteriore a noi stessi. Noi stessi siamo il nostro
tempo! Nostro sangue e nostra anima, questo è il nostro tempo. Siamo in rapporto
col tempo come lo siamo con noi stessi, lo amiamo e lo lodiamo in un medesimo
sentimento. E ciascuno sta in rapporto al tempo secondo la propria attitudine:
irriflessivo se è irriflessivo verso se stesso, risoluto, se tale è verso se
stesso.
Noi amiamo la forza intensa di questo tempo e la sua volontà di assumere le
proprie responsabilità. Amiamo la risolutezza con cui affronta i rischi delle
soluzioni estreme. La nostra anima non rimane insensibile davanti allo
spettacolo di valori che cercano di farsi strada e di affermarsi. Noi proviamo
commozione per tutto ciò pur avvertendone il lato discutibile, pur restando
ancora sensibili alla deliziosa attrattiva del passato. Bisogna aver lucidamente
considerato ciò che si sta per intraprendere, se si vuol trovar la forza di
sacrificare con cuore saldo l'indicibile nobiltà del passato.
E neppure si deve pensare che questa evoluzione sia anticristiana. Tale può
essere, talvolta, la mentalità che le presiede, ma non l'evoluzione in se
stessa. Anzi, la scienza, la tecnica e tutto ciò che da esse deriva sono state
rese possibili soltanto per mezzo del Cristianesimo. Solamente un uomo, la cui
anima si sapeva salva per la presenza immediata di Dio e per la dignità del
Battesimo, un uomo giunto così alla convinzione di essere diverso da tutto il
resto della natura, poteva rompere il legame che ad essa lo univa: il che è
proprio ciò che ha fatto l'uomo dell'epoca della tecnica. L'uomo dell'antichità
vi avrebbe intravisto una àâñéò dalla quale doversi allontanare con orrore.
Soltanto l'uomo al quale la unione con Dio ha conferito il senso dell'assoluto,
al quale le parabole del tesoro nel campo, della perla preziosa e l'insegnamento
della necessità di perdere la propria vita hanno fatto apprendere l'esistenza di
qualcosa per la quale si deve rinunciare a tutto il resto - solamente quest'uomo
ha saputo essere capace di una decisione così estrema com'è, appunto, quella che
informa la scienza moderna, la quale vuole la verità anche se questa verità
abbia a rendere la vita impossibile; di una decisione che anima la tecnica la
quale vuole l'opera e dovrebbe, mediante una trasformazione del mondo,
coinvolgere tutta l'esistenza umana. Soltanto un uomo che ha attinto dalla fede
cristiana nella vita eterna l'incrollabile certezza che il suo essere è
indistruttibile, ha potuto trovare in se stesso la fiducia indispensabile a una
tale impresa. Ma, veramente, le forze di cui parliamo sono sfuggite dalla mano
della personalità vivente, o si dovrebbe dire piuttosto che è la mano che non le
ha più sapute trattenere? Che se le è lasciate sfuggire? E che per questo esse
sarebbero cadute sotto il giogo demoniaco del numero, della macchina, della
volontà di potenza?...
Per poter renderci padroni del «nuovo», dobbiamo in giusto modo penetrarlo.
Dobbiamo dominare le forze scatenate onde farle attendere alla elaborazione di
un ordine nuovo, che sia riferito all'uomo. Ma, in ultima analisi, questa opera
non può compiersi ove si prendano come punto di partenza i problemi tecnici;
essa è resa possibile solo partendo dall'uomo vivente. Si tratta, è vero, di
problemi di natura tecnica, scientifica, politica; ma essi non possono essere
risolti se non procedendo dall'uomo. Deve formarsi un nuovo tipo umano, dotato
di una più profonda spiritualità, di una libertà e di una interiorità nuove, di
una capacità di assumere forme nuove e di crearne. La sua costituzione
dev'essere tale, che debba trovare il mondo nuovo già nelle fibre del suo essere
e nella forma stessa della presa con cui ne afferra le strutture. Per imponente
che sia la mole del sapere accumulato, per quanto gigantesco sia l'apparato
economico e politico, per quanto potente sia la tecnica, tutto ciò non
rappresenta ancora nient'altro che pura materia prima, se misurato col metro di
una scienza, di una economia, di una politica e di una tecnica viventi. Non
abbiamo bisogno di ridurre la tecnica, ma, al contrario, di accrescerla. O
meglio: ciò che ci occorre è una tecnica più forte, più ponderata, più «umana».
Ci occorre più scienza, ma che sia più spiritualizzata, più sottomessa alla
disciplina della forma; ci occorre più energia economica e politica, ma che sia
più evoluta, più matura, più cosciente delle proprie responsabilità, che
discerna il particolare nei complessi di cui esso fa parte. Ora, tutto ciò sarà
possibile soltanto quando l'uomo vivente farà risaltare se stesso nell'ambito
della natura delle cose, quando riferirà questa natura a se stesso e potrà così
creare a nuovo un «mondo».
Questo «mondo» dobbiamo estrarlo da un immenso accumulo di forze e di sostanze
di ogni genere. Una volta l'uomo aveva come primo obiettivo quello di affermarsi
di fronte alla natura che lo minacciava da ogni parte, perché egli non l'aveva
ancora dominata, ed era quindi per lui soltanto caos.
Così si cominciò ad osservare il comandamento: «Lavorate la terra e fate che
essa vi sia sottomessa». Il caos - «caos» dal punto di vista dell'uomo - prese
forma e divenne il mondo dell'uomo. Via via che ciò andava attuandosi, ossia man
mano che l'uomo entrava in possesso della terra e si affermava contro di essa e
in essa, egli liberava proprio con la sua stessa azione forze nuove, non ancora
soggiogate dalla sua attitudine personale e dalla forma del mondo novellamente
creato. Queste forze andarono crescendo e oggi, scatenate, hanno provocato un
nuovo caos. Nella parabola della storia siamo ritornati esattamente al punto in
cui si trovò l'uomo primitivo quando ebbe da affrontare il suo primo compito,
quello di creare un «mondo». Siamo di nuovo minacciati da tutte le parti da un
caos che, questa volta, noi stessi abbiamo provocato.
In primo luogo, dunque: bisogna dire «sì» al nostro tempo. Il problema non sarà
risolto con un tornare indietro, né con un capovolgimento o con un differimento;
e neppure con un semplice cambiamento o miglioramento. Si avrà la soluzione
soltanto andandola a cercare molto in profondità.
Dev'essere possibile inoltrarsi nella via della presa di coscienza, sino a
giungere alla mèta, per moto interiore e non per pressioni o limitazioni
esteriori. E deve essere possibile, nello stesso tempo, conseguire una nuova
sicurezza interiore, che non sia legata a quanto va consumato ed arso in quella
presa di coscienza; un atteggiamento di rispetto che sostenga questo nuovo
sapere; una ingenuità nuova nella coscienza; una capacità di credere, anche
nella scepsi.
Deve essere possibile lasciar cadere le illusioni e veder tracciati
rigorosamente i limiti della nostra esistenza, ma acquisire, nel contempo, una
nuova infinità avente la sua origine nello spirito.
Deve essere possibile risolvere il problema del dominio sulla natura nella
misura che si è mostrata; ma, nello stesso tempo, dare all'anima una nuova sfera
di libertà, restituire alla vita una inesauribile sicurezza in se stessa e
acquistare un atteggiamento, una mentalità, un nuovo ordine per valutare in
maniera vivente il sublime e l'abbietto, il lecito e l'illecito, la
responsabilità, i limiti, ecc., superando il pericolo derivante dalle forze
naturali sbrigliate al loro arbitrio, capaci di ogni distruzione.
Deve essere possibile veder scomparire l'antica aristocrazia del piccolo numero
e accettare il fatto della massa, quel fatto per cui ciascuno di questa folla di
individui ha diritto alla vita e ai beni; ma articolare, nello stesso tempo, la
massa in se stessa e giungere ad una nuova gerarchia del valore e dell'essere
umano.
Deve essere possibile seguire la tecnica nella strada su cui essa persegue uno
scopo che abbia veramente un significato, permettere alle forze di tale tecnica
di sviluppare tutto il loro dinamismo, anche se ciò dovesse sconvolgere l'antico
ordine con le sue strutture; ma, nello stesso tempo, creare un ordine nuovo, un
nuovo cosmo che dovrà sortire da una umanità portatasi a livello di queste
forze.
da Lettere dal Lago di
Como. La tecnica e l'uomo , tr. it. di Giulietta Basso, Morcelliana, Brescia
19932 , pp. 92-100.