Laotse: filosofo cinese (sec. VI o
V a.C.)
Quest'opera, celebre nella letteratura cinese e fuori di Cina, insegna il "ritmo
della vita", proclama l'unità del mondo e dei fenomeni umani e l'ideologia del
"non intervento", o del "lasciar fare". Nei capitoli dal I al X si descrivono i
principi generali della dottrina taoista, nei capitoli XIXX viene sviluppata la
dottrina della non azione, o "non interferenza"; i capitoli dal XXI al XXVIII,
di carattere più spiccatamente mistico, si riferiscono ai modelli del "Tao"; nei
capitoli XXIX, XXX e XXXI si parla contro la violenza e l'uso della forza; gli
altri capitoli (fino al XXXVII) del primo dei due libri in cui usualmente è
diviso il Libro del Tao sono dedicati al ritmo della vita.
Nel secondo libro abbiamo la seguente tematica: uso della semplicità e della
tranquillità (capitoli XXXVIII-XLIX), come conservare la vita (LLVI). Seguono
infine capitoli dedicati a consigli pratici sul governo, sugli affari, sulla
guerra (fino al capitolo LXXI), capitoli dedicati ai grandi consigli di Laotse,
infine capitoli sulla forza, sulla debolezza, sulla pace (a questo tema è in
particolare dedicato l'ultimo capitolo, il LXXIX). Le idee di Laotse sono
espresse mediante paradossi, e in forma concisa, epigrammatica.
L'attribuzione di questo libro a Laotse è del tutto problematica: di questo
"antico maestro" si sa ben poco. L'insegnamento fondamentale del libro è
senz'altro di carattere egoistico: spiega come preservare la propria persona
mediante la prudenza e la saggezza (e anche l'opportunismo). Vivere nascosto,
non agire, non fare più del necessario, tenere il giusto mezzo, essere
spontaneo, essere naturale, essere prudente: in questo modo si possono evitare
le sconfitte. In campo politico, di conseguenza, saggio è quel governante che
lascia fare, che non fa troppe leggi, che non impone tanti divieti (i quali, in
un modo o nell'altro, sarebbero violati). Inoltre il saggio governante, secondo
questo libro, deve cacciar via tutte le persone troppo intelligenti e capaci,
perchè darebbero fastidio a lui e agli altri. Al moralismo confuciano il taoismo
contrappone così il suo scetticismo. La definizione del Tao con cui inizia il
libro è oscura: "Il Tao di cui si parla non è l'assoluto Tao. I nomi che si
danno non sono i nomi assoluti. L'origine della Terra e del Cielo è senza nome,
ma l'Essere al quale viene dato un nome è la madre di tutte le cose: questo Tao,
immutabile, che non può essere descritto con le parole, che esisteva prima che
dal nulla nascessero le cose, è il Gran Mistero, il Mistero dei Misteri".
Evidentemente questo Tao è il principio increato, il principio primo; in realtà
con il termine Tao si intendono almeno due cose (i traduttori del Libro del Tao
hanno dato traduzioni discutibili, a causa dell'ambiguità dei concetti, espressi
in ideogrammi ancora più ambigui). Questi due concetti sono il principio cosmico
e la via morale. Il Tao è la "madre di tutte le cose", un principio "femminile"
increato, causa prima, da cui tutto deriva, e causa ultima cui tutto ritorna.
Colui che ha conosciuto, che sa il ritmo della vita, entro questo scorrere dal
Tao primario al Tao finale, conosce il Tao come norma di vita, è "saggio". La
dialettica della conoscenza è fondata sul principio dei contrari: essere e non
essere si generano a vicenda, dal bene deriva il male e dal bello il brutto. Di
qui il relativismo anche morale: bene e male non sono valori assoluti, non
esistono in se stessi, ma in quanto reciprocamente condizionantisi.
E tutte queste coppie di contrari trovano il loro punto di partenza
dall'originaria contrapposizione dello yang (principio caldo, o maschile) e yin
(principio freddo o femminile), derivati dal Tao, il caos originario.
TAOISMO
TAO TE' CHING