MASSIMO IL CONFESSORE
I tentativi di compromesso tra il dogma di Calcedonia e il monofisismo
escogitati durante il regno di Eraclio (610-41) per salvare l'unità dell'impero
dinanzi all'invasione araba, il monoenergismo e il monotelismo, suscitarono
nuove controversie. L'opposizione ortodossa trovò allora un difensore di
notevole statura in uno dei piú grandi teologi del medioevo bizantino, Massimo
Confessore. Dinanzi alla scomparsa della vasta letteratura degli eretici,
condannata dai concili del VII secolo, l'opera di Massimo, insieme con gli atti
del VI concilio ecumenico (680), costituisce la fonte piú importante per la
conoscenza delle controversie religiose di questo periodo. Ma ancor maggiore è
la sua importanza quale sintesi delle varie dottrine della vita spirituale
bizantina in questa età.
Massimo era nato verso il 580 ed apparteneva a una nobile famiglia di
Costantinopoli. Entrato nell'amministrazione imperiale, fu primo segretario di
Eraclio, ma verso il 613-14 entrò nel monastero di Crisopoli (Scutari), da dove
passò, per un paio d'anni verso il 624-25, a Cizico. Il pericolo persiano (626)
lo spinse in Africa, prima ad Alessandria (632) e successivamente, pare, a
Cartagine. Difensore instancabile dell'ortodossia, dapprima rivolse la sua
attività teologica contro il monofisismo ma, dal 642, spostò la sua lotta contro
il monotelismo. Fece condannare quest'eresia da vari sinodi africani e, durante
il suo soggiorno a Roma (646-53), fu l'anima del sinodo Lateranense del 649, che
condannò l'eresia monotelita sia nella forma della « Ecthesis » di Eraclio sia
ir quella del « Typos » del figlio Costante II. Le conseguenze politiche di tale
condanna spinsero l'imperatore a gravi rappresaglie sia contro il papa Martino
sia contro Massimo che, nel 653, fu arrestato ín Italia e condotto a
Costantinopoli e là processato e mandato in esilio. E nel luogo della sua ultima
deportazione, dopo essere stato mutilato della lingua e della mano destra (ma è
probabile che queste mutilazioni siano invenzioni posteriori), nella fortezza di
Schemarion, in Lazica, mori, piú che ottantenne, il 13 agosto del 662.
La produzione di Massimo è veramente imponente e abbraccia tutti i campi della
letteratura religiosa. Per la sua ampiezza come per la sua varietà può stare
accanto a quella dei maggiori Padri del IV e del V secolo.
Sembra che la sua attività letteraria sia cominciata in Africa e che sia stata
dapprima rivolta all'esegesi biblica. Il suo Primo scritto (verso il 626) che si
indica comunemente col titolo Quaestiones et dulia, contiene settantanove
domande e risposte su luoghi oscuri della Sacra Scrittura e su altri argomenti
teologici. Allo stesso periodo appartengono anche il commento al Salmo 59 e
quello al Pater Noster, e le Domande a Teopempto Scolastico (Quaestiones ad
Theopemptum Scholasticum). Ma la piú importante delle opere esegetiche di
Massimo è quella che viene indicata col titolo di Quaestiones ad Thalassium,
composta negli anni 630-33. Contiene le risposte a sessantacinque problemi che
Talassio, un monaco della Libia, aveva posto a Massimo su aporie della Sacra
Scrittura. Alle risposte è premessa una lunga prefazione sul male. Le
spiegazioni poi non si attengono alla lettera, ma attraverso il metodo
allegorico, vanno molto lontano dal testo che finisce per essere solo un
pretesto per un simbolismo complicato e fantasioso. Per esempio, alla domanda
perché si debba mangiare la carne e bere il sangue del Cristo, ma non rompere le
sue ossa, secondo il precetto di Giovanni (XIX, 36), Massimo risponde che il
sangue del Verbo è ciò che percepiscono i sensi; la carne è ciò che raggiunge
l'intelligenza, mentre le ossa rappresentano i misteri inattingibili dalla mente
dell'uomo. O ancora: che la carne del Verbo è la vera virtú, il sangue la gnosi
infallibile, le ossa la teologia ineffabile. È chiaro che un metodo di
interpretazione di tal genere non ha nulla di scientifico, ma serve solo di
spunto alle speculazioni mistico-ascetiche di Massimo.
Allo stesso metodo si ispirano i commentari a varie orazioni di Gregorio di
Nazianzo (Ambigua), in due libri, e l'interpretazione delle opere di Dionigi lo
Pseudo-Areopagita. appunto il suo merito principale l'avere inserito le
concezioni mistiche dello Pseudo-A reopagita, vivificandole con la sua
sensibilità ascetica e contemplativa, nella spiritualità bizantina in maniera
che rimanessero fondamentali nei secoli successivi.
Un gran numero di scritti e trattati teologici e polemici (vanno comunemente
sotto il titolo di Opuscula theologica et polemica) accompagna tutta la sua
attività di difensore dell'ortodossia, dapprima contro il monofisismo e poi
contro il monoenergismo e il monotelismo. Contro le ragioni politiche che
avevano spirito l'autorità imperiale, ma anche i patriarchi Sergio, Pirro e
Paolo, a conciliare i dissidi dogmatici nell'interesse dello Stato con l'«
Ecthesis » e il « Typos », Massimo si erge a capo spirituale dell'ortodossia,
mettendosi alla testa del l'opposizione ecclesiastica contro l'asservimento
della Chiesa al potere imperiale. Egli enuncia il principio che l'imperatore non
ha il diritto di prendere decisioni in materia di fede, poiché tale diritto è
prerogativa esclusiva della Chiesa. Gli sforzi di Massimo fallirono ed egli mori
martire in esilio, ma l'idea per cui egli aveva combattuto sarà riaffermata
nelle lotte religiose posteriori, specialmente da Giovanni Damasceno e da
Teodoro di Studios, nel corso della controversia iconoclastica.
Ma sono soprattutto le opere mistiche e ascetiche che danno la misura della
spiritualità di Massimo. Il Dialogo ascetico e i 400 capitoli sulla carità sono
gli scritti piú significativi e piú famosi di Massimo. Pur non presentando
pensieri originali — i Capitoli sulla carità sono presentati esplicitamente come
un florilegio di pensieri dei Padri, tra cui parte preponderante ha Evagrio
Pontico —, questi scritti contengono -il frutto della vita ascetica di Massimo,
il tesoro della sua esperienza, delle sue meditazioni sugli antichi maestri. La
carità vi appare come il centro della vita cristiana, il comandamentoper
eccellenza, nel quale si riassume la legge divina: « L'amore è la via piú breve
verso Dio ». I 200 capitoli gnostici (detti anche Capitoli sulla teologia e
l'economia), pubblicati per la prima volta dall'Epifanovic nel 1917, contengono
pensieri derivati da Origene, Filone, Evagrio, ma assimilati e ripensati in
maniera personale al punto da assumere un significato nuovo. La Mystagogia è
un'interpretazione simbolica dei riti liturgici, mentre il Computo ecclesiastico
riguarda il calcolo delle feste ecclesiastiche e altri problemi di cronologia.
Di notevole importanza sono anche le Lettere (47), il cui interesse è dovuto
soprattutto al fatto che esse riflettono la storia teologica di mezzo secolo e
talora sono veri e propri trattati di teologia e di mistica.
L'opera di Massimo, complessa e frammentaria, è, in genere, dí difficile e
faticosa lettura, soprattutto per la mancanza di sistematicità e di una linea
direttrice. Massimo dà l'impressione di scrivere in fretta, prendendo da ogni
parte ciò che gli occorre. Nei suoi scritti vi sono continuamente citazioni,
allusioni e reminiscenze dei piú vari autori, particolarmente di Gregorio di
Nazianzo e dello Pseudo-Areopagita, a cui egli si rifà nella sua dottrina, ma
anche di Gregorio di Nissa, di Evagrio e di Origene, e persino dei teologi
dell'età di Giustiniano, sicché egli appare un compilatore, il primo grande
rappresentante della linea degli « excerptores » bizantini, che dalle fonti
patristiche prendono la loro materia senza preoccuparsi di dare armonia e
coerenza all'insieme degli « excerpta ». Così anche l'espressione è laboriosa,
faticosa, impacciata dalla ricchezza di erudizione, da una certa preoccupazione,
che non raggiunge lo scopo, dí coordinare la varie fonti, da un senso
dell'insufficienza del linguaggio umano ad esprimere realtà divine, dal
complicato lessico che dalle diverse scuole filosofiche è confluito nel gergo
degli ultimi neoplatonici e, infine, dalla ridondanza asianica comune agli
scrittori bizantini dell'epoca. Ma, se dalle opere esegetiche, teologiche e
polemiche si passa alla lettura del Dialogo ascetico, si resta sorpresi dalla
semplicità di pensiero, che fa dimenticare l'astruso esegeta della Scrittura, di
Gregorio o dello Pseudo-Areopagita, e vi si ammira uno stile sobrio e puro che
rivela un evangelismo senza pretese speculative nella linea dei Padri del
deserto, ma pure animato da una profonda e intima emozione.
La fortuna di Massimo fu grandissima: le sue opere rimasero fondamentali per
secoli nel mondo monastico: copiate, ricopiate e meditate divennero un po'
patrimonio comune:
sicché pullularono le interpolazioni e furono attribuite a lui opere altrui. Ma
forse il suo merito piú grande è quello di avere introdotto nel pensiero
cristiano l'opera dello PseudoAreopagita, che attraverso l'interpretazione
ortodossa di Massimo ispirò e influenzò tutta la mistica monastica bizantina per
oltre mezzo millennio. Né rimase estraneo alla sua influenza il mondo cristiano
occidentale. Nel IX secolo un grande pensatore, Giovanni Scoto Eriugena,
traduceva in latino parte della sua opera, che trovava eco profonda e ampia
nella mistica dell'Occidente non meno che in quella bizantina.
L'ULTIMA PATRISTICA