RELIGIONE - LIBRI CONSIGLIATI

    

Origene - Il Commento al Cantico


Origene (Alessandria 185 ca - Tiro 253 ca).

Scrittore cristiano di lingua greca. Rimasto orfano in seguito al martirio del padre, che gli aveva dato una solida formazione scritturistica, aprì una scuola di grammatica per passare poi, su invito del vescovo Demetrio, alla istruzione dei catecumeni. Caduto in disgrazia presso Demetrio, che la fama di Origene aveva ingelosito, si ritirò a Cesarea di Palestina, dove fondò una nuova scuola. Nella persecuzione di Decio (250) fu imprigionato e crudelmente torturato. Morì in seguito ai tormenti subiti.
Le «controversie origeniste» provocarono la perdita di buona parte delle sue opere (si parla di 6000 libri, che gli diedero il soprannome di Adamanzio, «d'acciaio») e quanto ci è pervenuto non è generalmente nel testo integrale, ma in traduzioni latine. Scrisse su quasi tutti i libri dell'Antico e del Nuovo Testamento in tre forme diverse: gli Scholia, brevi note esplicative dedicate ai passi più oscuri; le Omelie, di carattere edificante e popolare; i Commentari, esegesi scientifiche con particolare attenzione al senso mistico del passo, individuato secondo il metodo allegorico: questo metodo fu determinante per tutta l'esegesi dei secoli seguenti, sino quasi ai tempi nostri. In campo apologetico, lo scritto più importante di Origene e il trattato Contro Celso, filosofo platonico clhe aveva scritto un libello anticristiano. I Principi possono essere considerati il primo tentativo di sintesi dottrinale, ed ebbero decisiva importanza nello sviluppo del pensiero cristiano. Le dottrine più caratteristiche e discusse di Origene, come la subordinazione delle persone divine, la teoria della creazione ab aeterno degli spiriti e della materia, la caduta e le prove successive degli spiriti e la restaurazione universale (apocatastasi), sono presentate da lui stesso come ipotesi. Rivelatore della sua profondità di vita religiosa e il trattato Sulla preghiera che resta anche la più antica riflessione cristiana sull'argomento.


Cantico dei cantici [breve composizione poetica di 117 versetti].


Il Cantico dei cantici è uno dei grandi misteri dell'Antico Testamento. Non sappiamo cosa significhi: se sia un appassionato canto erotico, o abbia un significato simbolico, che allude all'amore tra Dio e Israele. Non sappiamo quando sia stato scritto: se nel V o nel I secolo avanti Cristo. Certo, Israele lo comprese nel canone dei libri divinamente ispirati, sia pure tra molti contrasti; e Rabbi Aqiba giunse ad affermare che tutto il corso del tempo non era degno del giorno in cui Dio diede questo libro ad Israele.
Più tardi, i cristiani accolsero il Cantico tra i libri dell'Antico Testamento, sebbene non se ne trovino ricordi nei Vangeli, in Paolo e nella letteratura dei primi tempi. Tra il II e il III secolo, Ippolito compose un commentario. Ma il Cantico dei cantici deve la sua immensa fortuna, che ne fa per noi uno dei testi più amati della Bibbia, a Origene, che gli dedicò tre scritti: un breve commentario giovanile, che è perduto; un commentario in dieci libri verso il 240; e attorno al 245 due omelie, predicate dal pulpito, che ci sono giunte nella traduzione latina di Girolamo. Origene, che definisce il Cantico "insieme azione scenica ed epitalamio", ne fondò l'interpretazione spirituale, dove l'anima si incontra con Cristo Logos. Il piccolo libro di Origene è un gioiello denso e squisito. Tutti i vini, i baci e i profumi sensuali del testo biblico sono avvolti da un respiro soave, che li rende interiori. Assistiamo all'arrivo intermittente della grazia di Dio; e alla freccia dolorosa e beata dell'amore celeste. Tutta la letteratura mistica, fino a santa Teresa e a Giovanni della Croce, sta racchiusa in questo libro.

L'immagine nuziale, che ritorna con frequenza nell'Antico Testamento per illustrare l'amore di Dio per il suo popolo, trova la sua più alta espressione nel Cantico dei cantici.
I Padri della Chiesa d'Oriente e d'Occidente ereditarono la lettura allegorica giudaica arricchendola di un'ulteriore valenza: lo sposo atteso, cercato, è il Cristo che si consegna alla sua sposa, la Chiesa o il singolo credente. La critica odierna è attenta a non vanificare il senso letterale del testo; l'amore umano da esso cantato è segno di infinito, di pienezza, di totalità, e rimanda all'amore supremo tra Dio e la sua creatura.


Dal Commento al Cantico dei Cantici di Origene :

“Per prima cosa esaminiamo che cosa significhi il fatto che, avendo la chiesa di Dio ricevuto tre libri scritti da Salomone, primo di essi c’è il libro dei Proverbi, secondo quello che si intitola Ecclesiaste, e al terzo posto c’è il Cantico dei Cantici. Ecco che cosa possiamo dire su questo argomento. Le scienze generali, per mezzo delle quali si giunge alla conoscenza delle cose, sono tre, che i greci hanno nominato etica, fisica, enoptica, e noi possiamo definire morale, naturale, contemplativa.”


Il "Cantico dei cantici" in ambiente giudaico.

Il Cantico dei cantici si presenta a chi legge come un poema d'amore in lingua ebraica, espresso dai due protagonisti in canti alterni di tono fortemente erotico e ambientato prevalentemente in una cornice pastorale di maniera. Il Cantico si apre con "Cantico dei cantici, che è di Salomone", e la tradizione sia giudaica sia cristiana, unanime, attribuisce la paternità dell'opera a questo famoso re d'Israele, vissuto nel X secolo a.C.: ma la critica moderna esclude l'attendibilità di tale attribuzione e considera lo scritto ben più tardo, anche se è tutt'altro che concorde sulla datazione da proporre. Anche a interpretarlo in senso rigorosamente letterale, il Cantico presenta notevole difficoltà, perchè non appare chiara la linea di svolgimento che collega uno con l'altro i vari canti, e diventa perciò spesso difficile distinguerli plausibilmente uno dall'altro e ripartirli con esattezza tra i due protagonisti. Quello femminile si presenta con caratteri non sempre coerenti e perciò sotto diversi aspetti; e, oltre ai due protagonisti, pare doversi ammettere almeno un altro personaggio di contorno, rappresentato da un coro di fanciulle, ma Origene ritenne di poter individuare, accanto a questo, anche un coro di giovani. Per altro, tutte queste difficoltà appaiono, in definitiva, di modesto spessore di fronte al problema fondamentale che presenta l'opera e che divide tuttora gli studiosi, vale a dire, quale significato si debba attribuire a questo poema, o meglio, a questo insieme di canti d'amore: se letterale ovvero allegorico.
Le più antiche testimonianze giudaiche sul Cantico, che risalgono all'inizio del III secolo d.C. (Mishna), attestano con sicurezza che l'opera era stata compresa nel canone dei libri divinamente ispirati, cioè faceva parte della Sacra Scrittura, e più esattamente della terza parte, dopo la Legge e i Profeti, quella dei cosiddetti Ketubim, Agiografi. Ma nel contempo queste stesse testimonianze danno a vedere che l'inserimento del Cantico nel canone scritturistico aveva suscitato, alla pari di quello dell'Ecclestaste, contestazioni e difficoltà. Se il famoso Rabbi Aqiba, attivo agli inizi del II secolo, giunse ad affermare che tutto il corso del tempo (o il mondo intero) non è degno del giorno in cui questo libro fu dato a Israele, l'iperbolica affermazione induce facilmente a ipotizzare un contesto polemico, tanto più che lo stesso Aqiba ebbe occasione di maledire chi adibiva il Cantico a uso profano, cantandolo in un banchetto (o in un'osteria). E evidente che il contenuto del Cantico, completamente profano, e il suo linguaggio fortemente erotico avevano suscitato perplessità di fronte alla proposta di considerarlo ispirato alla pari degli altri libri della Scrittura: per arrivare a tanto, infatti, era necessario apprezzare il contenuto dell'opera come completamente allegorico, identificando cioè nei due personaggi principali Dio e Israele, e perciò contestualizzando i canti d'amore, che essi si scambiano, nella trama del tema, largamente attestato nella tradizione profetica, del rapporto sponsale che lega Israele al suo Dio. Ma per fondare questo significato era necessario interpretare il Cantico in modo da escluderne del tutto il significato meramente letterale, e anche questo momento decisivo per la fortuna dell'opera ci è testimoniato: "Abba Saul diceva: "All'inizio dicevano che Proverbi, Cantico dei cantici ed Ecclesiaste non erano canonici; poi dissero che erano soltanto scritti sapienziali e che non appartenevano alle Scritture. Li hanno alzati e abbassati, finchè non vennero gli uomini della Grande Sinagoga e li interpretarono".
Una volta assodato che l'inserimento del Cantico nel novero degli scritti ispirati fu reso possibile dall'interpretazione completamente allegorica del suo contenuto, resta aperto l'interrogativo primario, se cioè nell'intenzione dell'ignoto autore i suoi canti d'amore avessero già un valore simbolico di significato religioso ovvero fossero da intendere letteralmente, cioè soltanto per quello che si presentano a immediata lettura, canti d'amore profano. La questione è controversa, in quanto ambedue le soluzioni trovano tuttora convinti sostenitori: Robert ha sostenuto il significato già originariamente allegorico del Cantico, mentre di recente Garbini ha riproposto la tesi opposta. Quanto alla prima tesi, basterà rilevare che, secondo i suoi sostenitori, il significato allegorico dell'opera, espressione dell'amore che lega tra loro Dio e Israele, viene riportato, al di là dell'interpretazione che ne permise l'inserimento nel canone scritturistico, all'intenzione stessa dell'autore, che, secondo Robert avrebbe composto il suo poemetto verso la fine del V secolo. Quanto all'altra tesi, Garbini l'ha nuovamente proposta facendosi forte di svariati riscontri che, già a partire da Grozio, sono stati messi in luce tra il Cantico da una parte e Teocrito dall'altra:
riscontri che i sostenitori dell'originario valore simbolico dell'opera considerano nel complesso casuali e di scarso significato, e ai quali invece Garbini attribuisce valore decisivo ai fini di una ricostruzione radicale del Cantico: l'opera sarebbe costituita da una serie di epigrammi, tra loro collegati, che hanno per oggetto un amore quanto mai fisico e che sarebbero stati composti, più o meno, nel I secolo a.C., da un giudeo fortemente ellenizzato, in dichiarata polemica con la letteratura d'intonazione sapienziale. L'interpretazione in senso religioso dell'opera, che fu proposta per tempo, avrebbe anche spinto a modificare il testo. "La mancanza della notazione vocalica rendeva molto facile il cambiamento del senso, senza nemmeno toccare il testo scritto [...] ma quando ciò non bastava, si interveniva sul testo, con qualche paroletta aggiunta o tolta o, più spesso, con minuti mutamenti grafici (uno o due segni) sufficienti a cambiare totalmente il senso di una parola o di una frase", col risultato di alleggerire alquanto l'originariamente più insistito tono erotico del poemetto.



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