Bernardo Dovizi (Bibbiena,
presso Arezzo 1470 - Roma 1520)
Oltre a un ampio e interessante epistolario, la Calandra è il solo testo
letterario pervenutoci di Bernardo Dovizi (Bibbiena, presso Arezzo 1470 - Roma
1520), brillante diplomatico legato ai Medici e poi anche potente cardinale di
Leone X. Commedia regolare in cinque atti, fu recitata per la prima volta nel
palazzo ducale di Urbino, il 6 gennaio 1513, con scenari forse di Girolamo
Genga, discepolo di Raffaello. La rappresentazione si avvalse delle cure
dell'amico Castiglione, che ne parla in una lettera a Ludovico di Canossa, ricca
di dettagli spettacolari e mondani. Fra i numerosi allestimenti successivi
ebbero grande risonanza quello realizzato in Vaticano nel gennaio 1515, con
scene di Baldassarre Peruzzi, alla presenza del papa e di Isabella d'Este, e
quello lionese del settembre 1548, in onore di Enrico II e Caterina de' Medici.
La princeps (= prima edizione a stampa) uscì nel 1521, con il titolo Calandria.
Fino a pochi anni fa erano assegnati all'opera due prologhi: uno presente nella
tradizione a stampa e attribuito a Castiglione; l'altro rinvenuto da Isidoro Del
Lungo nel 1875 tra le carte di Dovizi e a lui ascritto. Oggi da una parte il
prologo a stampa è stato restituito all'autore, e dall'altra si ritiene che il
prologo manoscritto sia stato scritto per altra commedia di autore ignoto.
La Calandra (o Calandria) puo essere
considerata un'autentica pochade e una delle commedie più rappresentative
del costume comico del secolo.
L'intreccio della commedia si ispira ai Menecmi di Plauto e più in generale
usufruisce di aspetti strutturali e situazionali tipici del teatro plautino, ma
si fonda poi soprattutto sul modello del Decameron, da cui del resto la Calandra
trae non solo cospicui materiali narrativi ma anche una quantità notevole di
elementi linguistici, costruendo con smaliziata sapienza un fitto e complesso
intrico di rinvii intertestuali.
La trama è la seguente: i gemelli Lidio e Santilla, separati dal destino in
tenera età, si trovano entrambi a Roma, senza sapere l'uno dell'altro. Santilla
vive, travestita da uomo e con il nome di Lidio, in casa del mercante Perillo,
che vuole darle in sposa la figlia Virginia. Lidio, giunto in città con il servo
Fessenio, amoreggia con Fulvia, moglie dello sciocco Calandro, e ne frequenta la
casa travestito da donna, sotto il nome di Santilla. L'ambiguità insita nella
coppia Santilla-Lidio e Lidio-Santilla inizia ad agire quando Calandro si
innamora della presunta Santilla (Lidio), e ricorre a Fessenio come mezzano. Ne
deriva un vortice indiavolato di peripezie ed equivoci. La balordaggine di
Calandro viene sbeffeggiata senza pietà. Una punizione esemplare è riservata al
suo desiderio di imparare a morire e di giacere, da morto, con l'amata: Fessenio
lo convince che è morto, lo rinchiude in una cassa e lo trasporta non dall'amata
Santilla (Lidio) bensì da un'orrenda meretrice, nelle cui braccia viene per di
più scoperto dalla moglie. A sua volta anche Fulvia resta vittima degli scambi
di persona tra i due gemelli. Infatti il negromante Ruffo, cui si rivolge per
ravvivare la passione dell'amato, le riporta non Lidio uomo ma Lidio femmina
(Santilla), sotto le cui vesti non può che scoprire una donna. Poi l'agnizione
(= il riconoscimento) di Santilla interrompe il gioco degli equivoci e avvia lo
scioglimento della vicenda, che conserva a Fulvia la sua onorabilità, grazie
alla sostituzione di Santilla a Lidio nel momento in cui il marito sta per
sorprenderla con l'amante. La commedia si conclude con le doppie nozze di Lidio
con Virginia e di Santilla con Flaminio, figlio di Fulvia e Calandro. La
felicità delle soluzioni drammaturgiche, la disinvoltura con la quale l'erotismo
e l'ambiguità sessuale vengono portati in scena, e soprattutto la vivezza e la
coerenza dello stile, insieme memore della tradizione e attento all'immediatezza
del parlato, resero da subito la Calandra un modello imprescindibile per il
teatro rinascimentale, e fecero dell'autore, già di per sé notissimo come
personaggio di facile e arguta battuta, un maestro del comico, degno di
impartire le proprie lezioni nel Cortegiano di Baldassarre Castiglione.