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Luis Cernuda: La realtà e il desiderio
La realidad y el deseo

Raccolta ciclica delle liriche del poeta spagnolo Luis Cernuda (1904-1963), pubblicata nel 1936 e poi, in successive edizioni ogni volta ampliate, nel 1940, nel 1958 e nel 1964 (postuma e definitiva, a cura di Martí Soler).

Il testo si divide in undici sezioni, corrispondenti ad altrettanti periodi di attività creativa. Nelle "Prime Poesie" (1924-27), C. espone delicate sensazioni destate da una natura che stimola nell'individuo la coscienza della propria esistenza; tutti i suggerimenti naturali aiutano a creare un'atmosfera densa di "dolcezza indolente, bellezza fuggitiva, spazio sorridente". Il poeta è spinto a partecipare senza difficoltà all'accordo totale che gli propone l'universo; ma se appena cerca d'imporre la propria presenza, il proprio corpo allo spazio occupato dalle cose, subito il mondo torna una "bellezza deserta", ed egli stesso riscopre la propria solitudine irrimediabile, da cui è possibile evadere solo grazie al sogno. Sono liriche composte quasi esclusivamente di quartine ottosillabiche (le classiche "cuartetas") che marcano l'influenza di una prestigiosa tradizione castigliana. Con "Un'egloga, un'elegia, un'ode" (1927-28), C. affronta il problema dell'amore, ancor tutto intriso d'insoddisfazione romantica, poiché l'amata rimane "adolescente, snella, fuggitiva". La natura conserva qui tutto il suo potere e accompagna il poeta nel suo lamento amoroso intessuto di "rose tenere", di "fiumi che incatenano e poi liberano". L'uomo lotta per preservare una felicità che si nasconde, una presenza che gli dovrebbe portare una "totale pienezza"; ma allo stesso tempo, stanco delle contraddizioni, afflitto dalle costrizioni, aspira a liberare il proprio corpo dai pregiudizi che gli pesano. Sono adottate ora, di volta in volta, la quartina di endecasillabi o la strofa di quattordici versi. L'immagine, e in particolare la metafora, alternate a espressioni più direttamente quotidiane, rammentano che C. rivendicava la propria appartenenza alla "Generazione del ventisette", la generazione surrealista.

Nella terza sezione, "Un fiume, un amore" (1929), l'A. allarga il campo della propria ispirazione poiché ha percepito il richiamo dell'ignoto. Maturate in gran parte durante un lungo soggiorno in Francia (a Tolosa e a Parigi), in cui si accentuarono i legami di C. con il surrealismo, queste liriche inventano il fascino di un Occidente lontano, di un autunno in Virginia, di leggeri paesaggi "addormentati nel vento". L'ignoto è ancora il sogno che trascina il poeta lontano da una realtà amara, "decisa a non tener conto dell'elemento misterioso inseparabile nella vita". Che cosa può la giovinezza di fronte alla "peggiore delle cose"? Può solo negare l'evidenza e rifugiarsi nel sonno o nella menzogna per timore "dell'ombra del tempo". Anche il ritmo trova una scansione nuova: una forma non più prigioniera di strutture precostituite accompagna lo slancio del poeta in versi che possono andare, anche all'interno della stessa lirica, dalle quattro alle venti sillabe. C., secondo l'esempio ben anteriore dei modernisti, si orienta dunque verso la totale libertà espressiva.

Con "I piaceri proibiti" (1931), dove fra le varie poesie s'inseriscono passi in prosa, viene approfondita la rivolta del poeta e ne vengono svelati gli incubi; vi si ritrova l'influsso del surrealismo ma anche di Valle-Inclán. Questi piaceri proibiti sono evocati con un sentimento di disinganno che caratterizza la sensibilità del poeta durante quel periodo, tanto critico anche per i destini della nazione (crollo della dittatura di Primo de Rivera, nascita della seconda repubblica).

In "Dove vivrà l'oblio" (1932-33), il poeta si addentra ancor più in questa incredulità, finché scopre che rimane dell'amore solo "il ricordo di un oblio". Per esprimere uno sconforto tanto lancinante, l'A. tralascia le fioriture moderniste e le ricercatezze neogongorine, e adotta un linguaggio di estrema semplicità e purezza, ben accordato con una verità scoperta a prezzo delle proprie sofferenze: "Non è l'Amore che muore / siamo noi che moriamo"; egli associa in uno stesso cerchio espressivo il piacere, l'amore, la menzogna, i baci, i pugnali, i naufragi, e il suo grido è testimone di una "realtà implacabile". Per lottare contro la disperazione, cercherà una ricchezza nuova nelle "Invocazioni" (1934-35), rivolte a personaggi o a elementi naturali. Rifiutata la solitudine, C. pretende di contrastare l'indifferenza della realtà attraverso un messaggio poetico in cui la parola violenta, l'espressione carica di voluttà contrastano con la semplicità essenziale della sezione precedente.

La produzione di tre anni successivi (1937-1940), riunita sotto il titolo emblematico "Le nubi", offre un aspetto nuovo del temperamento poetico di C. Egli sembra prendervi improvvisamente coscienza dell'universo non più come proiezione della propria sensibilità, bensì come realtà esistente, come dramma esistenziale. Affronta qui il problema della Spagna e dell'uomo spagnolo. La Spagna, sconvolta dalla ferocia della guerra civile, patisce della generale sofferenza, "al disopra di questi e di quei morti / al disopra di questi e di quei vivi che combattono". Una delle poesie è dedicata a Larra, portabandiera degli intellettuali del '98, un'altra a Lorca, soppresso perché rappresentava "il verde sulla nostra arida terra / l'azzurro per il nostro cielo oscuro".

In altre liriche C. indaga in modo personale la verità sull'esistenza di Dio; ma la sua indagine si conclude con una rinuncia a qualsiasi credenza; in quei frangenti, l'uomo doveva "essere uomo senza adorare nessun Dio". Esule in Inghilterra, divorato dalla nostalgia della patria, della dolce Andalusia dell'infanzia, C. reagisce all'abbandono emotivo, e sviluppa una meditazione profondamente dolente, in un discorso poetico marcato da tendenze nazionalistiche, dove è evidente qualche influenza della poesia inglese.

In altre liriche, scritte in Inghilterra durante la seconda guerra mondiale, "Come colui che attende l'alba" (1941-1944), si ritrova la stessa preoccupazione di un destino non più individuale ma collettivo, sociale, di fronte a un mondo di distruzioni: "Credi forse che gli dei assistano impassibili dall'alto della loro gloria agli atti del tempo?" E le rovine denunciate configurano l'angoscia del poeta di fronte all'inesorabile invecchiamento degli esseri e delle cose. Nello stesso tempo C. vuol serbare uno stretto contatto con quella natura che gli ha fatto scoprire la bellezza. In contrasto con l'enfasi di alcune liriche che celebrano un mondo futuro libero "dalle tenebre e dall'orrore", appaiono alcune poesie la cui forma leggera e cadenzata ricorda le Canzoni di García Lorca. La contemplazione di un giardino, di un'arpa, di un pomeriggio "esente di godimenti o di pene" gli consente di sopportare l'impossibile sottomissione del reale al suo ideale di poeta. Con "Vivere senza essere vivo" (1944-49), C. ritrova i temi prediletti della giovinezza e dell'amore. Come Lorca e Alberti, egli evoca il bambino, il marinaio, l'amico lontano, spesso perduto o scomparso; e sempre torna l'ossessione della morte e dell'oblio, che minacciano i più durevoli sentimenti. Ma confrontati con le miserie della guerra, i cimiteri dell'amore non sono che "ricordi tranquilli della vita". La raccolta termina con una lunga lirica, "Cesare", dove il poeta inventa un mondo fantastico nel quale regna lui solo, e che gli permette di giudicare le proprie pecche e i propri doveri; la nota finale è quella tipica del disinganno: "il sangue non accusa, il sangue è il massimo dei benefici, necessario alla terra quanto l'acqua". Scritta negli USA, dove C. si trasferisce nel 1947, accettando un posto di docente a Mount Holyoke (Massachusetts), la raccolta documenta un effimero ottimismo e una costante sensazione di isolamento.

Il penultimo gruppo, "Con le ore contate" (1950-56), è tutto composto di liriche d'amore; amore che raggiunge l'apice nel condividere, e che pertanto soffre della minima assenza: "L'esilio e la morte, per me, è là dove tu non sei". Quasi esclusivamente sensuale è l'amore a cui approda C., "un inferno di angoscia e di desiderio", provocato dal corpo amato; soprattutto le "Liriche per un corpo" esprimono questo intimo affanno. Questa raccolta matura in gran parte in Messico, dove il poeta compie frequenti soggiorni fra il 1949 e il 1951 e dove si stabilisce definitivamente nel 1952.

"La desolazione della Chimera" (1956-62), che riunisce le ultime poesie di C., manifesta fin dal titolo l'amarezza di un cuore che sta invecchiando e i cui desideri rimarranno ormai insoddisfatti. Amarezza accresciuta dall'incomprensione di un paese che l'ha esiliato, che egli rinnega, ma di cui continuerà a esaltare la lingua e la cultura: "Se sono spagnolo, lo rimango alla maniera di coloro che non possono essere altro". Poeta, egli sente il dovere di prestare la propria voce "alle bocche mute" dei suoi; e riesce ad attingere conforto da "quel piccolo numero di uomini" che lo ascoltano pieni di speranza. Secondo l'esempio di Machado, vittima illustre della guerra civile, egli rimane il nemico della Spagna sulla quale ormai "regna la canaglia", per rifugiarsi in un'immagine più letteraria ma anche più autentica del suo paese: la Spagna di Cervantes e di Galdós. E insieme riafferma la sua fede, nelle opere compiute, in tutta la creazione che, al di là delle ombre, saprà rendere eterno l'istante, anche se "l'ignoranza, l'indifferenza e l'oblio" la ricoprono di un velo che pochi uomini cercheranno di sollevare.

Luis Cernuda