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Diario di Anna
Frank |
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Scritto tra il 1942 e il 1944 da una
bambina ebrea (1929-1945) di origine tedesca, che viveva nascosta con la
propria famiglia in una specie di soffitta ad Amsterdam durante
l'occupazione nazista dell'Olanda, e che finì i suoi giorni a Bergen Belsen
nel marzo 1945.
Fu ritrovato dopo la guerra nella soffitta e venne
pubblicato ad Amsterdam nel 1947.
La ragazza immagina di scrivere a
un'ipotetica amica Kitty le vicende della sua vita nel nascondiglio in cui
visse dal 14 giugno 1942 al 4 agosto del '44, quando la Gestapo scoprì
l'"annesso segreto" in cui vivevano la famiglia Frank (composta dei genitori,
di Anna e della sorella maggiore Margot), la famiglia Van Daan (madre, padre
e il figlio Peter) e il dentista Dussel, nella vana speranza di sfuggire
alla cattura dei nazisti. Anna racconta la vita nei pochi metri quadrati del
rifugio in cui la convivenza di otto persone, avulse dalla vita normale,
poneva tanti e delicati problemi: e narra lo svolgimento dell'esistenza
quotidiana, con una schiettezza, una forza e una verità che costituiscono il
primo fascino di queste pagine. Lontana dai coetanei e dagli interessi che
sorridevano alla sua esuberante giovinezza, ma anche, se pur in maniera
coatta, dalla barbarie del secolo che costrinse milioni di individui a turpi
compromessi, l'autrice-protagonista guarda e giudica le cose con disarmante
candore. Nelle pagine di questo diario, spesso vivaci e divertenti,
assistiamo allo sviluppo intellettuale e fisico di una ragazza, alla varietà
dei suoi problemi e dei suoi studi e dei suoi svaghi, nonostante la
reclusione, ai suoi rapporti e ai suoi giudizi sui familiari e sui compagni
di segregazione e anche sugli uomini in generale. Le vicende e le alterne
fasi della guerra e della politica mondiale, come potevano giungere in
questo rifugio isolato, acquistano un aspetto nuovo e diverso, prospettive
impensate. E la vita di un'esigua collettività, costretta alla coabitazione
in condizioni tanto drammatiche, si illumina di episodi singolari, dove i
fatti banali della vita quotidiana acquistano un'importanza particolare e
dove una bimba giudica, con occhio lucido e spietatamente obiettivo, se
stessa e gli adulti e analizza tutto con grande spregiudicatezza. Delle sue
aspirazioni parla a cuore aperto, dei pericoli parla con consapevolezza ma
senza perdere la speranza. E due figure (che appartengono al mondo esterno e
qualche volta capitano in questo mondo di reclusi): il signor Kraler, amico
di Otto Frank, e Miep, segretaria di Frank e poi di Kraler, sono come esseri
che appartengono a un altro pianeta e che, promotori dell'occultamento dei
Frank e loro soccorritori, sembrano redimere il resto dell'umanità dalle sue
colpe di complicità e di paura. L'idillio che sboccia tra Anna e Peter ha la
grazia di un fiore spontaneo nelle sue diverse fasi e manifestazioni; la
descrizione della pubertà ha una delicata naturalezza che difficilmente si
trova altrove; l'affetto per un gatto sembra il simbolo dei legami
desiderati ma impossibili col mondo esterno; i rapporti con i genitori (e
con la madre, in particolare) sono osservati con grande maturità. E nulla la
induce mai a prorompere in invettive e a giudicare con acredine una vita
così ingiusta e contraria alla natura. "Nonostante tutto, io continuo a
credere nell'intima bontà dell'uomo": sono parole del Diario ed è la morale
di questo libro che, sgorgato come un bisogno personale, ha la genuinità,
l'immediatezza e l'onestà di uno sfogo non pensato certo per la
pubblicazione. Gli accenni ai problemi ebraici (che si potrebbero pensare
frequenti in una persona che viveva in queste condizioni particolari,
proprio e solo per la "colpa" di appartenere al popolo ebraico) sono molto
rari, ma sono ispirati a estrema dignità e fermezza: Anna apparteneva a una
di quelle famiglie assimilate che non avevano avuto una approfondita cultura
ebraica e che solo tardi si sono rese conto di tutto ciò.
Il libro, oltre i valori umani e documentari, rivela nell'autrice
adolescente non comuni qualità letterarie: lo stesso fatto di immaginare una
destinataria alle sue confidenze è indice di maturità artistica. Tradotto in
tutte le lingue dall'originale olandese, è stato anche ridotto da Frances
Goodrich e Albert Hackett per le scene, e portato poi sullo schermo: esso è
una testimonianza, più impressionante di molte documentazioni
particolareggiate, della situazione nei paesi occupati dal nazismo e delle
condizioni in cui molti sono stati costretti a vivere per anni, nella
speranza, spesso vana, di sfuggire allo sterminio.
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