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Don De Lillo - Underworld |
Cinquant'anni di
storia americana, una finestra sui problemi del futuro. La grande
letteratura riparte dal romanzo di Don DeLillo. Americano di origine
italiana, vissuto a lungo nel Bronx, dove è ambientata buona parte del
romanzo.
L'INCENERITORE DEL GRANDE
SOGNO
L'America della guerra fredda e i suoi sinistri bagliori in un romanzo
Bruegheliano e plurigergale.
New York, autunno 1951: una pallina da baseball schizzata dal "diamante" dei
Giants fa il giro dell'America per finire, cinquant'anni dopo, nella
discarica di Nick…Tra scorie e cimeli, incubo della Bomba Atomica e del
complotto, Don DeLillo strozza il totem postmoderno.
Proprio sul finire del secolo - di questo secolo che sembrava avere esaurito
nei suoi primi decenni la potenza espressiva di una letteratura in grado di
misurarsi con la grandezza e la tragicità della storia - arriva, grazie a
Don DeLillo, il libro che offre un riscatto allo squallido tramonto
novecentesco. Un tramonto rischiarato qua e là da bagliori di pensiero in
forma di narrativa o di poesia, ma più genericamente oscurato da una cappa
di mediocrità resa certamente più cupa dell'incessante rumore della
chiacchiera, l'incontrastata colonna sonora che ci accompagnerà fino a
definiva sepoltura di questi anni nel trionfo della loro spazzatura.
Non a caso i rifiuti, riciclabili o meno, di provenienza domestica o
nucleare, sono nel romanzo di DeLillo una presenza pervasiva, un emblema
della dialettica contemporanea che prima crea bisogni non metabolizzabili,
poi si lascia sovrastare dalla loro ingovernabilità, dunque si affanna a
ideare tecnologie capaci di fronteggiarne la minaccia. «Consuma o muori.
Questo è il dettato della cultura. E finisce tutto nella pattumiera.» Non è
una epigrafe, è solo una frase seminata nelle quasi novecento pagine di
Underworld che si presta ad essere citata per la sua tagliente perentorietà.
Non è legittimo trovarvi una prova indiziaria di vizio ideologico, né
scambiare lo sguardo iperrealista di DeLillo per vocazione apocalittica, è
stato già fatto all'uscita del suo precedente romanzo, Rumore bianco, ma la
pista è fuorviante.
Don DeLillo, che ormai in molti considerano, insieme con Thomas Pynchon, lo
scrittore americano più significativo e importante di quest'ultimo scorcio
di secolo, con Underworld, un romanzo enorme nelle dimensioni, vuole
finalmente incarnare il sogno del grande romanzo americano, (ma Americana,
significativamente, si intitolava il suo primo libro del 1971). Underworld
nasce dallo sviluppo di uno straordinario racconto, uscito su Harper's nel
1992, con il titolo Pafko at the Wall, e che ora costituisce il prologo di
Underworld, con il titolo il Trionfo della morte. C'è in questo primo
capitolo una perizia narrativa straordinaria, i passaggi abilissimi di scene
di massa a scene di gruppo a scene interiori di singoli personaggi. Una
prima connessione: nello stesso momento in cui allo stadio Polo Grounds di
New York, durante la partita di baseball tra i Giants di New York e i
Dodgers di Brooklyn, il grande Bobby Thomson colpisce la palla durante un
home run spedendola in tribuna con un «colpo che ha fatto il giro del mondo»,
ribaltando il risultato a favore dei Giants e scatenando la gloria dei
tifosi, il capo della Cia J: Edgar Hoover, che segue la partita insieme con
Frank Sinatra e altre celebrità, riceve la notizia che in Russia è stata
fatta esplodere la prima bomba atomica e che da quel momento è iniziata la
guerra fredda. Su Hoover piovono intanto, lanciate dagli spettatori dei
gradini più alti, delle pagine della rivista Time che, rimesse insieme,
costituiscono una riproduzione del Trionfo della morte di Brueghel.
Da questo primo episodio si dipana una rete fittissima di connessioni che
vanno a costituire le sezioni successive del romanzo. Seguendo il destino di
quella palla da baseball, che il 3 ottobre del 1951 era stata raccolta da un
ragazzino nero, Cotter, entrato clandestinamente nello stadio, e
successivamente negli anni passata di mano in mano, tra collezionisti di
reliquie sportive, speculatori, curiosi disinteressati, per finire infine
nelle mani di quello che è forse il protagonista del libro, Nick Shay,
l'unico a cui è concesso a tratti di parlare in prima persona. E' solo un
pretesto che unisce l'uno all'altro i vari personaggi che ne entreranno in
possesso, dopo che il padre gliela sottrae e la vende, in una scena che si
distanzia centinai di pagine da quella iniziale. Il lettore fa la conoscenza,
avanti e indietro nel tempo, di molti personaggi, molti luoghi, molti pezzi
di società americana: dalla desolazione del Bronx (il quartiere originario
di Nick, e anche, di DeLillo) ai paesaggi artificiali del Texas, dalle
autostrade dove un killer solitario uccide a caso chi gli corre accanto in
automobile, al deserto dell'Arizona dove un'artista che è stata in gioventù
per breve tempo l'amante di Nick ora allinea vecchi bombardieri reduci dal
Vietnam e li dipinge a vivaci colori. Le quasi novecento pagine di
Underworld, sono un poderoso ritratto epico dell'America post-bellica. La
stratificazione delle trame, che zig-zagando corrono parallele e poi
finiscono con il sovrapporsi, formando un mosaico di vicende che appunto
prendono il via all'inizio degli anni Cinquanta, durante la famosa partita
di baseball a New York. Underworld brulica di personaggi, fittizi e reali
(J. Edgar Hover, Frank Sinatra e Lenny Bruce), di installazioni artistiche e
di film immaginari (Unterwelt di Eisenstein), graffitisti e esperti di
smaltimento dei rifiuti.
Il lettore rivisita anche, con la nettezza circostanziale delle visioni
paranoiche, molti dei temi già comparsi nei precedenti romanzi di DeLillo:
il rapporto abnorme nella nostra società tra consumo e rifiuti (che da
origine all'industria dei rifiuti, in cui è impiegato Nick, ma anche a una
serie straordinaria di rappresentazioni dei rifiuti, veri e propri monumenti
della civiltà in cui viviamo); l'inquinamento; la nuova povertà prodotta
dalla grande ricchezza; lo svuotamento dei soggetti; l'appiattimento della
storia, delle culture, delle differenze e la loro riduzione a collezionismo
e folclore; la frammentazione e scomposizione di istinti e desideri e la
loro trasformazione in cartelloni pubblicitari; la presenza incombente delle
merci, delle immagini, della vita impalpabile del capitale; dalla
sostituzione dell'analisi psicologica e sociale con la dietrologia e le
teorie del complotto.
Il tema del complotto, è stato al centro di romanzi precedenti di DeLillio,
come Nomi (Names) del 1982 e Libra del 1988, ma trova in Underworld una
nuova attuazione divenendo totale e onnipresente, quindi anche totalmente
paranoico, e acquista una nuova significativa profondità: Nick è l'uomo
postmoderno, senza futuro, nutrito di amicizie fasulle, affetti stanchi e
quasi spenti, soprattutto una storia o con una storia che non sa decifrare.
Alle origini, per lui, c'è la società italo-americana del Bronx, una serie
di personaggi-macchiette, e un padre che tira a campare facendo
l'allibratore e che un giorno è uscito per fare una passeggiata e non è più
ritornato a casa. La teoria della cospirazione gli offre una spiegazione che
può andare bene per un film: la mafia è venuta a prendersi suo padre e l'ha
eliminato per un regolamento di conti. Ma la spiegazione che può andar ben
per un film, probabilmente non può applicarsi a quel piccolo quartiere di
vite insignificanti- anche se forse è proprio la cospirazione che diventa la
molla del destino di Nick e lo porta a uccidere un uomo per sbaglio, a
finire in riformatori, a passare attraverso un severa rieducazione presso i
Gesuiti. Alla resa dei conti la teoria del complotto, non riesce a dare un
significato alla sua vita, né al suo inizio né alla sua attuale posizione di
marito e padre felice, di ricco e brillante analizzatore di rifiuti e di
casuale possessore della palla da golf.
Qualcuno ha osservato, con grande acutezza, che l'attenzione ossessiva di
DeLillo per le connessioni sotto la superficie delle cose rischierebbe di
riuscire noiosa se egli non sapesse, con la sua scrittura, rendere
assolutamente vera e accettabile quella superficie. Effettivamente in
quest'ultimo romanzo la sua maestria nel trattare la lingua è divenuta così
straordinaria e così apparentemente facile e naturale da lasciare incantati.
Il gusto sicuro dei dettagli, la precisione miracolosa delle immagini, la
capacità di tenere il linguaggio a livelli stilistici alti (addirittura
lirici e a volte, nei momenti di pietosa rappresentazione del vuoto
affettivo post-moderno, tragici), la capacità di incorporare molto materiale
visivo ricavato dai film, dai fumetti, dai tabelloni pubblicitari, dagli
show televisivi sono davvero stupefacenti, surreali, momenti di grande
umorismo.
Un simile impasto linguistico, che a volte riesce anche a evocare, con
straordinaria flessibilità, il parlato di molti e diversi individui, gruppi
e comunità, mettendo insieme tanti frammenti di America, è molto difficile
che riesca a passare nella traduzione italiana. "Il lettore deve fare
qualche sforzo d'immaginazione.
In mezzo, una carrellata di personaggi e di scenari indimenticabili; alcuni
appartengono alla storia, altri vivono nel confine incerto che separa la
realtà dalla finzione. Anche in questo libro, come già nei precedenti, i
personaggi di DeLillo sono profondamente radicati nei luoghi in cui si
muovono, sia che partecipino nell'attualità, sia che vivano nel ricordo.
Essi non condividono né la migliore tradizione novecentesca di abitanti di
spazi metaforici, né quella di sradicati da una centralità perduta, né
tantomeno incarnano le derive letterarie lungo le quali si sono incamminate,
negli ultimi anni, le cosiddette identità nomadi.
Se tutto ha inizio al Polo Grounds di New York è perché la grande partita
tra i Giants e i Dodgers è stata forse l'ultima occasione in cui «la gente è
uscita spontaneamente di casa per qualcosa. Per la meraviglia, per lo
stupore. Come una nota a piè di pagina alla fine della guerra.» Poi altri
eventi avrebbero scosso, ben più profondamente la vita americana.
L'assassinio di Kennedy e tutti gli altri eventi che seguirono, fecero si
che le persone si affrettarono a chiudersi in casa per incollarsi davanti al
televisore.
Anche per questo, Underworld è un romanzo di esistenze riconoscibili, per
quanto lontane: perché è la realizzazione meglio compiuta del tanto
vagheggiato connubio tra il grande respiro della fiction e la
rappresentazione della realtà odierna, i cui rumori, sofferenze, sogni e
odori non rimandano allo strapaesano cortile di casa.
In Italia Unerworld è uscito nella collana "Supercoralli di Einaudi, per la
traduzione di Delfina Vezzoli, che tra l'altro inaugura il passaggio di Don
DeLillo, dalla piccola alla grande editoria italiana (i suoi precedenti
romanzi, non tutti, erano usciti in gran parte da Pironti).
Don
DeLillo
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