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Dionigi di
Alicarnasso narra la vicenda di Virginia nell’XI libro dell’opera Storia di
Roma arcaica o Antichità romane, che abbraccia la storia romana dalle
origini alla prima guerra punica (264-241 a.C.). Nel brano qui proposto,
Appio Claudio, capo dei decemviri che hanno steso la legge delle XII tavole,
invaghitosi di Virginia, ma non corrisposto, ha emesso una sentenza ingiusta
che le attribuisce la schiavitù. Il padre di Virginia la uccide per donarle
la libertà.
Al termine del lungo dibattito processuale nel quale Claudio, cliente di
Appio Claudio, ha rivendicato la sua proprietà su Virginia rivendicandola
come schiava, Appio ha emesso la sentenza che dà ragione al ricorrente, ma i
parenti di Virginia e il popolo, di fronte a tale palese ingiustizia tentano
di opporre forza alla sentenza. Appio interviene allora con queste minacce:
«Se non cesserete di sobillare la città e di contendere contro di noi, voi,
turbatori della quiete pubblica e inutili sia in pace sia in guerra, sarete
ridotti alla ragione con la forza. Non pensiate che questa guarnigione che
risiede sul Campidoglio e sulla rocca sia stata allestita solo contro i
nemici esterni, e che lasceremo indisturbati voi che ve ne state qua dentro
a tessere insidie oltre che a pregiudicare gli interessi dello stato.
Adottate un miglior consiglio e partitevene, voi che qui non avete niente da
fare, e badate alle vostre faccende, se solo siete ragionevoli. E tu, o
Claudio, prendi la fanciulla e portala per il foro, senza timore di nessuno,
perché ti scorteranno i dodici fasci littori di Appio».
Come ebbe così parlato, gli altri si partirono dal foro singhiozzando e
percuotendosi il volto, incapaci di trattenere le lacrime, e Claudio cercava
di portar via la fanciulla che si era avvinghiata al padre e lo baciava e lo
invocava con le più dolci parole.
Virginio allora, trovandosi in siffatti mali, meditò un’azione tremenda e
crudele per un padre, ma acconcia per un uomo libero e generoso.
Richiese infatti il permesso di abbracciare per l’ultima volta sua figlia
come donna libera e di parlare con lei da solo a solo di quanto gli piacesse,
prima che fosse portata via dal foro: poiché il generale acconsentì e i
nemici si allontanarono un poco, abbracciò e sostenne la figlia languente e
quasi caduta a terra, e per un po’ la chiamò per nome e la baciò e le
asciugò le lacrime, poi, come si fu un poco scostato e fu presso una bottega
di macellaio, afferrò dal banco un coltellaccio e lo immerse nelle viscere
della figlia esclamando: «Libera e casta, o figlia, ti mando agli antenati
sotto terra. Da viva non ti sarebbe stato lecito conservare queste qualità a
causa del tiranno».
Si levò un grido ed egli, tenendo in mano il coltello insanguinato e coperto
egli stesso del sangue che per l’uccisione della figlia era schizzato su di
lui, corse furente per la città chiamando alla libertà i cittadini.
Dionigi di Alicarnasso, Storia di Roma arcaica, XI 37.
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