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Robert Lee Frost: Poesie

The Poems

Raccolta complessiva del poeta americano Robert Lee Frost (1874-1963), pubblicata a New York nel 1946 con prefazione dell'A. (le Poesie complete [Complete Poems] sono uscite a New York nel 1949).

Comprende il meglio della sua opera, da L'estro di un ragazzo [A Boy's Will, Londra, 1913] a Un albero testimone [A Witness Tree, New York, 1942].

Vi seguiamo lo scorrere placido e sostenuto di quella limpida vena lirica in cui l'America provinciale ha riconosciuto vividamente riflessa la propria immagine e acutamente riecheggiati toni e cadenze del proprio idioma quotidiano. Dicendo "provinciale" qui si intende cogliere il sapore di una poesia alle radici di cui essa si nutre, anziché imporle dei limiti di validità e risonanza.

Nato in California da genitori di ceppo pioniero, F. si recò ben presto a vivere nella Nuova Inghilterra avita, e ivi poi sempre dimorò, tranne per pochi anni spesi in Gran Bretagna all'inizio della prima guerra mondiale. E la Nuova Inghilterra all'inizio gli fornì una perenne varietà di spunti, senza per questo ridurlo alla statura puramente regionale di un Whittier, o di un dialettale "middlewestern" come J. W. Riley. Il regionalismo di F. è questione di temi, inflessioni e atmosfera, nasce da un rapporto personale con la tradizione agraria dei luoghi prescelti, e non da una schiavitù culturale. Come nel caso di Thoreau, di Hawthorne e della Dickinson, la Nuova Inghilterra si fa sentire nella scrittura frostiana quale centro fantastico, non già quale prigione; e a quegli illustri predecessori F. si apparenta perché, oltre a prediligere il paesaggio di amene colline boscose che l'inverno impaura con i suoi bianchi sortilegi, egli pure coltiva l'introversione di origine puritana e trascendentalista che ivi ha sempre trovato un suolo propizio.

Si possono ravvisare tali elementi già nella prima raccolta, L'estro di un ragazzo, pubblicata durante il soggiorno inglese dell'A. e ispirata nel titolo a una fra le migliori poesie di Longfellow. Dato un simile richiamo conservatore (che l'approccio metrico tradizionale giustifica appieno) e l'intimità di F. con la cerchia "georgiana" (che ebbe qualche ripercussione sul suo orientamento agrario-pastorale), può meravigliarci a tutta prima la reazione favorevole di Ezra Pound, che proprio in quegli anni andava agitando le acque della poesia di lingua inglese per scuoterle dal ristagno del tardo Ottocento. Ma il propugnatore della rivoluzione imagista (e poi "vorticista") aveva l'orecchio fino e poté quindi accorgersi del timbro personale che la voce di F. manifestava pur entro una vecchia convenzione prosodica di cui il tranquillo poeta sapeva servirsi senza perciò cadere nello stantio.

Pentametri e tetrametri giambici, rime regolari, accurate misure strofiche sembrano aiutare la vena canora a snodarsi agevole, anziché ingorgarla; e l'uso di spunti narrativi (che la rivoluzione imagista stava proprio allora condannando) preannuncia in componimenti come "L'amore e una domanda" ["Love and a Question"] e "Il cespo di fiori" ["The Tuft of Flowers"] un atteggiamento tipico del F. più maturo. Naturalmente non mancano vezzi letterari e licenze poetiche scadute, per esempio in "Il mio ospite novembrino" ["My November Guest"], "Al vento del disgelo", ["To the Thawing Wind"], "Cogliendo fiori" ["Flower-Gathering"]; ma queste incertezze residue contano ben poco di fronte alla freschezza di un linguaggio quanto mai discreto che, in liriche come "Il pascolo"["The Pasture"], "Nella mia proprietà" ["Into My Own"], "La casa fantasma" ["Ghost House"], "Attesa nei campi al crepuscolo" ["Waiting Afield at Dusk"], "Mietitura" ["Mowing"]. "Andando per acqua" ["Going for Water"] e "Ottobrata" ["October"], raggiunge effetti paragonabili al Pascoli più schietto, quello di Myricae.

Da Pascoli F. si differenzia per la sua minore proclività all'impressionismo, per i colori più sommessi e i toni smorzati, nonché per la riluttanza alle audacie linguistiche, mentre ha in comune col romagnolo l'adesione emotiva al mondo agreste e il senso di un mistero cosmico, e inoltre, stilisticamente, l'attenzione a una parlata locale che colorisca e animi drammaticamente la lingua letteraria. Del tutto estranee a. F., temprato com'è a quel misto di asciuttezza e umorismo ellittico che costituisce il retaggio neoinglese, sono le ricorrenti sdolcinature lamentose del Pascoli deteriore. Tale severità linguistica, se non basta a salvare F. da certi slittamenti discorsivi nella futilità, lo sorregge in genere a un livello decoroso, e si fa valere fin dall'inizio nella compostezza vibrante di "Stelle" ["Stars"].

La raccolta successiva, A Nord di Boston [North of Boston, Londra, 1914], testimonia già il pieno possesso delle risorse espressive in un poeta che ha imparato a usare il "blank verse" (equivalente ritmico dell'endecasillabo sciolto) con tutta flessibilità, come se la misura giambica scaturisse naturalmente dal flusso della conversazione. Il tono conversativo (caro anche ai più inquieti sperimentatori di quegli anni, come Eliot, Pound, la Moore) risulta connaturato all'indole dimessa, "understated", del verso frostiano, che sta agli antipodi dell'iperbole visionaria e peraltro consente la meditazione via via trasognata, arguta o sentenziosa di "La montagna" ["The Mountain"], "Riparazione del muricciolo" ["Mending Wall"], "Dopo la raccolta delle mele" ["After Apple Picking"] o "La legnaia" ["The Wood-Pile"]. Il tratto più saliente di A Nord di Boston è però il prevalere dello stile dialogato che fa di componimenti come "La morte del salariato" ["The Death of the Hired Man"], "Cento colletti" ["A Hundred Collars"], "Mirtilli" ["Blueberries"], "La governante" ["The Housekeeper"] e "Sepoltura casalinga" ["Home Burial"] o "Lo spavento" ["The Fear"] altrettanti bozzetti drammatici in sé conclusi.

In questo tipo di poesia è da vedere il contributo più originale di F. alle lettere moderne, e se gli antecedenti immediati si possono indicare in un Browning e in un Robinson, più profondo sembra il rapporto con gli Idilli di Teocrito. Proprio così, sviluppando ulteriormente la sua vena, F. giunge a tradurre il paesaggio in azione verbale, e con "Neve" ["Snow"] della raccolta Intervallo montano [Mountain Interval, New York, 1916] sa drammatizzare la violenza della natura invernale insieme alla vicenda umana di solitudine e compagnia. È l'incalzare del dialogo fra marito e moglie sulla sorte di uno strano visitatore notturno ripartito nell'imperversare della tormenta, che suscita nel lettore la visione d'una sterminata furia bianca intorno e sopra alle case disperse e, contro questa furia, il calore della solidarietà umana.

Nella raccolta New Hampshire (New York, 1923), il dialogo drammatico prende lo spunto dai terrori della superstizione per trarre dal bozzetto folcloristico "La strega di Coos" ["The Witch of Coos"] uno studio di carattere, mentre con "La moglie di Paul (Bunyan)" ["Paul's Wife"] il monologo drammatico sfrutta poeticamente il mito dell'allegro gigante taglialegna sino a farne il prototipo dell'essere elementare a cui si rivela il miracolo sotto forma di ninfa boschereccia sgusciata da un tronco d'albero: e che questo sia in fondo un autoritratto mitologico lo conferma il monologo che dà nome alla raccolta, nel quale F. dichiara le ragioni del suo affetto austero per le amene regioni silvane della Nuova Inghilterra.

Né in New Hampshire né in Mountain Interval scarseggiano le vignette descrittive e i momenti di canto o gli epigrammi: si pensi a "La strada non seguita" ["The Road Not Taken"], a "La notte invernale di un vecchio" ["An Old Man's Winter Night"], al delicato "Hyla Brook", all'esopico "L'uccello dei forni" ["The Oven Bird"], al sopravvalutato "Betulle" ["Birches"], a "Lo stormire degli alberi" ["The Sound of the Trees" ], a "Il puledro fuggiasco" ["The Runaway"], al semplice e intenso "Sosta presso il bosco in una sera nevosa" ["Stopping by Woods on a Snowy Evening"], in cui qualche critico ha voluto vedere un'allegoria discreta della lotta contro il fascino della morte.

Con Il ruscello diretto all'Ovest [West-Running Brook, New York, 1928], il poeta ritorna quasi esclusivamente alla lirica breve, e pur fra tentennamenti e facilonerie pseudognomiche dà la misura del suo sobrio genio in "Il diluvio" ["The Flood"], "Un giorno in riva al Pacifico" ["Once by the Pacific"], "Pozzanghere di primavera" ["Spring Pools"], "Conoscitore della notte" ["Acquainted with the Night"]; il capolavoro della raccolta è quello che le dà il titolo, un componimento di ampio respiro che interpreta l'America come mito pioniero senza indulgere alla retorica patriottarda. È una poesia dialogata fra un uomo e una donna che, al pari di Adamo ed Eva, battezzano le cose, e più particolarmente il ruscello "diretto a ovest", nella cui riluttanza a seguire la via consueta essi ravvisano un simbolo della propria ribelle creatività.

Analoghi segni di persistente vitalità ci fornisce la fantasia frostiana in Spazio ulteriore [A Further Range, New York, 1936] e in Un albero testimone [A Witness Tree] dove spicca la stupenda lirica "Nulla più" ["The Most of It"] nonché nelle raccolte posteriori; ma il tono didascalico, da contadino che la sa lunga, spesso guasta e appesantisce l'arguzia qui abbondantemente profusa, soprattutto quando F. si atteggia a qualunquista politico. Come hanno visto in misura diversa Yvor, Winters, Lawrence Thompson, Randall Jarrell e Irving Howe, occorre riscattare la poesia frostiana dall'equivoco della mediocrità cui essa indulge e che un pubblico antiintellettuale scambia per virtù sovrana. La vera semplicità di F. è sottigliezza, e con tale arma egli sa far intravedere l'alone di mistero che circonda e talvolta minaccia la nostra esistenza.



White House 1962
ROBERT FROST