Poesie dello scrittore turco (1902-1963)
Hikmet divenne il cantore della Turchia popolare, delle sue
lotte, e in particolare del proletariato turco. Per questo
fu costretto a vivere in esilio, specialmente in URSS.
Cominciò a pubblicare versi nel 1919. Non conosceva la
realtà dell'Anatolia: era nato a Salonicco, dove suo nonno
era stato governatore e suo padre console, e la terra della
sua gente la conosceva solo attraverso le letture. Divenuto
seguace di Kemal, il viaggio in Anatolia gli ispirò un
poemetto in cui esprime la sua angoscia di fronte alla
scoperta di una dura realtà umana e sociale, con i contadini
relegati nella miseria e nell'analfabetismo. Lo stesso poeta
disse che il viaggio in Anatolia decise tutta la sua vita.
Volle da allora essere il cantore del suo popolo. Si stabilì
ad Ankara, dove divenne propagandista politico, le sue
poesie furono di agitazione, di battaglia, tanto che la
polizia proibì che fossero lette pubblicamente e stampate.
Nel 1921 Hikmet andò a Mosca, dove divenne amico di
Majakovskij. In questo periodo scrisse poesie-manifesto
contro l'arte pura, per una poesia di impegno
rivoluzionario. Aveva ormai aderito al movimento comunista.
A Mosca scrisse il poema Quindici ferite, dedicato a 15
comunisti turchi, fra cui il fondatore del partito comunista
turco, Mustafa Subhi, che erano stati uccisi in Turchia.
Tornato nel 1924, quando Kemal aveva assunto il potere, si
trovò ben presto costretto alla clandestinità, a causa della
politica kemalista, antisocialista. Dovette quindi qualche
tempo dopo tornare in URSS, dove scrisse anche in russo e
dove, nel 1928 a Baku, pubblicò, Il canto degli uomini che
bevono il sole, il suo primo volume di versi. Tornato in
patria, arrestato, viene liberato dopo pochi mesi, e può
pubblicare a Istanbul un'altra raccolta di poesie, dal
titolo 835 versi (1929); a questa, seguono altre due
raccolte, Varam-3 e 1+1=1. Del 1932 è la raccolta Un
telegramma arrivato durante la notte, che gli costò due anni
di reclusione. In carcere scrisse in versi le bellissime
Lettere dal carcere, rivolte alla moglie. Nel 1937 viene
nuovamente arrestato per il poemetto (una delle sue opere
più belle e sentite) Alle porte di Madrid, ispirato alla
guerra di Spagna. Resta in carcere 12 anni, anche perchè era
morto Kemal Ataturk (che, forse, l'aveva sia pure
indirettamente protetto), e la Turchia era ormai legata alla
Germania hitleriana. Continuò a scrivere, fra cui altre
Lettere dal carcere (egli comunicava oralmente le sue poesie
ad amici che le diffondevano). Liberato nel 1950, si
trasferì a Mosca, dove morì. Nella poesia di Hikmet si sente
lo stile di Majakovskij, specialmente nelle poesie degli
anni Venti, nel taglio del verso, nelle immagini, nel
descrittivismo evocativo e tribunizio. Ma Hikmet non è solo
un "agitatore", è un poeta completo, e tutti gli aspetti
della vita costituiscono per lui fonte di ispirazione.
Accanto a poesie descrittive, scritte a volte secondo i
moduli della poesia sovietica di tipo staliniano (molte di
queste poesie sono "articoli politici" messi in versi ed
"enfatizzati"), leggiamo versi d'amore, illuminazioni,
ricordi. Nazim Hikmet, la cui milizia politica fu quella di
un uomo sincero che pagò di persona, ebbe il tormento di
vedere l'involuzione dell'epoca staliniana, o almeno di
certi suoi aspetti (Ma poi esistito Ivan Ivanovic?). E non
fu facile per l'esule poeta arrivare a tale ammissione. Ne
La mia concezione dell'arte Hikmet rifiuta la bellezza
"esteriore", Adone o Venere o i ricami sottili: quello che
più ama, dice, è una montagna di settanta piani eretta da
ingegneri in tuta azzurra, o un cavallo d'acciaio, o un
fuochista al lavoro, o sua moglie "che porta un cappotto di
pelle". Certo da questa poetica è facile scivolare in una
certa enfasi, e Hikmet a volte non ne è immune come cade
spesso nella poesia panegiristica (antica tradizione turca,
del resto). Ma dietro si sentono una forte anima e una
sincerità a prova di fuoco.
NAZIM HIKMET