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Ignazio Silone -
Vino e pane
"... In ogni tempo e in ogni regime,
la vera solitudine dell'uomo è quella prodotta dalla menzogna, dall'invidia
e dall'egoismo..."
Ignazio Silone
(Pescina dei Marsi, L’Aquila, 1900 - Ginevra, 1978)
Figlio
di una tessitrice e di un piccolo proprietario terriero, perde assai presto
il padre e la madre, nel terremoto che nel gennaio del ‘15 distrugge gran
parte della Marsica. Interrotti gli studi liceali, si dà alla politica quale
socialista attivo e prende parte alle lotte contro la guerra e al movimento
operaio rivoluzionario; nel 1921 partecipa a Livorno alla fondazione del
Partito Comunista (che rappresenta a Mosca, con Togliatti, nel Komintern),
ma se ne stacca nel 1930, in disaccordo con le purghe staliniane.
Antifascista, resta in esilio in Svizzera dal 1930 al 1945, anni durante i
quali matura la sua vocazione di scrittore.
Pubblicato in traduzione tedesca a Zurigo nel 1933, “Fontamara” è il suo
romanzo d’esordio, che lo impone all’ attenzione generale: oltre ad essere
una straordinaria analisi della cultura centro-meridionale, “un documento su
una civiltà ormai definitivamente morta” (Fofi), è pure con ogni probabilità
il più bel libro sui contadini italiani che sia mai stato scritto.
Il successivo “Pane e vino” del ‘36 riprende, in una chiave più
sentimentale, meno ironica, i temi del fortunato predecessore, laddove “Il
seme sotto la neve” (1942) sembra stazionare tra manierismo e ritualità.
Frattanto, nel periodo 1932-'34 egli è redattore del mensile in lingua
tedesca, edito a Zurigo, «Information», cui collaborano artisti ed
intellettuali del calibro di Thomas Mann, Bertolt Brecht, Robert Musil.
Fiorente, pure, la sua attività saggistico-culturale, che annovera il saggio
“Il fascismo, le sue origini e il suo sviluppo” (1934) ed il trattato di
filosofia politica “La scuola dei dittatori” (1938).
Nel 1944, rientrato in Italia, si stabilisce a Roma, ove aderisce al Partito
Socialista Italiano di Unità Proletaria. La sua produzione letteraria
continua con il lavoro teatrale “Ed egli si nascose” (1944) e con i romanzi
“Una manciata di more” (1952), “Il segreto di Luca” (1956), “La volpe e le
camelie” (1960): meno originali dei precedenti, più legati ad un modello di
letteratura tardo-ottocentesca, esprimono una sorta di conversione del
nostro, che approda qui ai lidi di un socialismo ibridato col cristianesimo.
Di grandissimo interesse, invece, “Uscita di sicurezza” (1965), raccolta di
saggi politici in cui egli racconta il doloroso travaglio che lo condusse
infine a distaccarsi dall’ ideologia comunista, e “L’avventura di un povero
cristiano” (1968), sua ultima fatica apparsa in vita, un intrigante romanzo
- saggio incentrato sulla figura di papa Celestino V, in seguito trasformato
in testo teatrale.
Ebbe a dire di lui Albert Camus: "Guardate Silone. Egli è radicalmente
legato alla sua terra, eppure è talmente europeo".
Vino e pane
Romanzo di Ignazio Silone (1900-1978)
È
il secondo romanzo scritto da S. in esilio negli anni '35-'36
(S., iscritto al Partito comunista nel 1921, è costretto
dapprima alla clandestinità e successivamente all'esilio nel
1927). Come gli altri libri, scritti fuori dall'Italia
fascista, il romanzo fu pubblicato in traduzione tedesca
(1936) e riscosse un fulmineo successo di critica e di
pubblico divenendo un bestseller soprattutto negli Stati
Uniti. In Italia il libro fu "immediatamente bollato dalla
stampa fascista come una codarda diffamazione del popolo
italiano".
Nel 1937, a Lugano, apparve una edizione in italiano che
clandestinamente entrò anche in Italia. L'edizione italiana,
definitiva e radicalmente riveduta, col titolo di Vino e pane
(la prima edizione era intitolata Pane e vino) apparve però
solo nel 1955.
Il romanzo racconta l'angoscia dell'intellettuale di sinistra
di fronte a una realtà che si mostra refrattaria alle sue
teorie. Egli non diverrà tuttavia vittima della propria crisi:
la sua opposizione alla dittatura resta assoluta e
irreconciliabile in quanto la sua resistenza, anche non più
sorretta da teorie pseudo-scientifiche, trova alimento in una
sorta di riscoperta dell'eredità cristiana.
La vicenda prende l'avvio dal terzo capitolo: Pietro Spina,
militante politico di buona famiglia, rientra clandestinamente
nel proprio paese malato e braccato dalla polizia. Aiutato,
con una certa diffidenza, da un antico compagno di studi
divenuto medico trova riparo in una stalla. Per confondere le
sue tracce si traveste da prete e cambia il suo nome in quello
di Paolo Spada. Sotto queste spoglie si rifugia a Pietrasecca
dove è accudito da Matalena, proprietaria della locanda in cui
alloggia, che considera la presenza di un prete in casa come
una benedizione, una protezione superstiziosa. Per riprendere
i contatti con il partito Pietro Spina si reca a Roma, ma a
conclusione del viaggio decide di rompere con esso perché "è
conformismo dichiararsi sempre con la maggioranza" e non è
possibile distruggere il "servilismo fascista" rinunziando
"allo spirito critico". Paolo Spada torna, quindi, a
Pietrasecca dove cerca di ricongiungere alcuni fili per dare
nuova vita al villaggio e ai villaggi vicini, ma l'azione si
chiude sulla tragica fine di Luigi Murica, amico di Pietro e
sulla fuga di quest'ultimo verso le montagne mentre Cristina,
una giovane sacrificata alla famiglia, lo chiama nella vallata
finalmente col suo vero nome "Pietro, Pietro", nella speranza
che "se lui fosse passato, certamente l'avrebbe udita".
Il protagonista di Vino e pane è un tipo inconfondibile di
rivoluzionario, ma a differenza di altri ribelli della
letteratura è costretto da delazioni e dalla malattia a essere
un rivoluzionario inattivo. La sua rivolta è un fatto
interiore, ma è esemplare testimonianza di denuncia.
All'interno del movimento rivoluzionario il romanzo si
costituisce come un coraggioso atto di autocontestazione degli
schemi. Vino e pane risulta oggi l'opera di S. "più meditata
se non forse la più significativa. Autobiografia e invenzione
si alternano senza mai sopraffarsi, i personaggi, pur
concorrendo a un fine dimostrativo, rimangono vivi e autonomi"
(G.B Angioletti).
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