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Le Confessioni di un italiano di
Ippolito Nievo |
Patriota di ideali mazziniani, Ippolito Nievo combatté con Garibaldi nella
campagna del Trentino (la foto lo ritrae appunto nella divisa dei Cacciatori
delle Alpi) e partecipò allo sbarco dei Mille. Di ritorno dalla Sicilia
morì, a soli trent’anni, nel naufragio del vapore Ercole. Nella sua
poliedrica e vasta produzione letteraria (scrisse romanzi, racconti e
novelle, commedie e tragedie, poesie e opuscoli politici) spicca l’opera Le
confessioni di un italiano, pubblicata postuma con il titolo Le confessioni
di un ottuagenario, il primo grande romanzo della letteratura italiana.
Ippolito Nievo (Padova 1831
- mare Tirreno 1861)
Figlio
di un magistrato mantovano e di una nobile friulana, si avvicinò presto agli
ideali mazziniani e, mentre era studente di legge, partecipò alle azioni
politiche studentesche. Dopo la laurea (1855), volendo sottrarsi
all'atteggiamento d'ossequio verso le autorità austriache che l'avvocatura
avrebbe comportato, si ritirò due anni nel castello dei parenti materni, a
Colloredo presso Udine, ma nel 1857, quando fu spiccato un ordine di cattura
nei suoi confronti, fuggì a Milano. Nel 1859 partì con i cacciatori a
cavallo di Garibaldi nella campagna del Trentino, e l'anno dopo partecipò
alla spedizione dei Mille. Garibaldi lo nominò colonnello e, conquistata la
Sicilia, gli affidò l'incarico, troppo burocratico e amministrativo per
Nievo, di intendente militare. Nel 1861, mentre i compagni, attraversato lo
stretto, risalivano la penisola, partì da Palermo alla volta di Napoli e
morì, appena trentenne, nel naufragio della goletta Ercole.
Spirito riflessivo e discreto, uomo coraggioso ed eroico senza ostentazioni
e vanterie, seguace sincero del rigore morale mazziniano, Nievo produsse
tutta la sua opera nel giro dei pochi anni che vanno dai Versi giovanili del
1854 alle liriche di Amori garibaldini del 1860. Ma ci furono all'incirca
due anni, in parte corrispondenti alla sua permanenza a Milano, in cui,
accanto a opere di varia struttura, come il romanzo Il conte pecoraio e i
due drammi Spartaco e I Capuani, scrisse in pochi mesi, nel 1858, Le
confessioni di un italiano.
Pubblicate postume nel 1867 con il titolo Confessioni di un ottuagenario,
preteso dall'editore che non voleva fossero scambiate per un memoriale
politico, le Confessioni sono, insieme, romanzo di formazione e grande
romanzo storico, vasto affresco che l'autore crea attraverso le
rievocazioni, narrate in prima persona, del vecchio Carlino Altoviti, le cui
vicende personali si intrecciano con i grandi eventi della storia italiana
quali la fine della Repubblica di Venezia, l'invasione napoleonica, i
tentativi delle repubbliche prima di Roma e poi di Napoli, il nascere del
Risorgimento. Il ritmo vorticoso della narrazione, ricca di personaggi,
comparse e storie parallele, la trattazione nuova di temi come la scoperta
della sessualità infantile (l'amore di Carlino e Pisana), il senso della
natura e la freschezza dello stile – che non rifugge l'accostamento di
registri dissonanti – fanno di questo libro uno dei capolavori della
letteratura italiana.
Le Confessioni di un
italiano
Le
Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, scritte fra il 1857 e il 1858,
furono pubblicate postume nel 1867 perché Nievo, che partecipò alla
spedizione dei Mille e nel 1861 fu mandato in Sicilia per raccogliere
documenti al riguardo, morì nell’affondamento del piroscafo Ercole, sul
quale era imbarcato, prima di poter rivedere il suo romanzo.
Carlino Altoviti, protagonista e voce narrante, ripercorre la storia
italiana dal 1775 al 1860 ed ancora una volta la storia della vita del
personaggio e la Storia d’Italia si sovrappongono e si svelano
reciprocamente. Emblematica è al riguardo la
pagina iniziale del romanzo,
dove Carlino sottolinea di essere nato veneziano e di essere diventato
italiano; e come tale morirà, riuscendo là dove Ortis aveva fallito. La sua
evoluzione è stata la stessa di altri uomini che, pur se vivevano sul
territorio italiano, erano sudditi di poteri stranieri e nel corso di lunghi
anni, dalla fine del 1700 a oltre la metà dell’Ottocento, hanno combattuto
per ottenere l’indipendenza e la libertà. Ancora una volta il romanzo
realizza la sua funzione, quella di condensare un evento storico collettivo
nel dispiegare le tappe di un’esperienza individuale. Carlino è se stesso e
al contempo tutti quei giovani, e anche i meno giovani, che hanno colto
l’occasione, per dirla con Machiavelli, che la storia offriva per cambiare
una secolare sudditanza. «Le Confessioni sono un grande libro che affronta
la formazione di una coscienza etico-politica, italiana ed europea, e
insieme un grande libro pervaso di tenerezza e umorismo» sostiene Claudio
Magris e Carlino incarna la generazione che combatte con esiti alterni,
muore e trasmette ai contemporanei e ai lettori futuri una coscienza
politica, faticosamente conquistata.
Il romanzo inizia a Fratta, che con il suo castello in totale decadenza e
fatiscente rappresenta l’ancien régime e tutto ciò che la rivoluzione
francese prima e i vari moti rivoluzionari e le guerre d’indipendenza poi
hanno distrutto. Nonostante che Carlino abbia abbandonato la sua terra
natale ed abbia percorso l’Italia spinto da ideali libertari ed abbia
conosciuto anche la via dell’esilio che l’ha portato a Londra come tanti
altri esuli italiani, il romanzo si conclude a Fratta, dove l’Altoviti è
riuscito a ritornare e dove vive da ottuagenario e da patriarca. A distanza
di due generazioni dal romanzo foscoliano si realizza quel ‘ritorno a Itaca’
che era stato impossibile per Jacopo Ortis e per i suoi contemporanei.
La prospettiva del romanzo è rappresentata dal cambiamento che le sue
peripezie hanno provocato in Carlino, cambiamento di visuale, di ideali, di
progressiva consapevolezza di sé oltre che di condizione sociale. Tuttavia
in una struttura ad anello lui, che era il nipote rifiutato ed emarginato
del signore di Fratta, perché figlio della sorella del Conte, la quale aveva
seguito per amore un giovane greco senza patrimonio contro la volontà della
famiglia d’origine, alla fine della vita prende il posto dell’antico signore
ed aspetta serenamente la morte là dove era iniziata la sua vita. Ma questa
volta il futuro che vede davanti a sé e alla sua famiglia è il proseguimento
positivo degli obiettivi raggiunti e non più la vita statica e subalterna di
Fratta. Piccola storia e grande Storia si intrecciano in questo romanzo e
coniugano la vita privata di Carlino con la decapitazione di Luigi XVI, con
le rivolte italiane dalle repubbliche giacobine, in particolare quella
partenopea repressa nel sangue nel 1799, fino agli anni e alle
vicende dopo
il 1848.
Gli antecedenti di questo protagonista sono indubbiamente Jacopo Ortis di
Foscolo e Renzo Tramaglino di Manzoni, al quale del resto Nievo è debitore,
anche se per antitesi, di molti aspetti formali e motivi presenti nelle sue
Confessioni. Ma se nei Promessi sposi l’ambientazione storica è pressoché
immutata nel corso del romanzo in analogia con la fissità della storia e
della condizione dell’Italia nel 1600, quella del romanzo di Nievo è invece
in continua e spesso veloce trasformazione, altrettanto in analogia con i
tempi dei quali parla. Carlino come Renzo si allontana dal suo paese, si
sposta, conosce, fa esperienze e soprattutto impara a fare delle scelte. Il
peregrinare di Renzo è per motivi storici limitata al territorio fra Lecco,
Milano e Bergamo, mentre quello di Carlino si estende all’Italia e
all’Europa, ma entrambi ad un certo punto della loro vita hanno una crescita
psicologica, di carattere ed anche di tipo sociale ed entrambi si trovano a
contatto in modo più o meno violento con le leggi che regolavano il mondo
nel quale vivevano. Entrambi sono «uomini di piccol affare» e Carlino in
alcune fasi della sua bildung si mostra personaggio «mediocre» come Renzo
con tratti di passività che si accompagnano però ad una prudenza di stampo
borghese.
Da sottolineare che sia il Renzo manzoniano sia il Carlino di Nievo compiono
gesti altamente simbolici e, come Dante nella Commedia oltrepassa
l’Acheronte nel momento in cui lascia il mondo dei vivi e accede a quello
dei morti, così i due protagonisti ottocenteschi marcano la netta e
definitiva separazione da una fase della loro vita con il passaggio di un
discrimen geografico e Carlino ripete anaforicamente un ‘addio’ di stampo
manzoniano quando lascia Fratta e la giovinezza. Nell’Addio ai monti che
sovrastano Lecco c’è l’abbandono della semplicità e della sicurezza della
vita che Lucia e Renzo avevano conosciuto fino ad allora per andare incontro
ad un destino sconosciuto. Anche Carlino dice addio a quella natura
rassicurante che aveva sempre conosciuto, a quel mondo, altrettanto
rassicurante nella sua banale monotonia, che «finiva al muricciolo del
cortile». È il passaggio all’età adulta, è il passaggio dalla piccola alla
grande patria, quell’Italia rappresentata anche nella sua molteplicità
geografica nelle Confessioni. Ma, attenzione!, Carlino dà l’addio ad
un’epoca, non ad un tipo di società.
«Passa l’alba della vita come l’alba di un giorno» riflette Carlino quando
lascia il mondo rurale di Fratta e l’inconsapevolezza dell’infanzia, cioè il
milieu culturale e sociale dell’ancien régime; ed il suo addio è l’addio di
un’intera generazione, quella generazione di patrioti che hanno iniziato ad
aprire gli occhi con Napoleone, che li ha poi delusi, e combattono per la
libertà e per un’Italia repubblicana secondo l’insegnamento di Mazzini. E
mazziniano era Nievo. «Non più ozio, ma lavoro; non più bellezza, ma
attività; non più immaginazione e pace, ma verità e battaglia. Il sole ci
risveglia a gravi pensieri, alle opere affaticate, alle lunghe e vane
speranze…». Immaginazione e verità nella vita reale non possono
convivere, si escludono a vicenda e l’accettazione della verità comporta la
fine dell’immaginazione. La nuova vita prospetta ‘lavoro’, ‘attività’ e
’battaglia’ ed il sorgere del sole, da sempre simbolo della ragione, prelude
alle lotte affiancate da ‘lunghe e vane speranze’, sperimentate da tutti il
giovani della sua generazione.
Echi foscoliani sono visibili nel capitolo 16, quando Carlino parte da
Mantova per Bologna e passa l’Appennino ed ancora una volta rimarca il
passaggio ad una più consapevole condizione politica con uno sguardo alla
storia passata. Il passaggio dell’Appennino, come tutti i passaggi, segna la
fine di un periodo della vita e di un’esperienza e ne apre un altro.
Un altro debito Nievo paga a Manzoni perché anche Nievo unisce personaggi
storici e personaggi d’invenzione per dar vita a un racconto che non è di
pura fantasia, soggettivo ed arbitrario, ma concorre a far sì che i lettori,
leggendo la vita e le avventure in cui l’Altoviti si trova coinvolto,
imparino a conoscere la storia italiana, gli uomini importanti e quelli meno
importanti che hanno elaborato gli ideali comuni, creato programmi politici
e combattuto perché quegli ideali diventassero realtà. C’è però un’assenza
in questo mosaico di personaggi e gruppi sociali, ed è l’assenza del mondo
contadino, perché, come Nievo ha scritto Frammento sulla rivoluzione
nazionale i contadini rimangono estranei a questa rivoluzione, così come
il brigante Spaccafumo, del quale il piccolo Carlino aveva sentito parlare
nella cucina di Fratta, agisce solo nel ristretto territorio di Fratta e
non incide nella grande Storia.
Se andiamo a osservare che tipo di romanzo sono le Confessioni di un
italiano, ci troviamo di fronte ad un problema irresolubile, perché in
questo romanzo si innestano e si confondono vari sottogeneri romanzeschi,
dal romanzo storico, che parla della sua storia contemporanea perché i
lettori la conoscano e riflettano, al romanzo di formazione, visto che la
bildung riguarda sia Carlino sia molti altri personaggi e la crescita di
Carlino è prodotta dalla Storia, a quello memorialista, come ce ne sono
molti a metà dell’Ottocento, scritti da coloro che avevano partecipato
all’epopea nazionale ed avevano tanto da raccontare per informare ed
educare.
Silvio Pellico con Le mie prigioni, Giuseppe Cesare Abba con Da Quarto al
Volturno, Luigi Settembrini con Le ricordanze della mia vita e molti altri
hanno lasciato la testimonianza di esperienze di lotta, di prigionia e di
sofferenze, condivise da chi aveva partecipato ai moti rivoluzioni e alle
guerre per l’indipendenza italiana. Tuttavia, mentre questi scrittori
affidano alla letteratura il racconto autobiografico delle vite delle quali
sono stati i protagonisti, quella di Nievo è una pseudo-autobiografia,
perché Carlino non è proiezione di Nievo, che non aveva vissuto in prima
persona tutto l’arco di tempo, dal 1775 al 1855, narrato nel romanzo e non
aveva partecipato a tutte quelle esperienze. Nievo, ventisettenne quando
scrive il romanzo, presta la voce ad un ottantenne e Carlino racconta la sua
vita non mentre la vive, ma dalla distanza dei suoi 80 anni, intrecciando
privato e pubblico. Così solo alla fine del romanzo si riuniscono il
narrato, la vita di Carlino e dell’Italia di quegli anni, ed il narrante, il
Carlino ottuagenario, separati invece per tutto il corso dell’opera con una
strategia narrativa simile a quella manzoniana, che distingue la voce
dell’autore, l’anonimo seicentesco, da quella del narratore, cioè lo stesso
Manzoni che ha scelto di ‘trascrivere’ lo scartafaccio seicentesco in una
lingua più adatta ai lettori del suo tempo.
Gli scrittori dell'ottocento
Letteratura italiana - L'Ottocento
Il romanzo storico
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