|
|
|
Joseph Roth - Tarabas - La marcia di Radetzky
Joseph Roth. Giornalista e scrittore austriaco (Brody 1894
- Parigi 1939).
Proveniente da una comunità ebrea della Galizia, non ebbe mai una patria.
Sopo la grande guerra diventò reporter, uno dei migliori della sua
generazione, e percorse tutta l'Europa. Imparò ad andare al di là delle
apparenze, e a trovarvi i tratti caratteristici delle situazioni: fin dal
1926 scoprì nell'URSS, sotto la fraseologia socialista, la realtà di un
sistema fortemente burocratizzato.
Influenza da Flaubert e da Stendhal, in Germania si costruì uno stile
eccezionale; sobrio, netto, capace di svelare una sensibilità contenuta,
colorata di un cupo umorismo.
Hotel Savoy, 1924
La ribelline, 1924
Fuga senza fine; una storia vera, 1927
Giobbe, 1930
La cripta dei cappuccini, 1938.
Il titolo del suo romanzo più famoso La marcia di Radetsky (1932), si
riferisce alla celebre marcia di Johann Steauss padre. Roth evoca la
monarchia austro-ungarica nel momento del suo declino; gli Asburgo avevano
saputo far vivere in pace le varie etnie dell'Europa centrale, compresi gli
ebrei; la morte di Francesco Giuseppe nel 1916 segnò il crollo di un'intera
civiltà e l'irruzione nella storia di nazionalismi devastatori.
Tarabas
E'
uno degli ultimi (non numerosi, ma tutti significativi e notevoli) romanzi
di Roth. Pubblicato nel 1934, reca il sottotitolo Un ospite su questa terra.
Roth si era già affermato con due romanzi: Giobbe e La marcia di Radetzky,
del 1932 entrambi; ma un altro racconto, Fuga senza fine, nel 1927 aveva
rivelato lo scrittore, il quale aveva preso posizione con la prefazione in
cui asseriva che "non si tratta più di poetare. L'importante è ciò che si
è osservato": in tal modo "quest'uomo tormentato da un'implacabile lucidità
penetrativa, e perciò stesso odiatore d'ogni bigotteria politica e d'ogni
tendenza letteraria", si era autoproclamato "l'annunciatore e il caposcuola
ideale della Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività)" (Rocca). Il presente
romanzo segna un "trapasso evolutivo" (Rocca) nell'arte di Roth che, nel
reportage imperante in quegli anni (sono gli anni dei libri di Remarque), si
dimostra "un prosatore di grandissime doti" (Mazzucchetti). Figlio di
un'ebrea galiziana e nato in Volinia, Roth ha reso con commossa perizia lo
sfondo etnico-geografico, gli usi, il profumo, la nativa consistenza di
quella terra ucraino-polacca e della commistione degli Ebrei alla
popolazione ed alla storia di quei Paesi. Così è anche in Tarabas. Nicola
Tarabas è un giovane russo di statura gigantesca, tutto istinti e
superstizione, il quale è costretto a emigrare in America, negli anni
precedenti la Prima guerra mondiale, in seguito alla sua partecipazione a un
gruppo rivoluzionario. Figlio di una famiglia benestante, il padre gli mette
in mano una manciata di denaro, altro promette di mandargliene, e il giovane
s'imbarca per New York, dove però si sente spaesato e solo. S'innamora di una
kellerina, delle sue parti, Katharina, e così gli riesce per qualche tempo di
tollerare l'acuta nostalgia che lo tormenta e lo rende sempre più aspro e
insofferente. Ma il mestiere di Katharina la espone continuamente alla
violenta gelosia di Tarabas, il quale passa quasi tutte le giornate nel suo
locale e la sorveglia. Un giorno, incontra per caso una zingara;
superstizioso come è, si fa leggere la mano: la zingara gli predice che sarà
un assassino e un santo. Tarabas ne è profondamente impressionato. Lo stesso
giorno, per motivi di gelosia, si scaglia contro il padrone del locale di
Katharina e dopo una violenta colluttazione, convinto di averlo ucciso, si dà
alla fuga. Subito dopo, avviene la dichiarazione di guerra dell'Austria alla
Russia, e Tarabas ottiene di poter rimpatriare, per presentarsi volontario.
Giunto in patria, la famiglia lo accoglie con grande affetto, lieta che vada
a combattere per la santa Russia: padre, madre e sorella lo preparano alla
partenza, ma durante il breve soggiorno in famiglia egli s'innamora e seduce
la procace cugina Maria promettendole di sposarla al suo ritorno. In guerra
combatte con una temerarietà e un eroismo fuori del comune, e si guadagna
presto i galloni di capitano e poi di colonnello, soprattutto per le sue
azioni violente e coraggiose allo scoppio della rivoluzione. Presto, in quel
caos, la sua personalità prepotente lo rende capo di una piccola città,
Koropta, di cui diventa l'arbitro e il padrone. Tarabas, con la sua natura
violenta, ne approfitta ampiamente, ed è temuto da tutti. Qui il quadro etnico
è particolarmente vivace e colorito, i tipi umani si susseguono sotto la penna
vigorosa dello scrittore: il buon maresciallo Konzew, che Tarabas predilige
e che lo adora, l'oste della trattoria Kristianpoller, il rosso ebreo mezzo
scemo Shemarjah, e tanti altri. Avviene un sanguinoso pogrom, per l'incuria
di Tarabas, e durante il tentativo di reprimerlo Tarabas perde il fedele
Konzew: il dolore gli fa salire il sangue agli occhi, ed egli se la prende
col povero Shemarjah, che prima di fuggire vuol seppellire gli arredi sacri.
Ancora una volta Tarabas si scaglia con violenza contro un inerme, e un
pugno della barba rossa di Shemarjah gli resta tra le mani: il poveretto,
quasi fuori di senno, fugge. Ma, dopo questo fatto, la coscienza di Tarabas
ha un crollo: egli riconosce di avere la natura dell'assassino, come aveva
predetto la zingara. Allora prende una decisione: fa le consegne al suo
generale, Lokubeit e lasciata la divisa prende il bastone del viandante e
del penitente. Ha inizio così il lungo suo pellegrinaggio senza meta, col
solo intento di redimersi e di far penitenza. Ritorna per prima cosa al
paese natale: qui, sotto le spoglie del pellegrino e del mendicante,
apprende da un servo che i suoi lo credono disperso o morto e che la cugina
Maria se n'è andata in Germania con un ufficiale tedesco. Rivede, non
riconosciuto, il padre paralitico e la madre rimbambita, e li sente
estranei, come estranea gli appare la sua casa e il suo paese. Tarabas
riparte senza farsi riconoscere: tutto gli è estraneo e lontano. E così
continua a ramingare dormendo nei fienili o sul ciglio della strada, vivendo
di una piccola pensione e soffrendo il freddo. La natura, anche se avversa,
è il suo solo rifugio. Si ammala, e ormai si trascina a stento. Ma vuole
ritornare a Koropta: qui trova rifugio nel convento di Lobra, dove il padre
Eustachio gli offre una cella e vuole curarlo. Ma Tarabas è agli estremi.
Desidera soltanto ottenere il perdono del povero Shemarjah, che abita non
lontano. E il padre Eustachio va dall'uomo e lo prega di venire al convento:
Shemarjah non va, ma invia il suo perdono e così Tarabas può morire
tranquillo. Sulla sua tomba, a Koropta, c'è una lapide che reca scritto il
suo nome e sotto "un ospite su questa terra". L'interesse del romanzo "sta
specialmente nei quadri ambientali, nell'alternarsi della religiosità col
fanatismo e nella comprensione artistica e morale delle cose più opposte"
(Rocca). Anche se la figura del protagonista talvolta appare sforzata, quasi
un po' convenzionale, la grande vivacità del quadro, degli orrori bellici e
delle fiammate tremende della rivoluzione, l'introspezione di cui è fatta
oggetto specialmente la figura secondaria, la cura del dettaglio e dello
stato d'animo sono da grande narratore, assolutamente padrone dei suoi mezzi
e di una scrittura disadorna e pregnante.
La marcia di Radetsky
La famiglia Trotta, di stirpe slovena e contadina, acquista lustro sui campi
di battaglia di Solferino (1859), quando il luogotenente di fanteria Joseph
Trotta salva la vita al giovane imperatore Francesco Giuseppe e ne riceve in
ricompensa il titolo di nobiltà.
L'eroe di Solferino è ricordato in tutti i libri di testo dell'Impero e
trasmette agli eredi il compito di salvaguardare tale eroismo con l'assoluta
devozione e il perfetto decoro di fedeli sudditi della monarchia.
La vita della famiglia Trotta si svolge parallela a quella del longevo
imperatore: Carl Joseph, l'irresoluto e debole nipote dell'eroe di Solferino
- le cui modeste vicende di carriera e d'amore occupano buona parte del
romanzo - muore in uno dei primi scontri della guerra 1915-18; il padre,
dopo avere atteso nel parco di Schonbrunn l'annuncio della morte
dell'imperatore, si lascia a sua volta morire nell'autunno piovoso, che
suggella anche la fine di un'epoca.
L'incipit
"I Trotta erano un casato di recente nobiltà. Il loro progenitore aveva
ricevuto il titolo dopo la battaglia di Solferino. Era sloveno. Sipolje - il
nome del villaggio d'origine - divenne il suo predicato nobiliare. Il
destino l'aveva prescelto ad autore di un gesto straordinario. Ma egli
provvide a che i tempi futuri perdessero memoria di lui.
Nella battaglia di Solferino comandava un plotone come sottotenente di
fanteria. Da una mezz'ora era in corso il combattimento. Tre passi dinanzi a
se vedeva le schiene bianche dei suoi soldati. La prima fila del plotone
stava in ginocchio, la seconda in piedi. Tutti erano sereni e sicuri della
vittoria. Avevano abbondantemente mangiato e bevuto acquavite a spese e a
gloria dell'Imperatore, che dal giorno prima era sul campo. Qua e là, nelle
file, qualcuno cadeva. Trotta balzava al volo dove s'apriva una breccia e
sparava con i fucili abbandonati da morti e feriti." |
|
|
|