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Wole Soyinka : Danza della foresta

Wole Soyinka

Nato nel 1934 ad Abeokuta in Nigeria, Wole Soyinka è considerato uno dei più grandi drammaturghi africani.

Nel corso della sua adolescenza quest'eclettico autore di opere teatrali, romanzi e saggi letterari, entra in contatto sia con la cultura europea che con le tradizioni locali. Cresciuto presso la missione anglicana di Aké, riceve un'educazione cristiana bilanciata dall'apprendimento di tradizioni e miti della sua etnia di origine. Durante i primi anni d'Università, ad Ibadan, assiste alla nascita del movimento di protesta che porterà la Nigeria all'indipendenza. Periodo che Soyinka descrive nel libro The Penkelemes Years, A Memoir: 1946-1965, una delle sue molte opere autobiografiche. Nel 1954 si reca in Inghilterra per seguire un corso in drammaturgia presso l'Università di Leeds. Nel 1960 torna stabilmente in Nigeria, dove fonda una sua compagnia teatrale e produce una nuova commedia A Dance of the Forests.

Quest'opera stilisticamente rappresenta una complessa fusione tra le tradizioni e il folklore degli Yoruba e le avanguardie artistiche europee. Tematicamente si tratta di una sarcastica denuncia dell'endemica disonestà e corruzione dei governi locali, inalterata nel passaggio dal regime coloniale all'indipendenza. In una dimensione temporale scandita dall'eterno ripetersi del ciclo passato/presente/futuro, il protagonista Forest Head, padre degli spiriti, costringe gli altri personaggi a confontarsi con il proprio passato, perchè ne possano comprendere a fondo il significato e possano così piegarlo a scopi nuovi, spezzando la "maledizione dell'eterno ritorno". Un'inaspettata speranza di cambiamento sembra all'improvviso voler porre fine al perpetuo reiterarsi degli eventi, ma essa viene spezzata nel finale dal profilarsi di un ineluttabile destino di sangue, lutti e rovine, cui risulta impossibile sottrarsi. A dance of the Forest attira naturalmente su Soyinka l'ira del governo, accusato di corruzione. Ma anche molti intellettuali nigeriani non risparmiano critiche, contestando il carattere elitario e la contaminazione con stili e tecniche europei. Queste critiche falliscono nell'apprezzare l'originalità del tentativo di Soyinka di emancipare la cultura africana dal passato coloniale tramite la riformulazione dei miti tradizionali, adattati alla realtà contemporanea senza rigettare acriticamente gli influssi culturali europei.

Negli anni successivi Soyinka si dedica con inventiva ed energia al compito di contribuire a definire l'identità della nuova Nigeria indipendente, un paese di 115 milioni di abitanti suddivisi in oltre 400 etnie diverse. Contemporaneamente assiste al declino della Nigeria verso la dittatura che culmina nel 1995 quando il regime del generale Sani Abacha mette a morte per le sue opinioni politiche Ken Saro-Wiwa, scrittore e drammaturgo amico di Soyinka. Lo stesso Soyinka, in salvo all'estero, viene condannato alla pena capitale per tradimento, condanna poi abbandonata nel 1998 dopo la caduta di Abacha.

Nel 1986 viene conferito a Soyinka il premio Nobel per la sua ricca attività letteraria. Il comunicato della fondazione per il Nobel cita Death and the King's Horseman come esempio dell'uso letterario inedito dei miti e riti africani.


Wole Soyinka: la dignità dell’uomo al di sopra di tutto
di Luciano Minerva

Il tema centrale della vita e della scrittura di Wole Soyinka, Primo Premio Nobel africano della storia della letteratura, è l’affermazione della dignità dell’uomo. Un tema che gli leggi sul volto e in tutta la sua figura, con i capelli bianchi che gli circondano il viso come una specie di aura. L’esperienza del teatro (è stato attore, oltre che regista e autore) gli dà una presenza scenica anche nel semplice stare in piedi. Quando l’abbiamo incontrato, a Roma per un incontro all’Università La Sapienza, ha posto qualche limite alla disponibilità ai tempi e ai luoghi della ripresa. Poi, man mano che passava il tempo, sono saltati i limiti che lui stesso aveva posto. Il dialogo si è snodato lungo un percorso che dai viali dell’Università è arrivato fino al Museo di Arte Classica, dove le copie in gesso di statue greche e romane hanno fatto da sfondo alle ultime domande, quelle sul suo amore per la mitologia e sulla relazione tra la letteratura e le altre arti. Il dialogo si conclude con una piccola sorpresa, questo suo sogno di poter tornare sui banchi di scuola, per continuare ad apprendere in campi che ancora lo incuriosiscono.


“ Il mondo dei libri – lei scrive - è un campo di battaglia, un campo di battaglia più duro di quello che abbiamo conosciuto. Questo è parte di un dialogo che ebbe da ragazzo con un sacerdote, il Padre, che poi l’avrebbe indirizzata a un college pubblico. Quanto ha vissuto questa esperienza del mondo dei libri come battaglia, prima di essere incarcerato, dopo il carcere, prima e dopo il Nobel?

Credo che quel padre fosse molto preveggente, come se avesse già capito come sarebbe stata la mia vita, forse grazie al mio temperamento e al fatto che sono sempre stato estremamente affascinato dai libri. Ho iniziato a leggere molto presto perché volevo capire cosa ci fosse dietro i libri, non solo dentro. Quindi aveva ragione, era preveggente.
Comunque, appena finiti i miei studi, sono tornato in Nigeria, ma anche prima di tornare avevo capito che in futuro ci sarebbe stata una grande battaglia da combattere, sia a livello continentale che a livello nazionale ed è iniziata molto prima del Nobel.
Dopo il Nobel, la battaglia si è ampliata. L’area dei miei sostenitori era diventata impossibile da gestire. Le richieste arrivavano da tutte le parti e naturalmente avevo maggiore coscienza delle anomalie presenti in tutto il mondo: per i viaggi, gli incontri, le conferenze, vedevo persone provenienti da luoghi che non conoscevo, sebbene avessi già viaggiato molto e avessi incontrato molta gente per la natura del mio lavoro, il teatro. Quindi mi sembrava impossibile che l’area di interesse per me potesse diventare ancora più grande, ma in realtà è stato così, quindi l'unica differenza tra il periodo precedente al Nobel e quello successivo è che la mia base di necessità si è notevolmente ampliata

La sua lezione che diede ricevendo il Premio Nobel fu sul Sudafrica e fu una fortissima lezione morale, politica e letteraria. Oggi, se dovesse ridare una lezione di quel genere, quale tema sceglierebbe?

Prima di tutto, ci si concentra sulle aree geografiche quando si tratta di diritti umani e spirituali e di violazioni della dignità umana. In altre parole l'apartheid, il disprezzo e lo sdegno razziale da parte di un regime di minoranza, per me rappresentano un concetto generale di abuso della dignità umana che può verificarsi ovunque nel mondo. Questo tema va rinnovato. Credo che la corrispondenza immediata di questo evento oggi sarebbe il Sudan, con il Darfur. In Darfur infatti ci sono gli stessi elementi: il senso di egemonia, lo sdegno e il disprezzo razziale, che questa volta riguardano il mondo arabo e gli indigeni, o meglio la parte araba della classe di governo in Sudan e gli indigeni, la gente qualunque. Quindi oggi sembra succedere la stessa cosa, anche se in un contesto geografico diverso.

Il tema della dignità correlato a quello della libertà ha sempre fatto parte della sua opera. Come si è sviluppato in lei questo tema?

Partiamo dall'inizio, dall'infanzia, cosa ho osservato? quale elemento sembra distinguere le persone? si potrebbe distinguere in modo approssimativo tra coloro a cui viene negata la dignità e coloro che negano la dignità altrui. Prendiamo la condizione delle donne nella mia infanzia, nella battaglia che ho condotto in veste di messaggero: ne ero estremamente cosciente, in quel momento alle donne veniva negata la loro dignità e questo mi colpiva in modo personale. Questo tema mi ha accompagnato anche da adulto: ho continuato ad osservare che chi non ha dignità non ha libertà e viceversa: chi non ha libertà non ha dignità. Non hanno volizione, e volizione vuol dire scelta, scelta di coloro che dovrebbero governarti, rappresentarti. Il diritto di cambiare costantemente la società dipende dal diritto di cambiare chi ha in mano le redini della società. il tema è sempre lo stesso, la differenza è che ho iniziato a concentrarmi di più sulle privazioni interiori della libertà e della dignità umana. Nell'epoca precoloniale, le negazioni erano identificabili: c'erano le potenze coloniali, diverse nelle varie culture, in seguito però si riesce a riconoscere che le negazioni provengono anche dall'interno, ed è proprio questa la differenza. La mia battaglia è diventata più dura e si è concentrata maggiormente contro le persone come me, che negavano la dignità umana ai miei stessi pari. Avrei potuto dire:" Va bene, il nemico viene dall'esterno, non lo puoi conoscere fino in fondo, tu sei imperialista, credi di essere superiore e che gli altri siano esseri subumani". Avrei potuto affrontarlo così, ma poi ho scoperto che dei miei simili si comportano come se fossero i padroni del mondo provenienti da un altro pianeta.

Lei usò il digiuno come arma. Quanto fu importante usare quell’arma contro la privazione di dignità che subiva in prigione?

È stato fondamentale, è stato molto importante. Dovevo cercare di resistere per trovare un modo di sentire che riuscivo a controllare la mia vita, dovevo trovare in me stesso il modo per non essere più vulnerabile ad aggressioni esterne, perché questa era la mia condizione: ricevevo aggressioni, ero deprivato dei libri, dei contatti umani, dei mezzi per scrivere, la musica; e tutto questo mi avrebbe portato ad essere una creatura senza volizione. E questo privarmi deliberatamente della mia volontà, di qualcosa di cui ero geloso poiché era importante, in altre parole qualcosa che mi avrebbe permesso di sopravvivere, ha sottratto loro il potere.

In “Clima di paura” lei cita Socrate dicendo che Socrate credeva nel dialogo come modo di raggiungere la verità, che non è raggiungibile col monologo. Come ha vissuto la costrizione al monologo durante i 22 mesi di carcere?

Questo fa parte del risentimento che provavo, se continui a fare dei monologhi alla fine diventi pazzo perché non hai un riscontro su quello che dici e pensi. L'isolamento è un'arma estremamente crudele da utilizzare contro qualunque essere umano, anche se si tratta di una persona che ama la solitudine. io amo la solitudine tanto quanto amo l'interazione con altre persone, è una questione di equilibrio: ci sono dei momenti in cui ti vuoi ritirare in disparte, ed è una cosa che io faccio spesso, allontanandomi da tutto e da tutti, ma scelgo io quando farlo, quando voglio la mia solitudine. Ma quando ti viene imposto è un vero e proprio assalto contro di te. È pericoloso per la mente perché si vive un'esperienza completamente solipsistica, e il proprio mondo è abitato soltanto da se stessi e da farfalle, scarafaggi e formiche. Ma con loro non c'è dialogo. Il dialogo, lo scambio e la comunicazione sono molto importanti per gli esseri umani.

Il dialogo è la parte centrale del teatro. È anche questo che l’attrae nel teatro?

Non è tutto così, ma in parte sì. Il fatto che nel teatro c'è uno sviluppo, uno scambio che nascono dai principi del dialogo, un dialogo che non è un puro dialogo di parole, ma un dialogo di emozioni, di circostanze poiché parte del dinamismo del teatro è lo scambio, lo sviluppo delle circostanze, degli individui o circostanze di un'entità collettiva. È un costante dialogo in corso, una comparazione mentale e questa è una delle funzioni del teatro. Non credo di essermi avvicinato al teatro cosciente di quelli che sono gli elementi del dialogo, ma credo di essermi avvicinato ad esso perché sono cresciuto in una tradizione teatrale.

Lei racconta un episodio in cui da bambino fu l’unico a seguire una banda che passava da Isara perché attratto dal suono dei tamburi e dalla rappresentazione.

Sì, sicuramente, ma sebbene fossi figlio unico nel momento in cui la banda arrivò a Isara credo di aver avuto la sensazione di essere in un mondo nuovo che avevo creato completamente io, ma allo stesso tempo era un mondo popolato di persone che facevano qualcosa che mi affascinava e a cui rispondevo. Era una sorta di comunicazione silenziosa con queste persone dell'ambiente. Sì, ho guidato per quella strada molte volte e l'ho sempre fatto ricordandomi quel giorno. Un bambino così solo in un mondo di adulti.

Lei è un letterato, ma considera la letteratura in una commistione con le altre arti di cui lei è fortemente interessato, dal cinema, al teatro, all’architettura. Come vede la relazione tra la letteratura e le altre arti?

Tutte le forme d'arte derivano dalla realtà e dall'esistenza umana, persino le storie fantastiche, la fantascienza spaziale, persino quando si scrive di animali lo si fa da un punto di vista umano nel tentativo di raggiungere un'empatia con il mondo degli animali. Quindi, quando si parla di creature frutto della fantasia non si tratta mai di fantasia pura, si basa sempre sull'esperienza umana. È qualcosa da cui non si può prescindere. La letteratura, sia essa poesia, finzione o epica, ha la stessa identica funzione di un'altra speciale forma di rappresentazione dell'attualità come le statue come queste, la scultura in generale, la pittura, anche se si tratta di una pittura astratta. Persino questa astrazione deriva dall'esperienza umana. C'è sempre una componente umana dalla quale non si può sfuggire. Sei pur sempre un essere umano. Fin da bambino credo di essere cresciuto in quella che posso definire un'esistenza multimediale. Un bambino cammina per le strade e sente la musica di "Hocas", dei venditori ambulanti che gridano i loro richiami e questo fa già parte del concetto di mangiare o cucinare. Non muori di fame, forse quando non trovi il cibo suoni la musica del cibo perché nella mia lingua c'è un'espressione "Timba yoba yeba" che si riferisce ad una canzone che parla del cibo, del mangiare "timba yobba". È un gioco di parole tra Obba, diventare re ed Ebba, cioè cibo. Entrambi i termini hanno in comune una sillaba ye, cioè mangiare. Quando sali al trono si usa il termine Yobba, quindi questa espressione Bimba Yobba Mayebba, vuol dire che quando diventi re almeno hai lo stomaco pieno. Quindi il bilinguismo permette un'integrazione storica e musicale e di molte altre forme artistiche che sono naturali e fanno parte della vita stessa. Se non fossi stato uno scrittore probabilmente sarei stato un architetto, l'architettura è un'altra arte che mi affascina molto. Sono sensibile all'architettura così come lo sono alla scultura, alla pittura e alla musica. È un temperamento particolare che possiedo.

Tra le varie arti lei mette anche quella del tagliare l’erba, citando, in questo, le capacità artistiche dei prigionieri

Senza cercare di rendere romantico il lavoro duro, il lavoro fisico che non è affatto piacevole nella maggior parte dei casi, possiamo dire che il lavoro fisico ha prodotto la sua musica in tutte parti del mondo. Il compito della raccolta, della semina, del setaccio dei semi, tutti lavori estremamente faticosi, in tutte le società sono sempre stati accompagnati da elementi musicali, per alleggerire i compiti. Sicuramente la qualità della musica che veniva creata in queste occasioni era diversa da un posto all'altro, da un individuo all'altro, non è una caratteristica peculiare della sola Nigeria. I prigionieri naturalmente facevano dei lavori molto faticosi che tentavano di alleggerire, rendendoli ritmici. Comunque, quest'arte può essere usata per molti altri scopi diversi. Si può cercare di essere creativi e produttivi, si può usare la musica come vendetta contro i carcerieri o come insulto contro tutti, da Dio al più infimo dei carcerieri. Quindi la musica dei prigionieri che io ho incontrato, perché nella mia società i prigionieri svolgono spesso lavori pubblici , si sente spesso. In particolare quando tagliano l'erba e accompagnano il movimento con questo suono "woon woon woon". E il rumore dell'erba falciata contribuisce a questa musica che poi viene enfatizzata dalle loro improvvisazioni.

Lei ha un grande interesse per la mitologia, ma non solo per quella africana, nei suoi libri fa molti riferimenti alle altre mitologie. Che relazioni ci sono tra le diverse mitologie?

La mitologia deriva dalle proiezioni umane. Lei ha citato la mitologia europea, quella scandinava, quella greca fino a quella Indù, questo quartetto di mitologie hanno numerosi punti in comune, in quanto fenomeni della vita vissuta vengono mitizzati e avvicinati a Dio nelle culture di cui abbiamo appena parlato. Già da quando ero bambino ho iniziato ad essere affascinato dalle analogie, tra la mia mitologia e quella greca, semplicemente perché la mitologia greca è la prima che imparato a conoscere grazie alla letteratura greca. In seguito, quando ho approfondito i miei studi, e mi sono interessato ad altre culture e civiltà e anche a scuola quando leggevo la Saga dei Vichinghi, ho iniziato ad interessarmi ad altre mitologie e alle correlazioni esistenti tra la mia mitologia e quella scandinava. Poi ho studiato la mitologia Indù con gli dei indù, e ancora una volta ho scoperto l’unione di cielo e terra, il conflitto tra il cielo e la terra, gli Dei delle viscere della terra, gli Dei del tuono, ma anche gli Dei dei concetti, della giustizia, della verità e della carità, della gentilezza ma anche gli dei crudeli che si accaniscono letteralmente contro gli esseri umani. Ci sono quindi aspetti positivi e negativi e osservandoli, si giunge alla conclusione che gli esseri umani fantasticano un po’ se vogliamo, e pongono le loro fantasie, i loro sogni e i loro incubi in una dimensione umana, innalzata a divinità. In particolare, una determinata qualità umana può essere elevata all'ennesima potenza, perché questo è la divinità. Ci sono alcune divinità con portafoglio e altre senza portafoglio, come nei governi. Ci sono dei primus inter pares che diventano divinità. È una concezione molto pericolosa, perché è come se uno fosse in conflitto con il resto della collettività. Queste religioni monoteistiche sono le più pericolose al mondo perché non ci sono elementi per esercitare un controllo. Ho dei sentimenti molto negativi nei confronti delle religioni monoteistiche.

Suo padre le disse un giorno: La vita è un continuo processo educativo, fai sempore attenzione ai processi educativi. Alla sua età si sente ancora nel corso di un processo educativo?

In generale non ricordo a memoria le mie poesie, ma ci sono due versi che mi sono venuti in mente proprio mentre lei mi poneva quale domanda. Sono due versi della poesia “Journey”: “Non mi sembra mai di essere arrivato alla fine di un viaggio"
Dove per la fine del viaggio si intende l'aver portato a termine il proprio compito, momento di riflessione, prima di fare ulteriori modifiche, è un viaggio in continua evoluzione. Probabilmente questo è il motivo per cui non mi ritengo un buon maestro, sebbene mi piaccia molto insegnare e in questo, ho preso da mio padre. Secondo me, le persone non devono continuare a viaggiare, e devono passare il testimone dell'istruzione ad altri. Quando vivevo in un campus come studente universitario avevo una visione del mondo un po’ sentimentalista, e pensavo che sarebbe stato bello tornare a scuola e dedicarmi all'architettura o alla musica. Forse sarà sorpreso ma ho seriamente preso in considerazione questa possibilità, avrei dovuto radermi la barba, tagliarmi i capelli e dimagrire perché altrimenti non mi avrebbero permesso di tornare ad essere uno studente. Avrei dovuto mascherarmi adeguatamente come si faceva negli anni della dittatura e tornare tra i banchi di scuola per studiare una nuova disciplina.

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