Nell’estate
del 1964, un imprecisato paese siciliano viene scosso da un
duplice omicidio. Il professor Laurana, insegnante liceale
di storia e letteratura e critico letterario per diletto,
non crede, secondo quello che è un tipico schema sciasciano,
alla versione ufficiale e dà inizio ad una serie di indagini
personali, mosse da una curiosità di tipo intellettuale.
Quando pare essere ad un passo dalla verità, per una
motivazione fortemente e significativamente ambigua, fondata
su un senso di profonda sfiducia nei confronti dello stato,
pensa di abbandonare le ricerche; purtroppo, però, si è
ormai spinto troppo oltre.
A ciascuno il suo avrebbe la sua perfetta chiusura già al
penultimo capitolo, quella chiusura che risulterebbe
consueta al lettore di Sciascia, il quale conosce la natura
della sua opera e la particolare concezione di romanzo
giallo emersa già compiutamente ne Il giorno della civetta:
mentre l’investigatore non sa come venire a capo della
situazione e fini galantuomini discutono, intrecciando
congetture in un raffinato e desolato bar, il cadavere del
professore giace: «Sotto grave mora di rosticci, in una
zolfara abbandonata». Vero è che, a questo punto della
vicenda, non c’è ancora quella certezza sui fatti, che
permette al lettore di scorgere la conclusione del romanzo,
ma quegli stessi fatti paiono ormai non interessare più,
superati dal peso angoscioso del tragico finale.
Inaspettata e con tutti i connotati di una beffa, Sciascia
scrive la sua conclusione, cui si è costretti ad assistere
impotenti, irritati e a disagio; la rivelazione del delitto,
momento che in ogni romanzo giallo è accompagnato dal pieno
appagamento razionale e dal piacere del riannodare il filo
degli eventi, emerge dai discorsi vacui dei signori del
paese, che ne fanno una piccante confidenza nella loro
saggezza inutile di perfetti attori di un ambiente che
creano e conservano.
La vicenda è ormai chiara: il protagonista è morto e noi
siamo obbligati ad apprendere i particolari dell’accaduto da
una sorta di “chiacchiericcio” pettegolo, mentre ha luogo il
fidanzamento dei due adulteri protagonisti dell’inganno, il
banchetto dove il parroco di Sant’Anna gusta prelibati cibi
e la festa di Maria Bambina, momento in cui il paese
maschera con la fede la propria ipocrisia.
Un senso di impotenza trapela da tutto ciò, da uno squarcio
esistenziale che si chiude su se stesso e che gode della sua
stasi fatta di allusioni piccanti e maldicenze, di
barzellette, piccoli ed innocui screzi e, ahimé, discorsi
sulla letteratura.
Il circolo dei notabili del paese è un ambito spesso
presente nelle opere di Sciascia (vengono alla mente il
circolo della Concordia de Le parrocchie di Regalpetra e le
riunioni dei nobili palermitani ne Il consiglio d’Egitto),
ma è in questo romanzo che, in particolare, esso diviene
elemento basilare della struttura e dello stile dell’opera.
Il protagonista e, conseguentemente, il lettore amano stare
ad ascoltare i discorsi sempre uguali di queste
“eccellenze”, lasciandosi trascinare da essi come da un
vortice, anche se, nel momento in cui il discorso cade sulle
donne, pare far sì che gli occhi si socchiudano e si
abbandonino all’immaginazione, sul filo di sensuali
rievocazioni. Lungo il percorso compiuto dal protagonista,
la dimensione suadente (che almeno a livello di stile
richiama Brancati e Bufalino) tenta di attrarci in una rete
fatta di saggi discorsi incarnandosi, oltre che nei notabili
del paese, nel parroco di Sant’Anna («Ne usciva pieno di
simpatia per il parroco di Sant’Anna. Ma la Sicilia, forse
l’Italia intera è fatta di tanti personaggi simpatici cui
bisognerebbe tagliare la testa»), nell’oculista, padre del
dottor Roscio (straordinaria figura di vecchio che solo
nella parola — si noti che il giradischi diffonde nell’aria
giacente sopra Palermo il trentesimo canto dell’Inferno —
trova lo stimolo per continuare a vivere), nel fratello
dell’amico ricercatore e nella figura appena abbozzata
dell’onorevole (mirabilmente delineata nella versione
teatrale del romanzo) che, superando le precedenti, le rende
tuttavia significative.
Il centro del romanzo sta proprio qui, nell’ambiguità
emanata da figure che in esso paiono vivere da sempre e in
compagnia delle quali siamo vinti da un desiderio di vana
contemplazione e di partecipazione a un’etica bonariamente
popolare. La razionalità indagatrice vorrebbe librarsi
lontano da questa strana atmosfera e fare luce
sull’accaduto, magari attraverso atti più semplici di quel
che si pensi, come avviene al protagonista quando, nel
tentativo di ottenere i documenti per la patente di guida,
si scontra con l’onorevole, incontra il sicario e fa un
importante passo verso la verità. Il personaggio principale
decide di agire solo dopo aver ricevuto la richiesta di
aiuto da parte della vedova e lo fa in modo distorto,
cosicché la scelta derivi dall’istinto e non dalla mente,
non facendola precedere, dunque, da alcuna analisi
razionale. Dalla vedova spira una sensualità greve e carica
di accenti di morte, che dovrebbe mettere in guardia il
lettore, che invece, dal suo canto, è spinto a seguire il
protagonista in un’atmosfera decadente, velata di profumi e
sensazioni tattili. Indicativo, quindi, non è tanto il fatto
che sia proprio la fiducia data alla donna ad essere fatale,
quanto che essa rappresenti la sublimazione della struttura
e dello stile di tutta l’opera.
Allargando il discorso, si può inoltre notare che, mentre ne
Il giorno della civetta il delitto passionale è un’ipotesi
da scartare fin da subito, poiché costituisce la tipica
spiegazione popolare del delitto, cioè quella che tende a
nascondere la verità, nell’opera in esame la motivazione
reale, confidata tramite dicerie popolari, pare essere
proprio quest’ultima. Gli affari sporchi emergono solo
grazie ad un ricatto causato da un tradimento e se a questo
aggiungiamo che il protagonista viene spinto all’azione
unicamente dall’amore, possiamo concludere che nel romanzo
si configura una sconfitta ancora più grande di quella
annunciata ne Il giorno della civetta, una sconfitta che
passa dall’impossibilità di avere un altro commissario
Bellodi, alla struttura stessa dell’opera che affascina e
avvince, riuscendo a farci prendere, poi, le distanze da
essa.
Questa è un’opera che, alla fine di tutto, nella propria
bellezza e a causa di essa, nasce per essere negata e la cui
comprensione implica un sostanziale rifiuto, poiché solo con
esso vi è possibilità d’azione.
IL GIORNO DELLA
CIVETTA