"ALCE NERO"
Nicholas Black Elk
Perché, precisamente, Nicholas
Black Elk — o "Alce Nero" — è così famoso? Nicholas Black Elk nasce
probabilmente nel 1866 — non esistono documenti anagrafici ma la data sulla sua
pietra tombale, 1858, e quella più comunemente citata, 1863, sembrano entrambe
errate — in una tribù, gli oglala, che si spostava lungo il fiume Little Powder,
all’interno dell’attuale Stato del Wyoming. Gli oglala costituiscono una delle
sette tribù dei lakota, che sono a loro volta — insieme ai dakota e ai nakota —
una delle tre branche della popolazione nota come sioux. A nove anni — secondo
uno schema che si ritrova in molte culture — il giovane Nicholas Black Elk si
sentì "chiamato" attraverso un sogno a intraprendere l’attività di "guaritore",
pejuta wikasa nel dialetto degli oglala, comunemente tradotto "uomo medicina"
come analoghe espressioni di altre lingue amerinde.
Come la letteratura scientifica sui sioux ha da lungo tempo mostrato,
l’identificazione dei vari personaggi che in qualche modo nel mondo sioux
venivano in contatto con il sacro sotto un’unica etichetta — "uomini medicina" o
"stregoni" — è certamente fuorviante. La cultura sioux conosceva da una parte il
pejuta wikasa, che si occupava di incantesimi e di guarigioni con riti piuttosto
magici che religiosi, dall’altra il wikasa wakan — letteralmente "sant’uomo" —,
che celebrava invece rituali prevalentemente religiosi. Nel linguaggio sioux dei
nostri giorni i termini si sono confusi, ma erano ben distinti all’inizio del
secolo. Il wikasa wakan era un personaggio assai più raro — e più rispettato —
rispetto al pejuta wikasa. Un residuo linguistico attuale della distinzione
consiste nel fatto che — benché in seguito siano stati introdotti altri termini
— per diversi decenni i sioux, riferendosi agli uomini bianchi hanno chiamato
pejuta wikasa i medici e wikasa wakan i sacerdoti e pastori cristiani. Inoltre,
chi voleva diventare un pejuta wikasa nella tradizione oglala non poteva
immediatamente intraprendere questa carriera, ma doveva iniziare le sue attività
come heyoka — letteralmente "pagliaccio" —, recitando ruoli comici in occasione
delle feste magico-religiose della tribù. Questa circostanza non è sorprendente
se si considera l’importanza della figura — insieme religiosa e comica — del
trickster, del personaggio "che fa trucchi", nella religiosità degli indiani
d’America in generale, e per la verità anche di altre popolazioni. Nicholas
Black Elk dovette quindi cominciare dalla più modesta posizione di heyoka, che
del resto includeva alcune pratiche del rituale sciamanico detto yuwipi che fu
ammesso dalla sua tribù a praticare quando, nel 1881 — dopo l’apprendistato come
heyoka —, venne riconosciuto come pejuta wikasa. L’attività del pejuta wikasa
era esercitata a titolo di lucro, e Nicholas Black Elk entrò in società con un
altro indiano della sua tribù chiamato Joe Kills Enemy. Queste attività si
protrassero dal 1881 al 1886: è in questi anni che, manipolando polvere da sparo
— non è ben chiaro, o meglio dai documenti emergono versioni diverse, se
semplicemente per andare a caccia o per aggiungere nuovi effetti alle cerimonie
yuwipi —, Nicholas Black Elk fu vittima di un incidente agli occhi che lo portò
in seguito a perdere progressivamente la vista. Benché la pratica yuwipi —
ancora largamente diffusa — in quegli anni stesse cadendo in discredito — molti
erano accusati di praticarla per puro lucro e senza sincerità — Nicholas Black
Elk si conquistò nella sua tribù una notorietà sufficiente perché il famoso
William Cody, "Buffalo Bill" (1846-1917), che cercava nelle riserve indiani "caratteristici"
da far esibire a pagamento nei teatri d’America e d’Europa, nel 1886 gli
proponesse di entrare a far parte, con una buona paga, del suo Wild West Show,
con il quale Nicholas Black Elk viaggiò per tutti gli Stati Uniti d’America e
per diversi paesi europei — fra cui l’Italia e l’Inghilterra, dove si esibì di
fronte alla regina Vittoria — nel periodo dal 1886 al 1889, acquistando così una
conoscenza di mondi lontani dalle riserve che pochi uomini della sua tribù
potevano avere.
Nel 1889 — terminata la tournée internazionale del Wild West Show — Nicholas
Black Elk ritornò presso la sua tribù nella riserva di Pine Ridge, nello Stato
del South Dakota. Riprese la sua attività di pejuta wikasa — più famoso di
prima, a causa del suo viaggio —, ma potè assistere anche a fenomeni religiosi
di carattere del tutto diverso. Al momento del suo ritorno anche nella sua
riserva si era infatti diffuso un nuovo movimento religioso fondato nel 1888
nello Stato dello Utah da un profeta della tribù dei paiute, Wovoka (1856-1932),
e chiamato dagli osservatori bianchi Ghost Dance, "Danza degli Spiriti". Questo
movimento religioso sincretistico — che includeva anche temi cristiani — si
diffuse in modo rapidissimo in tutti gli Stati Uniti d’America e, dallo Utah,
raggiunse anche i lontani sioux. La Ghost Dance era un movimento di tipo
apocalittico e millenarista, che attendeva la fine del mondo presente e la
restaurazione degli indiani in uno stato di felicità primordiale, ma — nella sua
versione originale paiute — era insieme pacifista e non violento, e dichiarava
che gli indiani non avrebbero potuto entrare nel loro regno millenario se non si
fossero astenuti da ogni atto di violenza contro l’uomo bianco. Importata presso
i sioux, la Ghost Dance prese — almeno nelle sue espressioni esterne — un tono
più bellicoso, conforme alle tradizioni di un popolo che aveva sempre tratto
vanto dal suo valore militare. Benché le interpretazioni degli storici non siano
unanimi, è prevalente l’opinione secondo cui nessuno fra i capi sioux della
Ghost Dance aveva veramente intenzione di tradurre in atto i propositi bellicosi
che risuonavano nelle danze e nei canti del movimento. La fama di irrequietezza
dei sioux fu peraltro sufficiente per convincere le autorità civili e militari
degli Stati Uniti d’America che si stava preparando una rivolta, e che tutte le
attività del movimento dovevano essere vietate e represse con la forza. Dopo che
la repressione militare della Ghost Dance aveva già fatto diversi morti, nei
giorni intorno al Natale del 1890 un gruppo di lakota che continuava a praticare
la Ghost Dance — oltre trecento fra uomini, donne e bambini — venne circondato
dal Settimo Cavalleggeri statunitense e invitato a consegnarsi senza condizioni.
Il 29 dicembre il Settimo Cavalleggeri entrò nell’accampamento dei lakota a
Wounded Knee senza combattere. Le ricostruzioni degli avvenimenti di Wounded
Knee sono conflittuali e spesso di parte. Sembra che un incidente isolato, dove
un solo lakota avrebbe sparato in aria, abbia causato l’immediata reazione dei
soldati, presto degenerata in un massacro di uomini, donne e bambini a cui
riuscirono a sfuggire solo pochi superstiti. Fra i sopravvissuti al massacro di
Wounded Knee — attribuito da molti storici anche al desiderio del Settimo
Cavalleggeri di vendicare la sconfitta di Little Big Horn — si contava Nicholas
Black Elk, anche se è del tutto mitologico che abbia pronunciato in
quell’occasione le famose parole "Oggi è una buona giornata per morire"; questa
frase venne invece pronunciata da suo cugino Crazy Horse, in un episodio
precedente. Le proteste di una parte dell’opinione pubblica dopo il massacro di
Wounded Knee — che determinò in ogni caso la fine della Ghost Dance presso i
lakota — convinsero il governo degli Stati Uniti d’America a non infierire
contro i superstiti. Nicholas Black Elk potè riprendere la sua attività di
pejuta wikasa e si sposò con una donna chiamata Katie War Bonnet che, prima di
morire nel 1901, gli diede tre figli, di cui soltanto uno, Ben, sopravvisse alle
malattie infantili.
"Alce Nero parla": storia di una mistificazione
La storia di Nicholas Black Elk fino al massacro di Wounded Knee — cioè dei
primi ventisette anni della sua vita — è nota a milioni di persone che hanno
letto un volume dal titolo Alce Nero parla, di cui è autore il poeta del
Nebraska John Gneisenau Neihardt (1881-1973), pubblicato per la prima volta nel
1932. John G. Neihardt — destinato a diventare uno dei più noti poeti regionali
americani — non era un antropologo, e non parlava nessuno dei dialetti sioux. In
compenso riteneva il cristianesimo responsabile di tutti i mali non soltanto
degli indiani d’America, ma anche della civiltà occidentale. Il poeta ebbe una
serie di colloqui con Nicholas Black Elk tramite un interprete, Emil Afraid of
Hawk, che fu presto sostituito nel suo ruolo dal figlio di Nicholas Black Elk,
Ben. Nel corso di due visite, nel 1930 e nel 1931, John G. Neihardt riempì vari
taccuini che si trovano attualmente alla University of Missouri Library di
Columbia, nel Missouri, e che sono stati pubblicati nel 1984 da un suo
ammiratore, Raymond G. DeMallie. Nicholas Black Elk non era illetterato — sapeva
scrivere e leggere qualche parola in inglese, e utilizzare una trascrizione in
caratteri latini della lingua lakota —, ma non poteva leggere il libro di John
G. Neihardt. La figlia Lucy Looks Twice (1907-1978) — che aveva avuto da un
secondo matrimonio con una vedova, Anna Brings White, sposata, dopo la morte
della prima moglie Katie, nel 1905 — sapeva leggere l’inglese e così altre
persone con cui Nicholas Black Elk era in contatto. Quello che gli lessero fu
sufficiente per fargli redigere, il 26 gennaio 1934, una dichiarazione in lingua
lakota in cui accusava John G. Neihardt di aver alterato quanto gli era stato
raccontato e, soprattutto, di aver omesso particolari che Nicholas Black Elk
considerava essenziali. Di fronte al silenzio del poeta, Nicholas Black Elk
scrisse una seconda "lettera aperta" il 20 settembre 1934 in cui chiamava senza
mezzi termini John G. Neihardt "un bugiardo" e il libro "nullo e di nessun
valore". Dichiarava pure che aveva dedicato il suo tempo a John G. Neihardt
anche perché gli era stato promesso un compenso in denaro, che avrebbe aiutato
la sua famiglia — certamente non ricca —, ma che, dopo tre anni, non aveva
ancora visto ed era destinato a non vedere mai. In uno stile semplice ma
efficace, Nicholas Black Elk commentava: "Il denaro contante parla. Come non ha
detto la verità sulla mia vita religiosa [...] così non ha mantenuto la sua
promessa di pagare". Molti anni più tardi, quando l’antropologo Joseph Epes
Brown (n. 1920) entrò a sua volta in contatto con Nicholas Black Elk e interrogò
John G. Neihardt, il poeta ammise che Alce Nero parla era semplicemente "basato"
sulle conversazioni con Nicholas Black Elk e che molto materiale, sia nei
taccuini del 1930-1931 sia nel volume pubblicato, proveniva "da altre fonti".
Anche quanto proveniva effettivamente da Nicholas Black Elk era stato "grandemente
abbellito". Su consiglio dell’antropologo, il poeta del Nebraska accettò di
modificare il sottotitolo di Alce Nero parla, cambiando "la vita di un sant’uomo
dei sioux oglala raccontata a [to] John G. Neihardt" in "raccontata attraverso
[through] John G. Neihardt" nella seconda edizione del 1972, differenza di
grande rilievo, ma non facilmente percepibile dai lettori.
Perché Nicholas Black Elk, nel 1934, reagiva così male al libro di John G.
Neihardt? Dopo tutto, si potrebbe dire, non si trattava del primo caso in cui un
poeta si serve della licenza detta appunto "poetica" nel raccontare le vicende
di qualcun altro. In questo caso, tuttavia, vi era molto di più. Benché alcune
informazioni sulla vita degli oglala e sulle attività giovanili di Nicholas
Black Elk come sciamano yuwipi siano esatte, l’opera è largamente un parto della
fantasia di John G. Neihardt, forse con qualche contributo di Ben Black Elk che,
solo fra i membri della sua famiglia, aveva idee religiose parzialmente diverse
da quelle del padre. I taccuini pubblicati da Richard J. DeMallie sono già di
per sé notevolmente diversi dal volume; ma — come abbiamo visto — il poeta del
Nebraska ha ammesso che anche il materiale nei taccuini proviene solo
parzialmente da Nicholas Black Elk e — quanto può essere in qualche modo
attribuito a quest’ultimo — è stato "grandemente abbellito". Questo vale
certamente per la grande visione che Nicholas Black Elk avrebbe avuto a nove
anni e che è il cuore stesso del libro. Alla sua famiglia Nicholas Black Elk ne
raccontò una versione molto più semplice: un sogno di chiamata alla funzione di
pejuta wikasa, certo particolarmente suggestivo ma tutt’altro che inconsueto
nella sua cultura. La visione include, fra l’altro, una serie di numeri su cui
gli esoteristi che hanno letto Alce Nero parla si sono compiaciuti di speculare.
Peccato — come notò lo stesso esponente lakota quando gli furono letti questi
brani del volume — che a nove anni Nicholas Black Elk non conoscesse i numeri e
non sapesse contare! Giacché la natura dell’operazione di John G. Neihardt è,
nella sua sostanza, nota da diversi anni — anche se solo la biografia di Michael
F. Steltenkamp, pubblicata nel 1993, ha risolto in modo definitivo, con l’aiuto
di documenti originali, molti problemi sulla vita di Nicholas Black Elk —, si
rimane perplessi quando si legge in quarta di copertina della terza edizione
italiana, del 1992, di Alce Nero parla un giudizio dell’esoterista professor
Elémire Zolla secondo cui "il santo asceta a nove anni [...] riceve una stupenda
visione [...] che non potrebbe certo arridere ad una fantasia esclusivamente
umana. Al paragone l’Apocalissi [sic] è più arida, emblematizzante".
Il volume di John G. Neihardt costituisce tecnicamente un "falso" non soltanto
per quello che descrive, ma soprattutto per quello che tralascia. Nicholas Black
Elk si è costantemente lamentato della sistematica esclusione da parte del poeta
del Nebraska di qualunque elemento di valutazione e di giudizio sulle sue
esperienze magico-religiose giovanili, che pure non aveva mancato di
trasmettergli, e soprattutto di qualunque accenno agli ultimi trent’anni della
sua vita precedenti alla pubblicazione del libro. Infatti, dopo la tragedia di
Wounded Knee, Nicholas Black Elk sembra essersi trovato sempre più a disagio per
le sue pratiche di sciamanismo yuwipi. Qualche anno prima del massacro si era
verificato un episodio importante per l’intera vicenda di Nicholas Black Elk. A
partire dal 1886, nel territorio dei sioux, erano arrivati missionari cattolici
gesuiti dalla Germania e dalla Svizzera. È interessante notare che i sioux
stessi chiesero al governo americano di mandare nel loro territorio le "vesti
nere", sinasapa — cioè i sacerdoti cattolici che vestivano la talare, in
particolare i gesuiti —, e non più i missionari protestanti episcopaliani e
presbiteriani. Molti storici hanno visto in queste richieste — largamente
concesse dal governo dopo Wounded Knee — una mossa esclusivamente politica,
giacché i missionari cattolici — a differenza di quelli protestanti — non
predicavano la "religione civile" americana e non svolgevano un’apologia
sistematica delle istituzioni degli Stati Uniti d’America, che per i sioux erano
responsabili del massacro di troppi parenti e amici. Naturalmente, questo
diverso orientamento politico si radica in dottrine sociali — e anche teologiche
— diverse in campo protestante e cattolico e ha quindi pure una valenza
specificamente religiosa. Dal 1887 la missione di Pine Ridge era evangelizzata
da padre Joseph Lindebner (1845-1922), nativo di Magonza, chiamato dagli indiani
Ate Ptecela, "Piccolo Padre", con riferimento anche alla bassa statura, e
venerato come un santo. A poco a poco molti amici di Nicholas Black Elk, toccati
dalla predicazione del gesuita tedesco, iniziarono a convertirsi al
cattolicesimo. Nel 1904 si verificò l’episodio cruciale. Nicholas Black Elk fu
chiamato a svolgere le sue attività di guaritore presso un ragazzo morente — un
cattolico — nel villaggio di Payabya. Nicholas Black Elk si dispose a iniziare
un rituale con gli strumenti yuwipi: il sonaglio e il tamburo. Dopo qualche
minuto padre Joseph Lindebner arrivò nella tenda dove giaceva il ragazzo malato.
Senza troppe cerimonie, il gesuita gettò — in parte nel fuoco, in parte fuori
dalla tenda — quanto Nicholas Black Elk aveva preparato, lo prese per la
collottola e lo espulse esclamando: "Vattene, Satana!". Secondo quanto Nicholas
Black Elk raccontò in seguito alla sua famiglia, mentre il sacerdote
amministrava gli ultimi sacramenti al ragazzo morente, egli rimase seduto fuori
dalla tenda, convinto di avere in quel momento "perduto tutti i suoi poteri".
Padre Joseph Lindebner, uscendo dalla tenda, lo trovò in questo stato e lo
invitò a salire sul suo carro, conducendolo alla Missione del Rosario dove gli
offrì ospitalità. Il guaritore e il gesuita conversarono regolarmente per due
settimane, alla fine delle quali il sioux chiese il battesimo. Fu battezzato il
6 dicembre 1904, festa di san Nicola, di cui prese il nome. Nelle parole della
figlia: "[...] abbandonò la sua pratica di guaritore e non la riprese mai più".
Quando Michael F. Steltenkamp — il primo antropologo che ha potuto lavorare sui
manoscritti originali di Nicholas Black Elk, della sua cerchia di amici e della
sua famiglia, pubblicando nel 1993 una biografia dell’esponente lakota — ascoltò
per la prima volta il racconto della conversione, alla presenza della figlia del
sant’uomo sioux, si sentì avvilito, "[...] giacché la storia sembrava confermare
lo stereotipo popolare del missionario maleducato che aggredisce l’ingenuo
nativo". Padre Joseph Lindebner gli sembrava "uno zelota dalla mentalità
ristretta che voleva distruggere la cultura indiana [...] e che aveva ben poco
di quella che oggi chiameremmo compassione, sensibilità culturale o ecumenismo".
Questa reazione dell’antropologo, tuttavia, stupì i sioux che lo ospitavano, che
al contrario "[...] ridevano e sorridevano mentre l’incidente veniva raccontato.
Qui c’era una bella storia e un racconto umoristico [...] e stranamente soltanto
[l’uomo bianco] rimaneva silenzioso e privo di espressione!". Al professor
Steltenkamp occorse qualche anno per capire le ragioni dell’atteggiamento della
figlia e degli amici di Nicholas Black Elk e perché quest’ultimo assicurava di
non essersi affatto "arrabbiato" di fronte alla reazione apparentemente rude del
gesuita. Dalle parole stesse di Nicholas Black Elk è evidente che nel 1904 egli
continuava a guadagnarsi da vivere con lo yuwipi, ma non credeva più in quello
che faceva. Qualche anno più tardi, quando gli venne chiesto un giudizio sullo
yuwipi, rispose testualmente: "È una cosa tutta priva di senso esattamente come
i maghi che avete presso gli uomini bianchi. È proprio la stessa cosa. Non va
confusa con il pregare con la pipa, che è una cosa molto più importante. Se un
uomo prega con la pipa, spinge gli altri uomini a pregare con lui. Ma
quest’altra cosa, lo yuwipi, è fare come fanno i maghi, che tentano di ingannare.
Lo so perché l’ho fatto io stesso". In seguito, Nicholas Black Elk si convinse
che se qualcuno dei suoi riti yuwipi aveva avuto qualche efficacia e "potere",
questo poteva venire soltanto dal Demonio. In questi giudizi Nicholas Black Elk
rivela una notevole capacità di distinguere fra gli aspetti magici dei riti
yuwipi e le tradizioni specificamente religiose relative alla "sacra pipa"
portata ai lakota da una "Donna-Bisonte Bianca", che sarebbe riapparsa alla fine
dei tempi. Questa distinzione era fatta propria dagli stessi gesuiti. Missionari
come Joseph Lindebner, Eugene Buechel (1874-1954) — leggendario per la sua
perfetta conoscenza dei dialetti sioux — e Placidus Sialm (1872-1940) — un
gesuita svizzero che ha lasciato nel suo diario preziosi riferimenti agli
incontri fra Nicholas Black Elk e John G. Neihardt — da una parte trattavano in
modo estremamente severo la magia yuwipi, ritenendola una frode ovvero opera del
Demonio, dall’altra raccoglievano con grande rispetto le tradizioni più
specificamente religiose sulla Donna-Bisonte Bianca e sulla sacra pipa. Benché
questa dottrina non sia mai stata insegnata come "ufficiale", i diari e gli
appunti di predicazione dei gesuiti che lavorarono presso i lakota nella prima
parte del nostro secolo, conservati presso la Marquette University, rendono
chiaro che molti di loro erano convinti che la Donna-Bisonte Bianca fosse
davvero apparsa agli indiani un certo numero di secoli prima dell’arrivo dei
missionari per prepararli misteriosamente al futuro incontro con il
cristianesimo, e che si trattasse in realtà della Vergine Maria.
D’altro canto i missionari gesuiti dimostravano una notevole capacità di
identificare persone dotate di un naturale carisma e bene informate sulle
tradizioni religiose del proprio popolo, educandole a diventare catechisti e
missionari laici a tempo pieno. Fra questi, subito dopo la conversione, venne
scelto Nicholas Black Elk, che si rivelò un missionario straordinariamente
efficace e che svolse a tempo pieno l’attività di catechista anche presso tribù
che vivevano molto lontano dalla sua zona di origine. Nicholas Black Elk
riceveva un piccolo stipendio dalla Chiesa, ma tutti i documenti sulla sua vita
rendono chiaro che i motivi della sua attività erano principalmente spirituali.
Nicholas Black Elk pronunciava spesso l’omelia nella Messa — particolarmente
quando il sacerdote presente non era in grado di esprimersi nella lingua locale
— e divenne noto fra gli indiani cattolici come un eccellente predicatore e un
organizzatore di ritiri e di incontri religiosi. I temi centrali della sua
predicazione ruotano intorno al Rosario, al Sacro Cuore e a un disegno delle
"due vie" che conducono rispettivamente al Paradiso e all’Inferno — largamente
utilizzato dai missionari gesuiti fino a un’epoca recente anche in Africa e in
Asia — che Nicholas Black Elk considerava particolarmente adatto alla
spiritualità degli indiani. Nicholas Black Elk, d’altro canto, non aveva paura
delle polemiche. Diversi documenti pubblicati da Michael F. Steltenkamp
descrivono vivaci scambi di opinioni con missionari protestanti — soprattutto
per difendere il culto cattolico alla Madonna, di cui era devotissimo — e una
lunga lotta contro il nuovo movimento religioso sincretistico del Peyote,
tuttora presente presso gli indiani e che mescola elementi cristiani con altri
tratti dalle tradizioni locali e con l’uso rituale di allucinogeni.
Nel 1941, dopo la morte della seconda moglie, Nicholas Black Elk si ritirò dalle
sue attività di catechista e predicatore. Nell’ultimo periodo della sua vita —
qualche anno prima di morire nel 1950 — Nicholas Black Elk si esibì qualche
volta in uno spettacolo turistico, il Duhamel’s Sioux Indian Pageant, che
ricreava scene della vita tribale e religiosa dei sioux di un tempo. Secondo la
figlia Lucy si trattava "solo di una recita" e non di un’attività in qualche
modo "religiosa". La sua famiglia del resto era sempre in difficoltà economiche,
e Nicholas Black Elk cercava di "guadagnare ancora qualcosa". Vi sono d’altronde
numerose testimonianze che ci mostrano Nicholas Black Elk, negli ultimi anni
della sua vita, come un uomo profondamente cristiano. Nonostante la salute
incerta non rinunciò fino alla morte a dirigere la preghiera quotidiana della
famiglia: una famiglia estesa secondo le tradizioni indiane, con nipoti e cugini.
Negli anni 1948-1949, molto malato e dopo un infarto, ricevette tre volte
l’Estrema Unzione. Tornato a casa continuava a esortare i familiari: "Non
perdete un giorno trascurando di pregare. Dio si prenderà cura di voi e vi
ricompenserà per questo. Dite anche il Rosario, perché è una delle preghiere
potenti presso la Madre di Nostro Signore". Negli ultimi mesi della sua vita
sopportò le sofferenze che precedettero la morte — sopravvenuta il 17 agosto
1950 — in modo particolarmente esemplare. Negli ultimi giorni diceva alla figlia:
"Non preoccuparti, c’è un uomo che viene a trovarmi tutti i giorni alle tre.
Viene da oltreoceano e prega con me — e io prego con lui. È un uomo di Dio".
Nicholas Black Elk era solito usare l’espressione "uomo di Dio" per riferirsi a
un gesuita, e la figlia non esclude che il malato possa essere stato
effettivamente visitato qualche volta da un padre gesuita. Altri familiari e
amici pensano invece che all’infermo apparissero i primi missionari gesuiti che
avevano evangelizzato gli oglala, morti da molti anni, che Nicholas Black Elk
aveva conosciuto. Quando morì — come aveva predetto — "il cielo— secondo la
testimonianza di un fratello laico gesuita presente all’evento, William Siehr —
era un’unica luce radiosa. Non ho mai visto nulla di così magnifico".
L’antropologo Joseph E. Brown, per altri versi reticente sulle esperienze di
Nicholas Black Elk nel suo periodo cattolico, ricordava in un’intervista non
solo la grande devozione dell’anziano lakota — che anche in città, al ristorante,
non dimenticava di pregare ad alta voce prima di mangiare e di benedire la mensa
—, ma pure che Nicholas Black Elk gli aveva predetto che "un segno in cielo"
avrebbe annunciato la sua morte. Secondo l’antropologo si trattava di una "profezia
vera" perché da indagini successive potè appurare che un cielo luminoso in un
modo inspiegabile era stato visto da centinaia di persone nella riserva di Pine
Ridge la notte della morte del catechista.