Accanto alla storia ufficiale del Risorgimento, ve n’è
un’altra, rimasta a lungo semiclandestina perché giudicata
poco rispettosa delle “patrie memorie”. Solo da poco si è
avviato un processo di revisione critica, a cui Carlo
Alianello ha contribuito in modo determinante con questo
studio dedicato all’Italia meridionale, ovvero alla
“conquista del Sud”.

Per le popolazioni del Meridione d’Italia, il risorgimento
fu sostanzialmente una conquista militare, che peggiorò le
condizioni sociali ed economiche e compromise fortemente
ogni possibile sviluppo.
Alianello mostra luci e ombre del dominio borbonico, rivela
i retroscena politici dell’invasione piemontese, i crimini e
gli orrori gravissimi commessi dopo l’unità, che stremarono
in pochi anni l’ex Regno delle Due Sicilie. Si sofferma in
particolare sul “cosiddetto” fenomeno del brigantaggio, che
in realtà fu, agli inizi, un movimento di vera e propria
”resistenza” contro liberatori rivelatisi ben presto degli
oppressori
Scrisse che l’unificazione d’Italia fu una guerra di
conquista; i “padri della patria” erano dei massoni
interessati all’oro più che agli ideali; il brigantaggio non
fu lotta di classe per il possesso delle terre, ma guerra di
difesa contro l’invasore, in nome di Dio e del re Borbone.
«Quando s’intese che la truppa piemontese era entrata nel
regno, invece d’accomodarsi alla circostanza, i popolani
gridarono “Viva Francesco II”, posero la borbonica coccarda
rossa sul cappello e si armarono di armi rurali per tener
testa ai piemontesi. E questo perché? Per una ragione
semplicissima: da noi il popolo minuto aveva sempre
considerato i piemontesi non come italiani ma come
stranieri, non gente della nostra terra ma invasori,
saraceni, turchi, austriaci o francesi che fossero. Solo i
signori erano italiani, ma per gli interessi loro. Un
esercito d’occupazione, insomma, con le sue crudeltà, i suoi
saccheggi, le case distrutte, le donne violentate a forza».
LA CONQUISTA DEL SUD
La sua prima edizione, nel 1972, ebbe un effetto dirompente:
la storia del Risorgimento che si insegnava a scuola era
falsa, era tutta da riscrivere!
Brano tratto da
La conquista del Sud
Quando ancora
Garibaldi, dittatore perpetuo, occupava la reggia di
Caserta, e pare che ci stesse comodo; ebbe una chiamata
urgente dalla terra dei Sanniti. Brutta gente s’aggirava in
quei paraggi, amici del Borbone, nientedimeno, ostili
all’Unità.
Subito; armi e bagagli e in marcia. Sarà cosa da ridere;
qualche scappellotto bene assestato; qualche donnina
acchiappata dentro una fratta o stesa su un prato. Eppoi,
dicono, nel Sannio s’allevano pecore saporite e grassi
maiali: proprio quello che ci vuole per ridare un po’ di
buon umore ai suoi uomini. Buona cosa è che le migliori
leccornie se le becchino loro prima che arrivi quel birichin
di Vittorio, ché di comodi ce n’ha anche troppi e ragazzotte
e iosa da accontentare.
Detto, fatto.
Così il reggimento garibaldino, condotto dal "famoso"
Francesco Nullo, il Baiardo garibaldino, come veniva
chiamato, e dal non meno famoso Alberto Mario, se ne veniva
su bel bello, un po’ affaticato da quegli strapiombi e
dall’erte salite; voglioso solo d’un buon rancio e di
qualche po’ di riposo. È vero che qualcuno aveva messo in
giro una voce perlomeno buffa: che, qualche giorno prima, a
Isernia (1) più di mille garibaldini ci avevano rimesso la
pelle, e ora le loro teste mozzate, col berrettuccio rosso,
servivano d’ornamento alle antiche mura della città... Ma
dovrebbero essere storie; contro le camicie scarlatte, chi
ce la può fare? In ogni modo, bene o male, verità o bugia,
c’eran lì loro e vendicare l’onta. Però nessuno o pochi ci
credevano.
E intanto andavano. Qualcuno, più saputo, indicando la
cerchia delle montagne che s’ergevan ripide ai loro fianchi,
annunciò ch’eran nei pressi delle Forche Caudine, proprio
dove i Romani antichi avevan preso quella famosa batosta.
"Bojate!", ridacchiò uno del gruppo: "E poi chi erano questi
Romani? Razza di preti, scommetto! Se si pensa che han
dovuto fare tre guerre per vincere i Cartaginesi, mentre a
noi è bastato un mese o poco più per sconfiggere il Borbone!
Tu li chiami soldati, quelli?".
E andavano, strascinando un po’ i piedi.
A un tratto, da una fratta nella boscaglia e subito dopo,
tra due scaglioni di roccia, risuonò uno sparo, due.
Nuvolette bianche di fumo si levarono subito fra ramo e
ramo, scoglio e scoglio.
"Tromba, suona l’allarme!", comandò Nullo, e risalì sul
cavallo da cui era smontato per sgranchire un po’ le gambe.
Ma dove? Contro chi? Nessuno si vedeva né si udiva una voce.
Poi il suono d’un corno, lungo, cupo, vibrante. E subito
tintinnò una campana; ma da lontano questa. Pareva chiamasse
un gregge smarrito, gregge d’uomini, di donne, all’appello.
Alla Benedizione forse, o ai Vespri.
"Mischinu!", disse un siciliano ch’era venuto lassù sin da
Canicattì.
"Meschino chi?".
"Nuantri", borbottò l’isolano. Forse sera ricordato dei
Vespri siciliani. O forse un istinto più antico, il senso
quasi irreale d’un pericolo che. gli soprastava.
"Una pattuglia in avanscoperta!", ordinò il capo. Sei uomini
e un caporale, si staccarono dal grosso e presero salire,
quasi di corsa, verso una selletta dove la strada
s’incurvava tra le pendici di due colli. Si fermarono lassù
e si guardarono attorno. Nessuno, nulla.
Sentivano solo alle loro spalle il faticoso cadenzare della
colonna in marcia, lo scalpitare dei cavalli e l’ansito
rauco del plotone di testa che li seguiva da presso.
Forse un fruscio leggero tra le fronde che ne fian
cheggiavano i margini? Ma è il vento, no? S’era infatti
levata una brezza leggera, fresca, e le prime foglie
d’autunno già cadevano gialle sulle zolle.
Ma chi poteva aver sparato un istante prima, dal bosco?
"Forse", azzardò un caporale, "qualche cacciatore alla
posta...".
"O un paio di gendarmi borbonici, sperduti dopo la
sconfitta?".
Caricarono le armi. Intanto era giunto il grosso della
truppa.
"Serrare le file!". Sta bene; ma contro chi? Qualcuno, che
aveva persino messo a terra lo zaino, s’accomodò beato su
una lista d’erbetta fresca che orlava la strada.
D’un tratto tutti balzarono in piedi. S’era udito l’ulular
d’un cane e subito un guaito lamentoso; qualcuno di certo
stava a spiarli forse con un cane e non voleva che la bestia
lo rivelasse abbaiando? Di lì l’ululo e il guaiolio...
"Il solito cacciatore", disse quello che aveva parlato per
primo.
"Avanti!", urlò ancora una volta il comandante del
reggimento, e la schiera si mosse.
La strada piegava, scendeva, tornava e contorcersi in
salita.
Ed ecco che dal pendio del monte che leggero costeggiava la
via sassosa, apparve in alto, ma non lontano, un paese.
Case, casette, qualche palazzotto, capanne sparse e una
chiesa.
"Quello", disse un ragazzotto del luogo che faceva da guida,
insaccato anche lui nella camicia rossa, "quello è
Carpinone".
"È lontano?".
"No; sta qua".
Infatti dal paese scendeva e valle, quasi una mostra di
tinte diverse, secondo le coltivazioni delle balze
degradanti, una manciatella di capanne, stazzi e pagliai,
ruzzolati qua e la e d’improvviso immoti. Avanti alla chiesa
una piazza, anzi un piazzale, deserto però di uomini e di
cose.
Allora la campana riprese a suonare. Un batter violento,
furibondo quasi, a stormo, a martello, come quando d’inverno
s’aggira tra gli ovili un branco di lupi. E subito altri
bronzi risposero tocco su tocco, vicini e lontani.
E sul piazzale sgorgò d’impeto dalla chiesa una folla strana
e vedersi nei suoi diversi colori. Il bianco, il verde,
l’azzurro, il porpora, il nero...
"Una processione", disse chi stava a capo del plotone.
Infatti cantavano, voci acute, voci gravi, voci pesanti. Di
uomini, perché di donne non se ne vedeva nessuna.
La folla si raccolse, s’ordinò, venne avanti; ore le voci si
udivano non più confuse ma quasi distinte, con le parole.
"Che diavolo berciano?", chiese un toscano. L’altro che gli
era vicino non rispose, ma sputò in terra. C’era tra le
camicie rosse un chierico, scappato appena dal seminario,
per seguire il redentor novello, che di queste cose se ne
intendeva: "Toh!", disse, "son le litanie per le
Rogazioni... ma non è il tempo, questo. Le Rogazioni si
cantano quando già matura la semente...".
"Per farne che?". Parlava il signorino, quello ch’era venuto
con Garibaldi per liberarsi d’un colpo solo da un’amante
attaccaticcia e dai creditori, asfissianti.
"Il grano, no?", gli aveva risposto un uomo atticciato col
viso brunito dal sole; uno che di semine se ne intendeva.
"Kyrie eleison! Christe eleison!".
"E non è il tempo giusto questo?".
"Il suo tempo è quando il sole comincia e bruciare e il seme
mette la sue veste verde e la prima spiga...".
Altra gente frattanto accorreva da ogni anfratto dei monti,
sui pendii, tra rupe e rupe, tra bosco e prato…
"Quanti saranno?" , chiese sbalordito un garibaldino.
"Di che ti spaventi?", tuonò un ufficiale. "Son contadini...
baciapile, figli di preti... e noi siamo di più. Siamo
armati, noi". E intanto già un altro aveva alzato la voce:
"Baionetta in canna! Se si avvicinano troppo, sparare".
"Ab omni peccato", cantarono gli uomini, già ammassati sul
limitare del bosco grande, "libera nos Domine!".
"Stai fresco!", sghignazzò un garibaldino.
Ma il primo aveva ripreso il discorso con l’ex seminarista:
"Questo allora non è il tempo giusto ...?".
"È il tempo della maggese", intervenne quello che aveva
l’atto e l’aspetto del contadino.
"Sarebbe a dire?".
"Ora si scavano i solchi nei campi per sotterrarci la
semenza...".
"E chi ancora?".
Gli uomini della montagna cantarono: "Ut fructus terrae dare
et conservare digneris...".
Il ragazzo già tremava: "Perché questa carnevalata?".
"Non hai capito?". E il chierico si segnò col segno della
Croce: "D’ottobre, il seme si sotterra e muore".
"Chi deve morire?", ridacchiò il bellimbusto.
"Noi".
"Noi? E perché noi?".
"Te rogamus, audi nos...", cantò il coro. E fu il segnale.
Le file della processione s’aprirono e ogni uomo che aveva
il suo fucile, la sua vecchia pistola da cavalleria, sparò
dritto il suo colpo già meditato. Gli altri, quelli che non
avevano armi da fuoco, si gettarono giù per il pendio
urlando e facendo brillare i loro arnesi d’acciaio
all’ultimo sole. Da ogni parte uscivano uomini laceri,
convulsi, urlanti.
"A peste, fame et bello", cantavano gli uomini, e premevano
sul grilletto del loro archibuso, forse del padre o
dell’avo, che aveva già sparato contro i giacobini e gli
eretici; e le donne, torme di donne sbucate e un tratto
dalle grotte, dagli anfratti, dalle capanne, brandendo
scuri, forconi e spiedi, rispondevano con un acuto
selvaggio: "Libera nos Domine!". Sembrava che quel canto non
dovesse finir mai. Dall’alto, sui fianchi, da ogni lato
delta viuzza scoscesa, gruppi dei congregati delle
confraternite, fratelloni erano, ruggivano: "Ut inimicos
Sanctae Ecclesiae humiliare digneris...". E un coro, come un
vento furioso, rispondeva dalle gole d’ogni montagna: "Te
rogamus...".
Un canto, un rimbombo, una voce. Qualcuno dei garibaldini
sparò; molti erano già caduti, quando era scoppiata fulminea
la prima scarica; altri gemevan stramazzati per terra. I
più, atterriti, fuggirono.
Mentre le rosse camicie ch’eran venute a mettere ogni cosa a
ferro e fuoco, a fucilar soprattutto gli odiosi reazionari,
quelli che non vogliono essere fottuti dalle parole nuove,
il che non sarebbe gran cosa, ma soprattutto dai banditi che
di quelle come armi nascoste si servono, mentre i
garibaldini, dico, si nascondevano lungo i muretti dei
campi, e già il sole era calato, e ogni cosa restava in
ombra, nell’oscurità delle straduzze le donne e i ragazzi li
afferravano, gli toglievan l’inutile arma e li costringevano
e inginocchiarsi e a chieder pietà. Quando gli veniva
accordata, era generosità grande. Le vecchie, fuori dal cavo
dei focolari spenti, impugnavano il fuso e lo schidione,
maledicendo con strida e gemiti dalle bocche sdentate
l’invasore. E il grido era uno solo: "Uccidete
l’Anticristo!" .
Nullo e Alberto Mario, volte in fuga le loro bestie,
cavalcarono tutta la notte tra fratte, scogli e boscaglie,
per non cadere, attraversando strade e passi noti, nelle
mani degli insorti, pallidi e angosciati d’ira e di terrore.
Più che a una battaglia erano scampati a una strage.
Così narra il Battaglini, e a modo suo naturalmente,
l’intera vicenda: "Fin dalla fine di settembre del l860 il
Re [Francesco II ] fece inviare ad Isernia il maggiore di
gendarmeria De Liguoro con una colonna ad occuparla,
scacciandone i liberali e alimentando la reazione, aizzata
in quella regione dalla propaganda viva e indefessa del
vescovo della diocesi, monsignor Saladino, animoso
borboniano, insieme con funzionari regi, spodestati dal
nuovo governo, propaganda di odio e di falsità, fatta con
ogni mezzo tra quelle popolazioni rurali, in gran parte
superstiziose e ignoranti, da frati, preti e signorotti che
prospettavano in mala fede Garibaldi e Vittorio Emanuele,
nonché tutto il partito liberale, e soprattutto italiano
come nemici della religione, della famiglia, della
proprietà. Indarno il partito locale liberale cercò
fronteggiare l’incendio, fra stragi e saccheggi reazionari,
che dilagava nel Sannio, nell’Abruzzo e nei paesi limitrofi.
Purtuttavia i garibaldini inviati a spizzico e in tutta
fretta da Garibaldi, in seguito alle insistenti e disparate
richieste dei liberali locali, riuscirono ad occupare
Isernia, scacciandovi i gendarmi borbonici.
Allora il maggiore De Liguoro rimasto assediato, mosse da
Venafro su Isernia con la sua colonna composta da circa
quattrocento gendarmi, rinforzato con un battaglione delle
Guardia Reale con due cannoni e un plotone di cavalleria,
inviatogli in quei giorni dal Ritucci per ordine dal Re. Il
combattimento fu violento; i garibaldini si difesero
strenuamente finché furono sbaragliati, lasciando oltre
cento morti e cinquanta prigionieri, e perdendo la bandiera.
"Pochi scamparono alla caccia spietata, data loro dalla
marmaglia inferocita.
"Il paese rimase in balìa della reazione sfrenata, con tutti
i suoi eccessi.
"Intanto Garibaldi, in seguito a ulteriori urgenti richieste
di rinforzi, aveva mandato Francesco Nullo, il Baiardo
garibaldino, come veniva ritenuto, con circa cinquecento
volontari che, uniti a quelli della regione, marciò su
Isernia, tratto in inganno da informazioni false di
partigiani borbonici, inviatigli incontro, che assicuravano
essere sgombro di truppe regie il paese.
"Il maggiore De Liguoro, informato di tutto, gli andò
incontro con oltre mille uomini, tra soldati, gendarmi e
reazionari volontari, attaccando il l7 ottobre irruentemente
nei pressi di Carpinone.
"Ben presto il Nullo con i suoi fu circondato e, più che un
combattimento, fu una strage di garibaldini, dei quali pochi
si salvarono dalla ferocia di quella masnada reazionaria,
composta di contadinaglia, i cosiddetti cafoni, fra cui vi
erano anche donne armate di spiedi. Il Nullo, con pochi
suoi, tra i quali il Mario, il Zasio, e il Caldesi, riuscì
per miracolo a salvarsi, rifugiandosi a Boiano e
Campobasso...".
Caddero nelle mani dei borbonici, come narra il Delli Franci, circa 140 prigionieri, con due bandiere garibaldine,
con cavalli e salmerie.
[da Carlo Alianello,
La conquista del Sud. Il Risorgimento nell’Italia
meridionale, Rusconi, Milano 1972, pp. 183-191].