L'Europa
del Basso medioevo era una regione ancora sostanzialmente
povera che dopo la rivoluzione agricola stava lentamente
riorganizzando le proprie strutture economiche e politiche.
Una peculiarità geografica che la distingue è di confinare
col mare sia lungo la sua parte meridionale sia lungo i suoi
confini occidentali: a sud la bagna il Mediterraneo, a ovest
l'Oceano Atlantico con le sue propaggini del mare del Nord e
del mar Baltico. Al di là del Mediterraneo una cintura di
vasti deserti isola tutta la regione:
Il Mediterraneo è a contatto da tre lati con l'immensa
catena di deserti che attraversa, ininterrotta, l'intera
massa del Vecchi Mondo, dal Sahara atlantico alla Cine del
Nord. Da tre lati: a sud delle coste libiche dove si stende
il Sahara; a est dell'Antilibano dove comincia il deserto di
Siria in vicinanza d'una delle più potenti masse di nomadi
che esista al mondo; a nord del mar Nero, dove sboccano le
steppe del meridione russo, proscenio dell'Asia centrale.
(da: Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo
nell'età di Filippo II, Einaudi, pag 169).
Pensiero
La scuola delle Annales, di cui Braudel è stato il massimo
rappresentante e che prende il nome dalla rivista francese
Annales d'historie economique et sociale, fondata nel 1929
da M. Bloch e L. Febvre, in polemica con la storia
politico-diplomatica o "evenemenziale", utilizza nella
ricostruzione storiografica gli apporti delle scienze
sociali, statistiche, antropologiche ed economiche, per
giungere ad una rappresentazione globale della storia umana.
Nella metodologia di Braudel, in particolare, è centrale la
distinzione tra "tempo" e "durata": il primo è un concetto
astratto, mentre la "durata" (breve, media e lunga)
definisce al suo interno "eventi", "congiunture" e
"strutture". I primi si collocano nella vita politica, i
secondi nella sfera economica e i terzi nella sfera della
vita materiale. Il mutamento storico, cioè, segue ritmi
diversi ed esige una nuova periodizzazione che articoli su
tre livelli l'apparente linearità e continuità della storia
politica.
Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II
Milleduecento pagine dense di dati, ricostruzioni
statistiche, lavoro d’archivio: è questa la realtà di uno
dei libri più noti della seconda metà del Novecento: La
Méditerranée et le Monde méditerranéen à l’époque de
Philippe II. Realizzato come thése da Braudel, apparve per
la prima volta in Francia nel 1949. È del 1952 la prima
edizione italiana, a cura di Einaudi.
La pubblicazione di questo libro di Braudel ha segnato una
data nella storiografia internazionale.
L'opera, di lettura affascinante, ha innovato profondamente
la nostra visione della vita europea e mediterranea nel
Cinquecento: allo schema tradizionale della crisi
sopraggiunta come conseguenza delle nuove vie di navigazione
atlantica, Braudel contrapponeva - con la forza di
convinzione che derivava da una conoscenza precisa di fonti
sterminate - la visione di un mondo ancora pieno di traffici
e di contrasti, di tensioni e scambi, di cui erano
partecipi, direttamente o indirettamente, non solo i paesi
rivieraschi, ma anche Stati lontani. In altre parole, la
vitalità dell'area mediterranea risultava dirompente ed
essenziale, per le civiltà del vecchio mondo, ancora per
tutto il XVI secolo.
Lo studio della storia visto come connessione di tre momenti
diversi - la storia di lento svolgimento e di lente
trasformazioni, secolari o addirittura millenarie, la storia
ritmata in cicli piú brevi, ma pur sempre pluridecennali, e
infine la storia «secondo la dimensione dell'individuo» -
mostrava, attraverso questa indagine, la sua efficacia e il
suo valore di strumento per l'analisi delle grandi età del
passato.
Indice
- Sommario
Parte
prima: L'ambiente.
I. Le penisole: montagne, altipiani, pianure.
II. Nel cuore del Mediterraneo: mari e litorali.
III. I confini o il più grande Mediterraneo.
IV. L'unità fisica: il clima e la storia.
V. L'unità umana: strade e città, città e strade.
Parte
seconda: Destini collettivi e movimenti d'insieme.
I. Le economie: la misura del secolo.
II. Le economie: metalli preziosi, monete e prezzi.
III. Le economie: commercio e trasporto.
IV. Gli imperi.
V. Le società.
VI. Le civiltà.
VII. Le forme della guerra.
VIII. A guisa di conclusione: la e le congiure. -
Parte
terza: Gli avvenimenti, la politica e gli uomini.
I. 1550-59: ripresa e fine di una guerra mondiale.
II. Gli ultimi sei anni della supremazia turca: 1559-65.
III. Le origini della Lega santa (1566-70).
IV. Lepanto.
V. Le tregue ispano-turche: 1577-84.
VI. Il Mediterraneo fuori della grande storia.
Approfondimento
Il testo di Fernand Braudel “Civiltà ed imperi del
Mediterraneo nell'età di Filippo II” è stato pubblicato per
la prima volta nel 1946. E’ nato come tesi di laurea, ed è
stato concepito
nelle sue linee generali fin dal 1939: successive
rielaborazioni sono avvenute nel 1966, nel 1976, nel 1979 e
nel 1982. La prima edizione italiana è del 1952, e
praticamente è la traduzione dell’originale come era apparso
in Francia nel 1949.
Di per sé il periodo considerato nel volume, attenendosi al
titolo, dovrebbe estendersi dal 1556 al 1598, ovvero l’arco
di tempo per il quale si è protratto il regno di Filippo II:
se realmente così fosse, anche il problema della cronologia
interna all’opera sarebbe risolto; data la sua mole lo
studio avrebbe potuto seguire lo svolgersi degli eventi in
modo lineare, anno dopo anno. In realtà, la trattazione
abbraccia un lasso di tempo che va dagli ultimi anni del
Quattrocento ai primi Venti o Trenta anni del Seicento.
Inoltre per poter approfondire meglio gli innumerevoli
argomenti trattati nel corso dell’opera, che analizza la
società mediterranea Cinquecentesca in tutta la sua
complessità, come soggetto di attività politica economica,
manifatturiera, e portato di precedenti civiltà, Braudel
estende l’arco di tempo che ritiene pertinente allo sviluppo
del suo tema da epoche antichissime fin quasi al presente.
E’ importante il fatto che quest’opera non si proponga come
fine primario il dibattito sulla scansione o la natura del
tempo, né in generale né limitatamente alla storiografia,
anche se questo aspetto è presente ed è stato molto
apprezzato: essa è innanzi tutto una ricerca storica,
all’interno della quale è stata adottata una particolare
cronologia come mezzo per contestualizzare un determinato
periodo ed analizzarlo in modo completo. Purtuttavia, come
lo stesso autore ammette nella seconda prefazione all’opera,
a motivo
dell’impostazione del testo vi è anche la volontà di dare
una nuova metodologia agli studi storici, troppo vicini
all’erudizione ed attenti ai particolari perdendo di vista
le radici profonde degli avvenimenti; di conseguenza il
testo non è privo di paragrafi in cui la giustificazione
della cronologia adottata assume uno sviluppo autonomo.
Fin dalla prima prefazione, quella del 1946, Braudel, dopo
un paragrafo in cui esprime il suo interesse per il
Mediterraneo, scrive: “Io penso che il mare, così come si
può amarlo e vederlo, sia il più grande documento esistente
sulla sua vita passata”. E’ una frase che non vuol essere
semplicemente un bel pensiero, ma prelude alla dichiarazione
che l’equilibrio “spazio-tempo”, “storia-geografia”, per
usare sempre le parole dell’autore, è l’innovazione più
importante introdotta negli studi storici dal volume.
Proseguendo, Braudel spiega la divisione del testo in tre
parti; la prima, intitolata “L'ambiente”, tratta di “una
storia quasi immobile”, di “cicli incessantemente
ricominciati”, dove protagonista è la natura mediterranea
nel suo rapporto con l’uomo: è la parte del volume che
Pomian considera più innovativa in relazione alla
suddivisione del tempo.
La seconda, dal titolo “Destini collettivi e movimenti
d'insieme”, concerne i cicli economici, le alterne vicende
delle diverse società; in questa compare un tempo
rapportabile con la durata delle generazioni.
La terza parte, intitolata “Gli avvenimenti, la politica e
gli uomini”, riguarda la storia che Braudel definisce non a
misura d’uomo, ma di individuo.
Si tratta dell’esposizione classica degli sviluppi
diplomatici, delle battaglie; quella che nel testo di Pomian
è definita “storia evenemenziale”, la cui durata si misura
in giorni, mesi e anni.
La prima sezione (quella dedicata all’ambiente) è come le
altre suddivisa in varie sottounità, il cui elemento di base
è costituito da capitoli lunghi mediamente tre facciate e
dedicati ognuno ad un aspetto preciso di un problema che nel
complesso può occupare anche 50 o più pagine. Il contenuto
di questa parte concerne ad esempio le montagne, le pianure,
con la loro importanza nella vita dei pastori, i mari, le
isole, le stagioni, la navigazione ma anche il Sahara e
l’Oceano Atlantico: tutto quello che in qualche modo può
servire al lettore per comprendere le caratteristiche
fondamentali della vita Mediterranea, i prerequisiti per
interpretarne la cultura, lo “sfondo” che per i nostri
antenati era una presenza inconscia ma
determinante. L’autore, che all’epoca della pubblicazione
sapeva di esporsi a critiche con l’introdurre in un’opera
storica una digressione così estesa e soprattutto
geografica, che tratta anche di argomenti non strettamente
pertinenti all’area considerata, si dedicò fin dalle prime
righe della trattazione a rivendicare al campo di indagine
della storia questo genere di considerazioni. Naturalmente,
sostenere che una certa materia afferisce al settore di
studi storici, significa introdurvi una qualche
temporizzazione.
Il tempo della geografia e dei mutamenti ambientali è
lunghissimo: proprio questa estensione giustifica il ricorso
a fonti documentarie che riferiscono dei secoli precedenti
il XVI, come pure paragoni con l’aspetto di certe regioni in
età contemporanea. Per definire ciò che permane attraverso
epoche lunghissime, Braudel usa il termine di “strutture”;
nel testo “Scritti sulla storia” del 1966, l’autore
definisce queste strutture come realtà che sono elementi
stabili per infinite generazioni, che impacciano e
determinano la storia; sono allo stesso tempo un sostegno ed
un limite. Nel trattare di queste permanenze, Braudel
estende la sua osservazione a periodi molto remoti rispetto
al 1500/1600. In uno dei capitoli del libro, dedicato alla
campagna romana, vi è un esempio di questa varietà di
riferimenti temporali. Braudel per descrivere le condizioni
di questa zona nel XVI sec. inizia ricordando i primi
insediamenti nell’età Neolitica, indica nell’arrivo degli
Ostrogoti (Vsec.) la causa dell’impaludamento della zona;
ripercorre i tentativi di bonifica nel XI e nel XIII/XIV
sec., per concludere infine con una testimonianza sulla sua
desolazione nel XVIII sec.
Vi è qui un evidente “sforamento” dei limiti temporali sia
nel passato che addirittura nel futuro rispetto al periodo
su cui l’attenzione si focalizza, ma esso viene affrontato
volentieri dall’autore, perché permette di avere un maggior
numero di testimonianze su una situazione certamente
importante per i Laziali del XVI sec., ma non strettamente
vincolata alla loro peculiare presenza. Dove gli interventi
dell’uomo sono maggiormente incisivi rispetto ai ritmi
naturali, e si può parlare di una geografia umana, come
riguardo ai mutamenti avvenuti nella terraferma veneziana.
Braudel, sostenuto da una ricca raccolta di documenti,
limita in questo caso il suo campo di osservazione al
periodo compreso fra il 1566 ed il 1584.
L’azione degli uomini, che bonificano i terreni,
costruiscono dighe, talvolta riescono nei loro sforzi e
talvolta vanno incontro ad insuccessi, è un elemento
strutturale, come pure le caratteristiche del territorio
veneto sempre paludoso: ma è così ben documentata, legata al
movimento di determinati capitali, all’uso di certe tecniche
proprie dell’epoca, che nel caso specifico una ricerca a
ritroso nei secoli non sarebbe servita a precisare o a
spiegare le azioni degli uomini di quegli anni.
L’interazione dei tempi umani con quelli dell’ambiente e
dell’economia diviene evidente a proposito dell’alternarsi
di popoli diversi nel ruolo di armatori e marinai; Braudel
cita fra gli altri l’esempio della Catalogna, che da grande
protagonista nella nautica nel 1300 decadde sempre più nel
1500 e 1600. La causa alla quale l’autore attribuisce
generalmente questi fenomeni è la povertà d’uomini che
colpiva le regioni marittime, le quali, se un peggioramento
del clima si congiungeva con una crisi economica, vedevano
le proprie ciurme dissolversi alla volta di altri porti. Si
ritorna a parlare di strutture, in senso quanto mai proprio,
in relazione alle stagioni ed alle variazioni climatiche.
In un’Europa eminentemente agricola, priva di difese contro
le asperità del clima, l’alternarsi annuale di estate ed
inverno, di un semestre caldo e di un altro freddo, influiva
sulle possibilità di sostentamento, condizionava l’economia
ed i trasporti. L’inverno era la stagione in cui le navi
mercantili navigavano sottocosta, per evitare di essere
sorprese da burrasche; le grandi flotte interrompevano le
ostilità, mentre ferveva l’attività politica e diplomatica
per stipulare alleanze in vista dell’estate. Tutto questo si
ripeteva di anno in anno,
indipendentemente dalla volontà degli uomini, necessitando
la loro azione, costringendo i singoli e le nazioni a
determinati comportamenti invece di altri: la struttura dei
mutamenti climatici ha rappresentato, ed in parte ancora
rappresenta, una struttura enormemente influente e peraltro
non avvertita dai contemporanei se non in casi eccezionali,
che però sarebbe per Braudel un grave errore trascurare come
un fatto banale.
A livello macroscopico, Braudel avanza l’ipotesi che sul
finire del XVI sec. l’Europa Mediterranea abbia conosciuto
una sorta di “piccola glaciazione”, basandosi su documenti
rinvenuti negli archivi di Venezia, Avignone, Firenze, Dole,
e molte altre città, che attestano inondazioni,
precipitazioni abnormi, nevicate primaverili. Anche questo
fenomeno, che per la sua peculiarità costituisce un evento
dal punto di vista di una storia universale, rappresentò una
struttura determinante in quel periodo.
A conclusione della prima parte dell’opera, dopo le
osservazioni sul clima e la navigazione, l’autore ipotizza
che un cambiamento strutturale del mondo d’inizio Seicento
possa essere stato l’aumento del volume di traffico sulle
strade, in particolare sulla direttrice che dai Balcani
passa da Spalato per Venezia e l’Occidente. Questa via,
sempre più trafficata per sottrarre le merci agli incerti
della navigazione, convogliò dall’Oriente ogni sorta di
prodotti, divenne uno dei punti strategicamente più
importanti fra i domini Veneziani, e probabilmente veicolò
pestilenze dall’impero Turco.
La seconda parte del volume (è la sezione più consistente)
di Braudel, intitolata “Destini collettivi e movimenti
d’insieme”, è attenta alle società, e quindi improntata
dall’integrazione di strutture e congiunture, di lunghe e
brevi durate. Il concetto di “congiuntura” di per sé è meno
preciso di quello di “struttura”; la congiuntura costituisce
ciò che nel tempo muta, si evolve, nei decenni o nello
spazio di un secolo. Il movimento congiunturale può essere
ravvisato con grande facilità nei mutamenti dell’economia,
tanto che Braudel afferma la necessità di distinguere
fondamentalmente fra congiuntura economica e quelle di ogni
altro tipo: demografiche, sociali. Il tempo in questa
sezione si misura come velocità di spostamento, rapidità con
la quale le notizie raggiungono le diverse zone dell’Europa.
Si apprende così che il mondo del XVI sec., o almeno quella
parte di esso che partecipava ad
un’economia globale, “misurava” da quaranta a sessanta
giorni di viaggio, all’incirca quanto il mondo dei Romani,
e, fatte le giuste proporzioni, il mondo del 1939 percorso
per via terra o per mare. E’ sviluppato in modo assai
dettagliato il tema dell’importazione d’oro in Europa nelle
varie epoche. L’arrivo sulle piazze Mediterranee di metalli
preziosi trasportato da navi Iberiche è una struttura
dell’economia Europea, essendo attestato fin dal X sec., con
importazioni dalle miniere sudanesi. Nel 1500, a Siviglia
iniziano come è noto ad
arrivare i galeoni provenienti dall’America, a causa di un
fatto quanto mai singolare, la scoperta dell’America, che
rappresenta in una certa misura un quid di imprevedibile
anche alla luce delle precedenti scoperte geografiche, e su
cui Braudel non si sofferma. Su questo tema si inserisce
un'analisi eminentemente congiunturale: da Siviglia l’oro
viene portato al di fuori della Spagna in un primo tempo
(fino circa al 1570) tramite Anversa, poi attraverso la
Francia, quindi per via di Barcellona a Genova, fino al
1598.
L’autore, molto sensibile all’indagine economica basata su
cicli congiunturali, nel testo “Scritti sulla storia”
polemizza con l’attenzione esclusiva degli economisti verso
i problemi dell’attualità e le previsioni a breve termine.
Allo stesso tempo, però, afferma che la scarsa affidabilità
delle fonti ed il carattere episodico delle informazioni
rinvenute sul movimento di capitali impediscono di compiere
un’analisi dettagliata come potrebbe succedere per
avvenimenti contemporanei
Genova è un punto d’incrocio di struttura e congiuntura
lunga; resa fulcro dei trasporti auriferi per le esigenze
della politica spagnola, compie anche la funzione
strutturale di acquistare le merci Orientali, secondo la
costante del commercio europeo che importava beni dall’Asia
pagando in metalli pregiati.
Sempre riguardo all’economia, considerazioni sul volume
della circolazione di monete d’oro in Europa prima
dell’afflusso di metalli preziosi dall’America, e quindi
eminentemente strutturali, inducono Braudel a minimizzare
l’impatto di questi ultimi sul tasso di inflazione nei paesi
Mediterranei. Un altro tema fondamentale al quale l’autore
applica le sue categorie è quello del commercio dei grani.
La coltivazione del grano di per sé, e la sua importanza
nell’alimentazione, sono elementi strutturali.
Una caratteristica del Mediterraneo è la scarsità dei
raccolti, dovuta alla mancanza di uomini ed alla mutevolezza
delle condizioni climatiche: in questa situazione, l’alterna
riuscita dei raccolti nelle varie zone innesca fenomeni
congiunturali. Dove il raccolto è stato poco abbondante, i
prezzi del pane salgono, ed i mercanti si affrettano ad
accorrere via mare; conseguentemente, nelle zone dove i
mercanti hanno acquistato il loro grano i prezzi salgono, e
questo può portare al paradosso che le zone dove vi è
abbondanza divengano quelle dove i costi sono maggiori. Un
esempio interessante delle connessioni che uno studio
articolato su diverse articolazioni del tempo può
individuare, si ha in una notazione sugli Ebrei che Braudel
inserisce scrivendo delle grandi civiltà che popolavano il
Mediterraneo: le loro persecuzioni vanno di pari passo con i
mutamenti delle congiunture, sia lunghe che brevi.
Nei periodi che vanno dal 1350 al 1450 e dal 1600 al 1650
gli Ebrei si spostano in Italia prima ed intorno al Mar Nero
poi, dove la recessione non ha arrecato danni; dal 1559 al
1575, Venezia per risolvere le proprie difficoltà espelle e
deporta gli ebrei, che in seguito, fin sul finire del
secolo, ritornano nella città lagunare dove sono accolti con
favore ed
adeguamenti delle normative. Negli anni successivi, essi si
riprendono, sfruttando il momento di generale miglioramento
della congiuntura economica, e le loro navi sono oggetto di
atti di pirateria da parte di più nazioni, il che ne attesta
l’agiatezza. Alla conclusione della seconda parte del suo
volume, Braudel inserisce una riflessione sulle congiunture.
Analizza ciò che definisce il “trend” secolare, ovvero una
tendenza generale, dal 1450 fino al 1600-1650, alla ripresa
dell’economia ed all’aumento demografico. Allo stesso tempo,
l’autore tenta di considerare le sovrapposizioni fra cicli
economici e vicende belliche, notando ad esempio che le
guerre intestine alla Cristianità coincidono con i periodi
di benessere, mentre nei periodi di crisi si intraprendono
spedizioni congiunte contro i Turchi. Queste correlazioni
sono da Braudel avvertite come una possibilità di indagine
che deve essere approfondita, ma allo stesso tempo egli
ammonisce dall’inferire conclusioni con troppa facilità
basandosi sul senso comune; il periodo di Lorenzo il
Magnifico, ad esempio, era un’epoca di decadenza economica,
ma in arte è ricordato come epoca di splendore. Allo stesso
modo, la crescita demografica o la maggiore disponibilità di
grano non significano miglioramento del tenore di vita,
anzi, spesso l’aumento della produzione coincideva con un
impoverimento dei contadini, che erano sottopagati perché i
loro prodotti erano inflazionati.
E’ proprio nella prefazione del 1966 alla terza ed ultima
parte del libro, intitolata “Gli avvenimenti, la politica e
gli uomini”, che Braudel precisa meglio il rapporto
intercorrente a suo avviso fra tempi lunghi e brevi,
strutture ed episodi. Egli innanzi tutto cerca di completare
l’analisi della differente importanza oggettiva che
struttura e congiuntura o avvenimenti hanno per lo studioso,
che vede i fenomeni dall’esterno, con la percezione
soggettiva dei contemporanei. Ne deduce che le permanenze
rappresentano l’essenziale, ma non la totalità: i fatti
istantanei erano per gli uomini del XVI sec. come per noi
oggi ciò che costituiva nel modo più pregnante la loro
temporaneità. Nel novero degli avvenimenti, quelli politici
in particolare, così volubili e legati alla contingenza,
attiravano l’attenzione di tutti. Alcune considerazioni
sull’importanza nella storia degli avvenimenti in base alla
loro importanza o agli
effetti che ebbero sulla lunga durata, vanno secondo Braudel
riviste criticamente alla luce di queste considerazioni.
Egli cita Voltaire, che notava come la battaglia di Lepanto,
priva di conseguenze sullo svolgimento del conflitto fra
Spagnoli ed Ottomani, non dovesse essere considerata che un
evento trascurabile, mentre presso i contemporanei le fu
attribuita
un’importanza enorme. Confrontandosi a sua volta con questo
tema, cui invero dedica diversi paragrafi, l’autore riprende
questa ambivalenza cercando di descrivere lo stato d’animo
indotto nei vincitori dal crollo del mito dell’invincibilità
Turca, allargando così in qualche modo la propria indagine
almeno nel campo sincronico.
Nella conclusione del volume, scritta nel 1965, Braudel
riprende il tema assai dibattuto della tendenza secolare
alla decadenza del Mediterraneo, che lui non ravvisa prima
del 1650; allo stesso tempo ridefinisce l’importanza delle
congiunture economiche, che riconduce alle strutture, come
pure i brevi cicli della vita cittadina. Queste
periodizzazioni, nelle quali rientrano le operazioni
belliche e gli avvenimenti politici, che per la loro
contiguità temporale e la facilità di documentazione tendono
ad autogiustificarsi, non devono insomma essere staccate da
movimenti più lunghi all’interno dei quali erano inseriti.
L’individuo, nella sua libertà d’azione, appare a Braudel
limitato ed in una certa misura necessitato dalla lunga
durata: in altre parole, le sue gesta, seppur autonomamente
decise e portate a termine, sono destinate nel tempo ad
essere vanificate o enfatizzate dalla generale tendenza in
atto nell’epoca in cui egli vive.