Giorgio Falco
Storico
piemontese, importante professore di storia medievale e
moderna.
Giorgio Falco, nato a Torino nel 1888, si laureò nel 1911
con Pietro Fedele, con una tesi in storia medievale su
Alfano di Salerno, mantenendo contatti anche con
l'antichista Gaetano De Sanctis. Il maestro Fedele lo mandò
a Roma, dove si trattenne sino al 1914 presso la Società
romana di storia patria, due anni come «alunno» della Scuola
storica (annessa alla Società dal 1898) e un anno come
perfezionando. A Roma incontrò maestri influenti, primi fra
tutti Monaci e Tommasini, e importanti compagni di studi,
come Federici e Schiaparelli: quell'ambiente segnò
profondamente Falco, che ambiva a «spiemontesizzarsi», e
soprattutto lo indusse a ricerche (I Comuni della Campagna e
della Marittima) con interpretazioni dei secoli XI-XIV che
rappresentano ancora oggi, per i medievisti, il punto più
alto della sua attività.
Dal 1914 al 1930 insegnò storia e geografia e italiano in
istituti tecnici di Fossano, Roma e Torino, maturando un
interesse per i problemi della scuola secondaria che sempre
conservò. Nel 1929-30, dopo aver vinto il concorso
universitario, fu chiamato a succedere a Pietro Egidi sulla
cattedra torinese di storia moderna: l'anno successivo, in
seguito allo sdoppiamento dell'insegnamento in due cattedre,
storia medievale e storia moderna, non ebbe dubbi nello
scegliere la prima. Nel 1932 gli fu anche affidato
l'incarico di Paleografia e diplomatica, sempre rinnovato
anche negli anni successivi. Nel frattempo Falco aveva
aderito allo storicismo crociano, anche in seguito ai forti
rapporti di amicizia sviluppatisi fra i due negli anni
dell'Università, quando Falco aveva incontrato la sua futura
moglie: grande amica di colei che avrebbe sposato Benedetto
Croce.
Ma non si trattò solo di amicizia, bensì di convinzione
culturale profonda: l'attento esegeta dei documenti aveva
maturato un atteggiamento antierudito. Ne sono sintomo opere
famose: La Polemica sul Medio Evo, pubblicata nel 1933 nella
Biblioteca della Società storica subalpina, e la Santa
Romana Repubblica. Profilo storico del Medio Evo, già
terminata nel 1937 ma edita nel 1942, con la firma di un suo
allievo (G. Fornaseri) a causa delle leggi razziali.
Nel 1938 fu colpito dalle leggi razziali: con altri quattro
colleghi, fra cui Arnaldo Momigliano, fu costretto a
lasciare l'insegnamento. Riparò a Roma dove, il 1° settembre
1939, si convertì al cattolicesimo, scegliendo come padrino
di battesimo l'allievo Paolo Brezzi. Fu anche un modo per
proseguire gli studi: il monastero benedettino di S. Paolo
fuori le mura lo ospitò, salvandolo, nei momenti più tragici
delle persecuzioni razziali nazifasciste. Nel 1945 fu
reintegrato nell'insegnamento, ma costretto ad affiancarsi a
Francesco Cognasso, che sei anni prima non aveva esitato a
sostituirlo. Insofferente a questa collaborazione coatta nel
marzo del 1951 chiese il trasferimento a Genova, dove
insegnò storia medievale e moderna sino al 1954, quando fu
chiamato dalla Facoltà di Lettere torinese a succedere a
Romolo Quazza sulla cattedra di Storia moderna. Per un unico
anno ebbe, poi, la soddisfazione tardiva di essere il solo
docente di Storia medievale (con incarico di Paleografia e
diplomatica), perché Cognasso era andato fuori ruolo. Pur
lontano dall'insegnamento, negli ultimi anni fu circondato
da grande considerazione e, nel 1965, fu nominato
«professore emerito». Morì nel 1966.
La Santa Romana Repubblica di Giorgio Falco [1]
Negli ultimi decenni la produzione storiografica si è molto
sviluppata e diversificata. In particolare, lo studio sul
Medioevo è stato arricchito da interessanti contributi
riguardanti, fra l'altro, la storia del costume, della
mentalità, della cultura popolare, delle istituzioni civili
e religiose, dell'economia.
Tutto ciò, accanto ad indubbi meriti, haportato al parziale
oblio di opere sicuramente più legate alla tradizione, ma
tuttora ricche di fascino ed in grado di fornire preziosi
suggerimenti a chi, per le più svariate ragioni, si occupi
di storia.
Si è dunque ritenuta opportuna una modesta rivisitazione di
una di tali opere: il capolavoro di Giorgio Falco La Santa
Romana Repubblica, non a torto definito da un illustre
studioso "uno dei più bei libri scritti sul Medioevo";
infatti il Falco, sin dalla prima edizione di quest'opera,
pubblicata nel 1942 sotto falso nome per motivi razziali, e
più ancora con quella pressoché definitiva del 1954, si
impose come uno dei più insigni studiosi della propria
generazione.
Già il titolo rivela come l'autore si impegni in un'analisi
fortemente "a tesi", proponendo una lettura assai lontana
dalle prospettive di vastissimo respiro spazio-temporale
indicateci da altri autori (ad esempio Lopez o Braudel);
anzi il Falco, consapevole erede dello storicismo crociano,
ritiene del tutto improponibile un parametro di studio della
storia tendenzialmente universalistico, poiché vede
possibile l'indagine storica solo in funzione di prospettive
ben delimitate, tipiche dello "Spirito" immanente al periodo
in esame.
L'immagine di Medioevo proposta dal Falco è inoltre
fortemente condizionata dalla particolarissima contingenza
storica: all'Europa dilaniata dal secondo conflitto mondiale
- le cui radici affondano nell'esasperazione dei
nazionalismi - egli presenta l'unificazione politica e
culturale vissuta dal continente nel Medioevo, ed in
particolare il suo costituirsi attorno all'asse portante
della Chiesa romana, fondamentale fattore di permanenza e
stabilità nel periodo di crisi seguito alla scomparsa
dell'Impero Romano e durante il variegato e convulso
millennio successivo.
Soltanto tenendo ben presente queste impostazioni di fondo è
possibile superare la perplessità del lettore che, scorrendo
il sommario dell'opera, può trovare alquanto sconcertante il
rilievo dato a personaggi spesso ritenuti - sia pure a torto
- di secondo piano (quali gli imperatori Ottone III ed
Enrico VI), mentre è di scarso rilievo, quando non
addirittura trascurato, l'approccio con figure
tradizionalmente considerate capisaldi dell'evoluzione
politica e culturale del Medioevo, quali Ottone I o S.
Francesco: è evidente che, mentre gli uni sono funzionali al
tipo di analisi proposta dall'autore, gli altri sono per il
Falco meno significativi. Ancora il sommario rivela al
lettore minimamente smaliziato una caratteristica
significativa: su quindici capitoli, almeno undici sono
dedicati ad uno o più personaggi, che l'autore - seguendo i
canoni di Hegel, di Croce e della storiografia idealista in
generale - ritiene vera e propria espressione ed
incarnazione dello "spirito" del tempo in cui vivono.
Ma ora, per evitare un discorso troppo astratto,
analizzeremo brevemente titoli e contenuti dei singoli
capitoli. Il primo (intitolato Il medio evo) espone le linee
generali della concezione sopra accennata, rimandando ai
successivi per le trattazioni più specifiche. Infatti già
dal capitolo II (L'impero cristiano. Costantino.) appare
chiaro che per il Falco la cesura fra Antichità e Medioevo è
data proprio dall'opera del grande imperatore che, a partire
dall'Editto di Milano, riuscì a conciliare e fondere gli
universalismi romano e cristiano, sino ad allora in urto.
L'opera costantiniana venne completata da Teodosio, che
tuttavia si trovò a vivere la definitiva esplosione di un
dramma annunciato: lo scontro fra romanità e germanesimo.
Questo è il tema dominante dei capitoli III (I Germani.
Stilicone e Alarico.) e IV (Germanesimo ariano e
cattolicismo romano. Teodorico e Clodoveo); ma mentre
nell'uno l'elemento germanico appare - sia nel vandalo al
servizio di Roma, sia nel goto che la saccheggia -
sostanzialmente subordinato, nell'altro si apre il problema
della convivenza fra i due popoli, risolto da Teodorico con
la separazione, da Clodoveo con la conversione al
cattolicesimo e la sostanziale fusione: soluzione,
quest'ultima, rivelatasi ben presto vincente. Ma la Chiesa
romana, alleata di Clodoveo e dei suoi successori, poté
diventare l'asse portante della nuova Europa soltanto
superando una travagliata fase di ristrutturazione ed
espansione missionaria, descritte nei capitoli V (Il
monachesimo occidentale. S. Benedetto) e VI (La Chiesa
romana. S. Gregorio Magno); ma anche attraverso aspre lotte
con la Chiesa orientale (cap. VII: La lotta
dell'iconoclasmo. Roma e Bisanzio).
La collaborazione fra la Chiesa gregoriana e l'emergente
dinastia carolingia permise, nel sec. VIII, la formazione
nuova compagine imperiale (cap. VIII: La fondazione
dell'Europa. Carlomagno.), che segnò la definitiva
prevalenza religiosa di Roma in Occidente, ma nel contempo
la feudalizzazione della Chiesa. La decadenza carolingia
trascinò con sé la Chiesa romana, che pure riuscì a trovare
la forza per difendersi da nemici interni ed esterni e per
rinnovarsi nelle istituzioni (cap. IX: Il particolarismo
medievale. Alberico II.). Qui emerge ancor più lo storicismo
idealistico del Falco, che vede nel particolarismo della
nobiltà romana il catalizzatore atto a raccogliere le forze
di Roma e nella dinastia di Sassonia una sorta di strumento
dello Spirito immanente alla storia, il cui ruolo culminò
nell'ideale universalistico e cesaropapista di un giovane e
mistico sovrano (cap. X: L'impero feudale. Ottone III.). Ai
pericoli insiti nell'ingerenza, pur inizialmente positiva,
del potere temporale, la Chiesa reagì con la presa di
posizione, di nuovo romano- monastica, culminante con la
lotta per le investiture (cap. XI: La riscossa antifeudale
della Chiesa. Gregorio VII.); ciòsancì la rottura della
concezione diarchica del potere e la nascita della dottrina
teocratica.
Il cap. XII (L'espansione del mondo cattolico. La prima
crociata.) ha una collocazione un po' anomala, in quanto per
il Falco la crociata rappresenta l'espressione della
giovanile esuberanza propria di un'Europa unificata da
religione, cultura ed ideali politici.
I capitoli XIII (L'estremo sforzo dell'impero medievale.
Enrico VI.) e XIV (L'estremo sforzo del papato medievale.
Bonifacio VIII.) segnano la logica conseguenza della rottura
della diarchia medioevale: entrambi i poteri universali
cercarono di affermarsi quale sovranità supreme,
scontrandosi rovinosamente ora l'un l'altro, ora con le
nuove forze emergenti, quali comuni, Stati nazionali e
perticolarismi vari che, nel caso della Chiesa,
contribuirono al sorgere del rovinoso Scisma d'Occidente,
catalizzandosi infine nel conciliarismo prevalso a Costanza,
dove ci fu unità soltanto nella condanna di Hus (cap. XV: La
crisi del mondo medievale. Il concilio di Costanza.). Per il
Falco proprio questo è il momento di trapasso verso la
modernità: quando l'ultimo dei grandi poteri universali
viene messo in scacco dalle nazioni sovrane, che gli
impongono la propria volontà.
L'opera rivela, certo, un'impostazione storiografica ormai
complessivamente superata, troppo incentrata su Roma e sul
Papato, poco aperta alle problematiche germaniche,
bizantine, islamiche. Ma rimane un esemplare monumento della
ricchezza e della densità di pensiero proprie di un vero
maestro, rivelando ad ogni pagina la profonda cultura e lo
sforzo ermeneutico dello storico di razza.
[1][Scritto da Prof. M. Parabiaghi]