STORIA - JOHAN HUIZINGA

    

Autunno del Medioevo




"Nel passato cerchiamo sempre le origini del nuovo e vogliamo sapere in che modo sorsero i pensieri e le espressioni di una vita che si affermò pienamente in tempi successivi. Ogni epoca desta in noi maggior interesse, quando troviamo una promessa del futuro. Basta pensare infatti al fervore che ha accompagnato ogni indagine sulla civiltà del Medioevo nella speranza di scoprirvi i germi della cultura moderna. [...] In questo libro noi abbiamo cercato di vedere nei secoli XIV e XV non già gli albori del Rinascimento, ma il tramonto del Medioevo, quella che è stata, nel suo ultimo periodo di vita, la civiltà medievale, fatta ormai simile a un albero completamente sviluppato e carico di frutti troppo maturi."


Johan Huizinga

Nacque nel 1872 in Olanda, a Gröningen; già a scuola si appassionò alla storia ma i suoi primi studi furono di linguistica: apprese l’ebraico, l’arabo, storia della linguistica; a Lipsia frequentò lezioni di lituano, sanscrito e irlandese antico. Nel 1897, di ritorno a Groningen, discusse la tesi di dottorato sul giullare di corte nel teatro sanscrito. Da questa data e per otto anni insegnò storia presso la scuola media di Haarlem pur pubblicando contemporaneamente articoli di letteratura e religione indiana. Nel 1903 divenne lettore di cultura e letteratura indiana antica all’Università di Amsterdam, intanto i suoi studi prendevano un nuovo corso incentrandosi sulle origini di Haarlem e tra i suoi interessi si affacciava una nuova e prepotente passione per la pittura. Nel 1905, nominato finalmente professore di storia all’università di Gröningen, scelse come argomento della lezione inaugurale l’elemento estetico delle rappresentazioni storiche, dove la comprensione della storia viene definita come una evocazione di immagini. Come sottolinea Haskell (1996), fu fondamentale per Huizinga, come per altri storici tra cui Max Friedlander, la mostra Les Primitifs flamands et l’Art ancien tenutasi a Bruges nel 1902; sembrò allora di poter rileggere la storia sotto un’altra luce e, scrive Huizinga, di considerare «il tardo medioevo non come un preannunzio di ciò che verrà, ma come l’estinguersi di ciò che se ne va». Fu soprattutto l’arte di Van Eyck a indurlo a riconsiderare la civiltà del rinascimento fiammingo e queste teorie vennero esposte nel saggio L’arte dei Van Eyck nella vita del loro tempo pubblicato nel 1916 e incorporato nel 1919 ne L’Autunno del Medioevo, originariamente intitolato Nello specchio di Van Eyck. Nel saggio rifiutava la netta linea di demarcazione tracciata da Burckhardt tra rinascimento e medioevo e partiva dallo stile dei Van Eyck considerandolo il compiuto sviluppo dello spirito del tardo medioevo: il cosiddetto realismo altro non era che una cura del dettaglio tale da porre tutto sullo stesso piano, misticismo e materialismo, sacro e profano erano ridotti ad un sistema di rigide futilità tipico delle culture in declino.

Il carattere innovativo del metodo di Huizinga risiede soprattutto nel valore e nel peso dato alle immagini all’interno dell’indagine storica, sia nel suo studio più noto che nel successivo La civiltà olandese del Seicento; questo valore è affermato più volte dallo stesso autore là dove scrive: «La nostra capacità di percepire i tempi passati, il nostro organo storico, per così dire, diventa sempre più marcatamente visivo» (Haskell 1966: 423).

L’autunno del Medioevo

Pubblicato ad Harlem nel 1919, il saggio Autunno del Medioevo. Studi su forme di vita e di pensiero dei secoli quattordicesimo e quindicesimo in Francia e in Olanda dello storico olandese Johan Huizinga può essere considerato come l’antitesi dell’assunto teorico di un’altra grande pietra miliare della storiografia della cultura: La civiltà del Rinascimento in Italia di Jacob Burckhardt. Se in quest’ultima opera il mito del rinascere di una nuova cultura sulle orme di quella classica è il tema portante, che ha come corollario la ben distinta separazione epocale nei confronti del medioevo e dell’affermazione di un uomo nuovo, faber fortunae suae, nel saggio di Huizinga, che ha come campo d’indagine il mondo franco-borgognone del Quattrocento, si enuncia la sostanziale continuità culturale tra l’autunno medievale e la primavera rinascimentale: come dice l’autore stesso si “è cercato di vedere nei secoli XIV e XV non già gli albori del Rinascimento, ma il tramonto del Medioevo, quello che è stata, nel suo ultimo periodo di vita, la civiltà medievale, fatta ormai simile a un albero completamente sviluppato e carico di frutti troppo maturi”. A distanza di decenni, le conclusioni di Huizinga sono fortemente attaccabili, forse ancor più di quelle del suo illustre obiettivo polemico. Tuttavia il fascino delle pagine di Autunno del Medioevo, oltre che nell’eccezionale efficacia pittorica, sta proprio nell’aver individuato in quello scorcio di storia europea – ben in anticipo sulle moderne metodologie d’indagine storiografica che poggiano sull’analisi dell’immaginario antropologico – i meccanismi psicologici collettivi di un’epoca di tormentata transizione culturale.

Un esempio della persistenza dei “toni crudi della vita” nel pieno del Quattrocento “umanista” viene offerto in queste pagine, dove Huizinga ricorda l’efferatezza che accompagnava comunemente ogni azione giudiziaria, e il grande successo popolare che riscuotevano tali esibizioni di crudeltà.

Crudeltà e terrore nel tardo Medioevo

Ciò che ci colpisce nella crudeltà giudiziaria del tardo Medioevo, non è la perversità morbosa, ma il gaudio bestiale e ottuso, il diletto da fiera che il popolo ci provava. I cittadini di Mons comprano un capobanda di briganti a un prezzo altissimo per il solo piacere di vederlo squartare, cosa “dont le peuple fust plus joyeulx que si un noveau corps sainct estoit resuscité”. Nel 1488, durante la prigionia di Massimiliano a Bruges, l’aculeo è posto su un palco nel mercato sotto gli occhi del re prigioniero, e il popolo non si sazia mai di veder torturare i magistrati sospetti di tradimento e, quando essi supplicano di essere giustiziati, vi si oppone per poter godere più a lungo delle loro torture.

Fino a quali estremi, per niente cristiani, giungesse proprio la mescolanza di fede e desiderio di vendetta, lo dimostra la consuetudine dominante in Francia e in Inghilterra, di rifiutare ai condannati a morte non solo il viatico, ma anche la confessione: non si volevano salvare le loro anime; anzi, si voleva aggravare l’affanno mortale colla certezza delle pene infernali. Invano papa Clemente V aveva prescritto nel 1311 di concedere almeno il sacramento della penitenza. Filippo di Mézières, sognatore politico, insistette più volte per ottenerlo, prima presso Carlo V di Francia, poi presso Carlo VI. Ma vi si oppose il cancelliere Pietro d’Orgemont, la cui “forte cervelle”, dice Mézières, era più difficile a smuovere che una pietra da mulino; e Carlo V, quel re savio e pacifico, dichiarò che in vita sua quella consuetudine rimarrebbe immutata. Solo quando la voce di Giovanni Gerson si unì a quella di Mézières, con cinque considerazioni, contro l’abuso, uscì l’editto imperiale del 12 febbraio 1397 che accordava la confessione al condannato. Pietro di Craon, ai cui sforzi si doveva il decreto, fece erigere una croce di pietra presso il patibolo di Parigi, sotto la quale i Frati Minori potevano assistere i malfattori. Ma nemmeno allora la vecchia consuetudine scomparve del tutto; poco dopo il 1500 il vescovo di Parigi, Stefano Ponchier, si vede obbligato a rinnovare l’ordine di Clemente V. Nel 1427 un giovane cavaliere predatore è impiccato a Parigi. Al momento dell’esecuzione, un alto funzionario, il gran tesoriere del reggente, viene a sfogare il suo odio sul condannato, impedendo che gli sia concessa la confessione che domanda; insultandolo, sale sulla scala dietro a lui, lo batte con un bastone e picchia anche il boia, poiché esortava la vittima a pensare alla salute della sua anima. Il boia impaurito, si affretta troppo; il capestro si spezza, il povero malfattore cade, si rompe le gambe e le costole e deve, in quelle condizioni, risalire la scala.

Mancavano nel Medioevo tutti quei sentimenti che hanno reso timido e oscillante il nostro concetto di giustizia: l’idea della semi-responsabilità, l’idea della fallibilità del giudice, la coscienza che la società è corresponsabile dei misfatti del singolo, la questione se non val meglio correggere il colpevole che farlo soffrire. O forse si dovrebbe dire: non mancava un oscuro sentimento di ciò, ma si concentrava, non espresso, in un immediato impulso di compassione e di perdono, che, indipendentemente dalla colpa, improvvisamente interrompeva la crudele soddisfazione per il trionfo della giustizia. Laddove noi conosciamo delle pene ridotte o inflitte con esitanza e quasi con cattiva coscienza, la giustizia medioevale non conosce che i due estremi: la piena misura di una pena crudele o la grazia. E per concedere la grazia non ci si domanda, come ora, se il colpevole meriti di essere graziato per ragioni speciali; ogni colpa, anche la più palese, può essere, ad ogni momento, pienamente condonata. In pratica quei condoni non erano sempre dovuti alla pura pietà: tante volte l’intervento di parenti influenti procura “lettres de rémission” a un condannato, e i contemporanei lo raccontano con una naturalezza che a noi reca meraviglia. Tuttavia la maggior parte di quelle lettere riguarda non illustri violatori della legge, ma povera gente del popolo che non godeva di protezione in alto luogo.

Il contrasto immediato fra crudeltà e compassione domina i costumi anche al di fuori dell’amministrazione della giustizia. Da un lato s’incontra la più spietata inumanità verso i bisognosi e gl’invalidi; dall’altro una tenerezza illimitata e un profondo sentimento di fraternità verso i malati, i poveri, i dementi, simili a quelli che troviamo nella letteratura russa, e anche ivi uniti alla crudeltà. Il piacere delle esecuzioni capitali è almeno accompagnato e fino a un certo punto giustificato da un forte senso di giustizia finalmente soddisfatto. Nella incredibile, ingenua durezza e insensibilità, nel crudele scherno, nella malignità con cui si considerano le sventure dei poveri, manca anche quell’elemento. Il cronista Pietro di Fenin, narrando la distruzione di una masnada di briganti, conclude colle parole: “et faisoit-on grant risée, pour ce que c’estoient tous gens de povre estat”.

A Parigi si fa, nel 1425, un “esbatement” di quattro ciechi coperti di una corazza che combattono per un maialino.

Velasquez ci ha tramandato le malinconiche facce di quelle nane che ancora al suo tempo erano in onore alla Corte di Spagna. Esse rappresentavano un divertimento assai ricercato nelle corti principesche del ’400. Negli artistici “entremets” delle grandi feste di corte mettevano in mostra le loro arti e la loro deformità. Conosciutissima era Madame d’Or, la bionda nana di Filippo di Borgogna; la faceano lottare coll’acrobata Hans. Alle feste di nozze di Carlo il Temerario con Margherita di York nel 1468, Madame de Beaugrant, “la naine de Mademoiselle de Bourgogne”, appare vestita da pastorella su un leone d’oro più grande di un cavallo. Il leone apre e chiude la bocca e canta versetti di benvenuto. La pastorella è offerta in dono alla giovane duchessa e messa sulla tavola.

Non conosciamo lamenti sulla sorte di quelle donnette, bensì partite contabili che ci dicono qualcosa di più su di esse. Ci narrano come una duchessa mandasse a prendere una di quelle nane dalla casa paterna, come il padre o la madre la conducesse, e come essi venissero anche qualche volta a vederla, e ricevessero una mancia “au pere de Belon la folle, que estoit venu veoir sa fille...”. Tornava a casa il padre ben lieto e onorato del servizio a corte di sua figlia? Nel medesimo anno un magnano di Blois fornì due collari di ferro, uno “pour attacher Belon la folle et l’autre pour mettre au col de la cingesse de Madame la Duchesse”.

Come si procedesse con i dementi, risulta dalla relazione sul trattamento fatto a Carlo VI, che, essendo re, ebbe certamente delle cure ben diverse da quelle prodigate agli altri. Per cambiare biancheria al povero folle non s’era trovato di meglio che di farlo spaventare da dodici uomini tinti di nero, come se i diavoli venissero a prenderlo.

C’è tanta ingenuità nella durezza di cuore di quei tempi, che la condanna ci muore sulle labbra. Sul più bello di un’epidemia di peste che funestava Parigi, i duchi di Borgogna e di Orléans chiedono che si istituisca una corte d’amore a scopo di distrazione. Durante un intervallo dei terribili eccidî degli Armagnacchi nel 1418, il popolo di Parigi fonda nella chiesa di Sant’Eustachio, la confraternita di Sant’Andrea; preti e laici, tutti portano una corona di rose rosse; la chiesa ne è piena e odora, “comme s’il fust lavé d’eau rose”. Quando finalmente i processi contro le streghe, che nel 1461 avevano imperversato a Arras come un flagello infernale, furono aboliti, la cittadinanza celebrò la vittoria del diritto con una gara di “folies moralisées”: primo premio un giglio d’argento, quarto un paio di capponi; le tormentate vittime erano già morte da un pezzo.

Così cruda e così variopinta era la vita, che essa poteva aspirare in un medesimo istante l’odore di sangue e di rose. Il popolo, come un gigante dalla testa di bimbo, oscillava tra angosce infernali e i più ingenui piaceri, fra una crudele durezza e una singhiozzante tenerezza. Viveva sempre tra gli estremi: dalla completa rinunzia ai piaceri del mondo a un attaccamento frenetico alla ricchezza e ai godimenti, dall’odio più cupo a una bonarietà ridanciana.

Poco ci è rimasto del lato luminoso di quella vita: si direbbe che tutta la lieta dolcezza e serenità dell’anima del ’400 si sia immersa nella sua pittura e cristallizzata nella trasparente purezza della sua sublime musica. Spento è il riso di quelle generazioni; il suo naturale attaccamento alla vita e la sua gioia incurante rimangono soltanto nella canzone popolare e nella farsa. È sufficiente perché nella nostra nostalgia della bellezza di altri tempi si aggiunga anche il desiderio del secolo soleggiato dei Van Eyck. Chi però studi a fondo quell’epoca riesce soltanto a stento a tener fermo l’aspetto giocoso, perché al di fuori della sfera dell’arte regna il buio. Nei minacciosi ammonimenti dei sermoni, negli stanchi gemiti della letteratura, nelle monotone relazioni delle cronache e dei documenti, dappertutto grida il pittoresco peccato e piange la miseria.

I tempi posteriori alla Riforma non hanno più visto i peccati capitali dell’orgoglio, dell’ira e dell’avarizia nel sanguigno rigoglio e nella svergognata disinvoltura con cui andavano in giro tra l’umanità del quindicesimo secolo. Quell’orgoglio smisurato di Borgogna! E tutta la storia di quella stirpe, dal primo atto di bravura cavalleresca con cui si inizia la fortunata carriera del primo Filippo, all’amara invidia di Giovanni senza Paura e al nero desiderio di vendetta dopo la sua morte, al lungo splendore di quell’altro Magnifico, Filippo il Buono, fino alla pazza caparbietà per cui perisce l’ambizioso Carlo il Temerario, non è tutta un’epopea di orgoglio eroico? I loro paesi erano i più rigogliosi dell’Occidente: la Borgogna, grave di forza come il suo vino, “la colérique Picardie”, la Fiandra ricca e golosa. Sono i medesimi paesi dove fioriscono in tutto il loro splendore la pittura, la scultura e la musica e dove impera il più violento spirito di vendetta e dove una barbarica prepotenza si sfoga liberamente fra i nobili come fra i borghesi.

Di nessun peccato si fu più coscienti a quei tempi quanto dell’“avarizia” o cupidigia. Orgoglio e avarizia si possono contrapporre come il peccato del tempo antico e quello del tempo nuovo. L’orgoglio è il peccato dell’epoca feudale e gerarchica, in cui i possessi e le ricchezze sono poco mobili. Allora il potere non è ancora essenzialmente collegato colla ricchezza; è più personale, e per essere riconosciuto deve manifestarsi con grande apparato: un numeroso seguito di fedeli, ornamenti preziosi, un contegno pieno di sussiego. La coscienza di essere qualcosa di più degli altri viene di continuo alimentata dal pensiero feudale e gerarchico mercé forme espressive: omaggi e ossequi offerti in ginocchio, solenni prove d’onore, pompa maestosa, tutte cose che fanno apparire quella superiorità come qualcosa di molto reale e di legittimo.

La superbia è un peccato simbolico e teologico; le sue radici si perdono nel terreno di tutte le concezioni della realtà e della vita. Superbia era l’origine di ogni male; l’orgoglio di Lucifero il principio e la causa di ogni perdizione. Così aveva giudicato Sant’Agostino e così si continuò a credere: la superbia è la fonte di tutti gli altri peccati, è la radice e il tronco su cui essi crescono. Ma accanto al passo biblico che appoggiava questa concezione: A superbia initium sumpsit omnis perditio, ve n’era un altro: Radix omnium malorum est cupiditas. E riferendocisi ad esso, si poteva anche considerare l’avarizia come la radice di ogni male; poiché per cupiditas, che come tale non si trova nella serie dei peccati capitali, qui s’intendeva avaritia, come era detto anche in un’altra lezione del testo. Sembra che, soprattutto dal secolo XIII in poi, la convinzione che fosse la sfrenata avarizia a corrompere il mondo, abbia scacciato la superbia dal suo posto di primo e più fatale dei peccati nella valutazione della gente. L’antico primato teologico della superbia cede al sempre più forte coro di proteste, che imputano alla sempre crescente avarizia tutta la nequizia dei tempi. Quanto non l’ha maledetta Dante: la cieca cupidigia!

All’avarizia manca il carattere simbolico e teologico della superbia; essa è il peccato naturale e materiale, un istinto puramente terrestre. È il peccato di un’epoca in cui la circolazione del denaro ha trasformato e sconvolto le condizioni del potere. La valutazione della dignità umana diventa un calcolo aritmetico. Un campo molto più vasto si è ora aperto alla soddisfazione dei desideri sfrenati e all’accumulazione di ricchezze. E quelle ricchezze non hanno ancora la spettrale impalpabilità che il credito moderno ha conferito al capitale: è ancora il giallo oro che eccita la fantasia. E l’impiego del denaro non ancora ha il carattere automatico e meccanico del continuo investimento dei capitali: la soddisfazione sta ancora tra gli estremi dell’avidità e dello spreco. Nello spreco l’avarizia si sposa all’antico orgoglio: e questo era ancora più forte e vivo; l’idea feudale e gerarchica non aveva ancora perduto nulla del suo splendore; la gioia del lusso e della pompa, della sontuosità e magnificenza era ancora vermiglia.

Precisamente l’unione con l’orgoglio primitivo conferisce all’avidità o cupidigia del tardo Medioevo quel tono di immediatezza e di passionalità, di esasperazione che i tempi più recenti sembrano aver perduto completamente. Il Protestantesimo e il Rinascimento hanno dato all’avarizia un contenuto etico, l’hanno legalizzata in quanto utile fattore di prosperità. Le sue stigmate si attenuano a misura che la rinuncia a tutti beni terreni viene apprezzata con minor convinzione. Nel tardo Medioevo, invece, imperava ancora l’insoluto contrasto fra l’avarizia peccaminosa e la carità o la povertà volontaria.

Dappertutto risuonano, nella letteratura e nelle cronache di quell’epoca, l’amaro odio contro i ricchi e il lamento per l’avarizia dei grandi: nel proverbio come nel pio trattato. Qualche volta c’è come un vago presentimento della lotta di classe, che è in grado di esprimersi soltanto con i mezzi dello sdegno morale. In questo campo i documenti possono darci, altrettanto bene quanto le fonti narrative, l’esatta sensazione del tono della vita di quel tempo, poiché da tutti gli atti dei processi trapela la più sfacciata avarizia.

Nel 1436 il servizio divino in una delle più frequentate chiese di Parigi fu interrotto per ventidue giorni perché due mendicanti si erano azzuffati e un po’ di sangue aveva profanato la chiesa; e il vescovo non voleva riconsacrarla prima che i mendicanti gli avessero consegnato una certa somma, che i poveracci non avevano. Il vescovo, Giacomo du Châtelier, aveva la reputazione di essere “ung homme très pompeux, convoicteux, plus mondain que son estat ne requeroit”. Però, nel 1441 sotto il suo successore, Dionigi di Moulins, le cose erano al medesimo punto: per quattro mesi non si poté né seppellire né far processioni nel cimitero degli Innocenti, il più famoso e più ricercato di Parigi, perché il vescovo esigeva più di quanto la chiesa potesse procurare. Questo vescovo era detto “homme très peu piteux à quelque personne, s’il ne reçevoit argent ou aucun don qui le vaulsist, et pour vray on disoit qui’il avait plus de cinquante procès en Parlement, car de lui n’avoit on rien sans procès”. Bisogna tener dietro alla storia dei nuovi ricchi di quei tempi, di una famiglia d’Orgemont, ad esempio, in tutta la bassezza della sua taccagneria e litigiosità, per capire l’odio violento del popolo, l’ira dei predicatori e poeti che si sfogava continuamente contro i ricchi.

Il popolo non può capire la propria sorte e gli avvenimenti dell’epoca altro che come una successione ininterrotta di malgoverno e di sfruttamento, di guerre e di saccheggi, di carestia, miseria e pestilenza. Le forme croniche che la guerra soleva assumere, i torbidi continui nelle città e nelle campagne provocati da ogni sorta di malfattori, la perpetua minaccia di una giustizia dura e non degna di fiducia, e, in più, la paura opprimente dell’inferno, dei diavoli, delle streghe, alimentavano un senso di generale insicurezza, che era fatto per dare uno sfondo nero alla vita. Non soltanto la vita degli umili e dei poveri trascorreva nell’incertezza. Anche in quella dei nobili e dei magistrati i più gravi cambiamenti di fortuna e i continui pericoli sono quasi di regola. Matteo d’Escouchy, piccardo, è uno storico del genere che il ’400 ha prodotto in grande quantità: la sua cronaca, semplice, esatta, imparziale, piena di rispetto per l’ideale cavalleresco e imbevuta della tradizionale tendenza moralistica, ci fa pensare a un onesto scrittore che abbia dedicato il suo talento a un coscienzioso lavoro storico. Invece, che vita dell’autore ha rimesso in luce dai documenti l’editore di questa opera! Matteo d’Escouchy inizia la sua carriera di magistrato come consigliere, scabino, giurato, prevosto della città di Péronne fra gli anni 1440 e 1450. Sin dal principio lo troviamo coinvolto in una specie di faida colla famiglia del procuratore della città, Giovanni Froment, faida che si svolge in una serie di processi. Il procuratore procede contro d’Escouchy accusandolo ora di frode ora di assassinio, ora di “excès et attemptaz”. A sua volta, il prevosto perseguita la vedova del suo nemico con una inchiesta per stregoneria di cui essa era sospettata; ma la donna sa ottenere un mandato che costringe d’Escouchy a rimettere la sua inchiesta nelle mani della giustizia. L’affare giunge davanti al Parlamento di Parigi, e per la prima volta d’Escouchy conosce la prigione.

Sei volte ancora ve lo ritroviamo come accusato e una volta come prigioniero di guerra. Ogni volta si tratta di giustizia penale e più di una volta è messo in catene. La gara di reciproche accuse fra le due famiglie si fa più aspra fino a portare a una violenta zuffa, nella quale il figlio di Froment lo ferisce. I due assoldano dei sicarî per insidiarsi a vicenda la vita. Quando finalmente i documenti tacciono su questa lunga querela, ecco comparire altri guai. Questa volta il prevosto è ferito da un frate. Seguono nuove lagnanze, poi nel 1461 d’Escouchy va a stabilirsi a Nesles, a quanto sembra, perché sospettato di delitti. Ciò non gli impedisce però di far carriera: diventa “bailli, prevôt” di Ribemont, “procureur du roi” a Saint-Quentin; è fatto nobile. Dopo altri ferimenti, prigionie e ammende, lo troviamo militare; combatte nel 1465 per il re a Montlhéry contro Carlo il Temerario, ed è fatto prigioniero. Torna da un’altra campagna mutilato. Poi si sposa, ma ciò non significa affatto per lui l’inizio di una vita tranquilla. Lo ritroviamo arrestato sotto l’accusa di contraffazione di sigilli e condotto a Parigi “comme larron et murdrier”, implicato in una nuova faida con un magistrato di Compiègne, le cui azioni doveva inquisire; sottoposto alla tortura confessa la sua colpa, non può ricorrere in appello, è condannato, riabilitato e di nuovo condannato finché le tracce di quell’esistenza di odio e di persecuzione scompaiono dagli atti.

Ogni volta che seguiamo le vicende di personaggi menzionati nelle fonti di quell’epoca, ci sorge davanti una siffatta immagine di vita terribilmente agiata. Si leggano, per esempio, i particolari che Pietro Champion ha raccolto sul conto di tutti coloro che sono nominati o ricordati da Villon nel suo Testamento, o le annotazioni di Tuetey al giornale del Borghese di Parigi. Sono sempre processi, delitti, liti e persecuzioni senza fine. E questa è la vita di gente qualunque, che vien ricavata da atti giudiziari, ecclesiastici o da altri documenti. Le cronache come quella di Giacomo du Clerq, una collezione di misfatti, o il diario di Filippo di Vigneulles, cittadino di Metz, potrebbero forse darci un quadro troppo nero della loro epoca; e parimenti le “lettres de rémission”, che ritraggono la vita di tutti i giorni con tanta vivacità ed esattezza, appunto perché trattano di delitti, illuminano forse troppo esclusivamente i lati cattivi della vita. Ma qualsiasi assaggio, fatto su materiale ordinario, non fa che confermare le più fosche idee.

È un mondo cattivo. Il fuoco dell’odio e della violenza divampa, l’ingiustizia è potente; il diavolo copre colle sue ali nere una tetra terra. E l’umanità attende l’imminente fine d’ogni cosa. Ma gli uomini non si convertono; la Chiesa combatte invano e invano gemono e ammoniscono predicatori e poeti.


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