«Ho cercato di ricostruire, di chiarire e di spiegare una
lunga porzione della storia della civiltà in cui sono nato e
in cui ho vissuto; una civiltà della quale vorrei indicare
le condizioni in cui affronterà un futuro che certo non
indovino: lo storico, infatti, non è un indovino. Un futuro
che però spero europeo. Appartengo infatti a quella umanità
che vive e si realizza in una serie di cerchi concentrici:
locale-regionale, nazionale, europeo, umano universale.»
Le Goff, Jacques
(Tolone
1924). Storico francese. Succeduto a F. Braudel alla
direzione dell'Ecole des hautes études en sciences sociales
e condirettore delle "Annales", è uno degli storici più
letti e conosciuti in Europa. Autore di numerose sintesi (La
civiltà dell'Occidente medievale), i suoi interessi primari
si rivolgono alla storia delle culture e delle mentalità
(Gli intellettuali nel Medioevo, 1957, ed. it. 1981; Tempo
della chiesa e tempo del mercante; La nascita del
Purgatorio, 1981, ed. it. 1982; Il meraviglioso e il
quotidiano nell'Occidente medievale,1983; L'immaginario
medievale, 1985; L'Europa medievale e il mondo moderno,
1994).
Con
la rinascita culturale del secolo XII, che si accompagnava
ad un forte sviluppo demografico e alla ripresa in Europa
dei viaggi e degli spostamenti di massa, fece la sua
comparsa un nuovo tipo di intellettuale girovago, ostile
all'ordine costituito ed alla moralità del tempo: il
goliardo. Pur dipendendo, data la penuria di mezzi
materiali, dalla munificità di signori e prelati, i goliardi
si scagliarono con la loro poesia, spesso caustica e
volgare, contro un mondo feudale in progressivo
disfacimento. In epoca contemporanea, mentre il loro spirito
è stentatamente sopravvissuto in ambito universitario, il
loro nome è diventato sinonimo di buffonesco, scherzoso. In
questo brano Jacques Le Goff prova a tratteggiarne le
origini e a metterne a nudo l'ideologia, nonostante la
scarsa documentazione, spesso di parte avversa, che li
riguarda.
Da: J. Le Goff, Genio del Medioevo
Mondadori,
Milano, 1959;
Ma questi Goliardi, chi sono? Tutto sembra cospirare per
nasconderci il loro volto: l'anonimato che copre la maggior
parte di essi, le leggende che essi stessi hanno fatto
correre compiacentemente sul proprio conto, quelle che – tra
molte calunnie e maldicenze – hanno propagato i loro nemici,
e infine quelle inventate dagli eruditi e dagli storici
moderni, messi fuori strada da false somiglianze, accecati
da pregiudizi. Taluni ripetono le condanne dei concili, dei
sinodi e di certi scrittori ecclesiastici del XII e XIII
secolo. Questi chierici goliardici o vaganti sono trattati
da vagabondi, ribaldi, ciurmadori, buffoni; sono descritti
come zingari, pseudo-studenti; guardati ora con occhio
benevolo – bisogna pure che la gioventú si sfoghi – ora con
timore e disprezzo: perturbatori, spregiatori dell'Ordine,
come avrebbero potuto non essere pericolosi? Altri invece
vedono in essi una specie d'intellighenzia urbana, un gruppo
rivoluzionario aperto a tutte le forme di opposizione
dichiarata al feudalesimo. Dov'è la verità?
Stabilito che si ignora persino l'origine del termine
Goliardo – una volta scartate le etimologie fantasiose che
lo fanno derivare da Golia, incarnazione del diavolo, nemico
di Dio, o da gula, la gola, per fare dei suoi discepoli dei
mangioni e peggio (goliardus, ghiottone, parassita, lecheor
o leccatore), e una volta riconosciuta l'impossibilità di
identificare un Golia storico fondatore di un ordine di cui
i Goliardi sarebbero stati membri – ci rimangono alcuni
particolari biografici di certi Goliardi, delle raccolte di
poesie poste sotto il loro nome – individuale o collettivo,
carmina burana [cosí detti dal monastero germanico di
Benediktbeuren, dove furono trovati] – e i testi dei
contemporanei che li condannano o criticano.
Non v'è dubbio che essi abbiano costituito un gruppo in seno
al quale la critica della società qual era a quei tempi si
sviluppava con compiacenza. Noi non possiamo dire se essi
siano d'origine urbana, contadina o anche nobile; ma è certo
che sono prima di tutto dei vagabondi, tipici rappresentanti
di un'epoca nella quale lo sviluppo demografico, il
ridestarsi del commercio, la costruzione delle città fanno
scricchiolare e scoppiare le strutture feudali, gettano
sulle strade maestre o raccolgono nei loro quadrivi, che
sono le città, uomini spostati, audaci o disgraziati. I
Goliardi sono il frutto di questa mobilità sociale
caratteristica del XII secolo. Che questi individui siano
sfuggiti alle strutture stabilite è un primo scandalo per
gli spiriti tradizionalisti. L'Alto Medioevo s'era sforzato
di legare ogni uomo al suo posto, al suo lavoro, al suo
ordine, alla sua condizione. I Goliardi sono degli evasi.
Evasi senza mezzi, essi formano nelle scuole urbane quei
nuclei di studenti poveri che vivono d'espedienti, si
adattano a divenire domestici dei loro condiscepoli ricchi,
vivono di mendicità, giacché, come dice Evrardo il Tedesco,
«se Parigi è un paradiso per i ricchi, per i poveri è una
palude avida di preda», ed egli piange sulla Parisiana
fames, la fame dei poveri studenti parigini.
Talvolta, per guadagnarsi la vita, essi diventano giocolieri
o buffoni, da che derivano senza dubbio i nomi con cui
spesso vengono indicati. Ma bisogna anche pensare che la
parola joculator, giocoliere, è in quei tempi l'epiteto con
cui vengono insultati tutti coloro che appaiono pericolosi e
che si vorrebbe tagliar fuori dalla società. Un joculator è
un «rosso», un ribelle...
Questi studenti poveri, che non sono legati né da un
domicilio fisso, né da alcuna prebenda, né da alcun
beneficio, se ne vanno cosí all'avventura, avventura
intellettuale, seguendo il maestro che li ha entusiasmati,
accorrendo verso quello di cui si parla, spigolando di città
in città l'insegnamento che viene impartito in ciascuna di
esse. Formano cosí il corpo di un vagabondaggio scolastico
anch'esso caratteristico di questo XII secolo, e
contribuiscono a conferirgli il suo aspetto avventuroso,
impetuoso, ardito. Ma non formano una classe. Di origini
diverse, nutrono ambizioni diverse. Certo, hanno scelto lo
studio a preferenza della guerra, ma i loro fratelli sono
andati a ingrossare gli eserciti, le truppe delle Crociate;
depredano lungo le strade d'Europa e d'Asia e metteranno a
sacco Costantinopoli. Se tutti criticano, taluni, molto
probabilmente, sognano di diventare come quelli contro cui
rivolgono le loro critiche. [...] Tutti sognano un mecenate
generoso, una grassa prebenda, una vita comoda e felice. Piú
che a cambiare l'ordine sociale, essi sembrano aspirare a
divenirne nuovi beneficiari.
Ciò non toglie che nelle loro poesie essi attacchino
aspramente questa società. È difficile negare per taluna di
tali composizioni il carattere rivoluzionario posto in
rilievo da certi critici. Il gioco, il vino, l'amore: ecco,
per cominciare, la trilogia che essi cantano di preferenza,
il che ha sollevato l'indignazione delle anime timorate del
loro tempo, ma ha piuttosto inclinato all'indulgenza gli
storici moderni. [...]
È significativo che la poesia goliardica se la prenda –
assai prima che ciò divenga un luogo comune della
letteratura borghese – con tutti i rappresentanti
dell'ordine dell'Alto Medioevo: l'ecclesiastico, il nobile,
persino il contadino.
Nella Chiesa i Goliardi prendono per bersagli favoriti
coloro che, socialmente, politicamente, ideologicamente,
sono piú strettamente legati alle strutture della società:
il papa, il vescovo, il monaco. [...]
A dispetto della loro importanza, i Goliardi sono stati
respinti ai margini del movimento intellettuale. Essi hanno
certamente proposto temi pieni di possibilità avvenire, i
quali, tuttavia, nel corso della loro lunga carriera, si
attenuarono notevolmente; hanno rappresentato nel modo piú
vivace un ambiente desideroso di affrancarsi; hanno lasciato
in eredità al secolo veniente molte idee di morale naturale
e di libertinaggio, sui costumi o lo spirito, nonché la
critica religiosa che ritroveremo nell'ambiente
universitario, nella poesia di Rutebeuf [poeta francese
morto all'incirca nel 1285], nel Roman de la Rose di Jean de
Meung [poeta francese che portò a compimento fra il 1275 ed
il 1280 il celebre poema cominciato da Guillaume de Lorris]
e in talune proposizioni condannate a Parigi nel 1277. Ma il
XIII secolo li ha visti scomparire. Le persecuzioni e le
condanne li hanno colpiti, le loro stesse tendenze a una
critica meramente distruttrice non ha permesso loro di
trovare il proprio posto nel cantiere universitario che
spesso trascuravano per afferrare le occasioni di una vita
facile o per darsi al vagabondaggio, e la fissazione del
movimento intellettuale in centri organizzati, le
Università, ha alla fine fatto dileguare questa razza di
erranti.