LA STORIA OGGI
di Jacques Le Goff
Non siamo figli di Carlo Magno
Da dove viene l’Europa? Il corpo nel MedioevoPer parlarvi della scienza
storica oggi, partirò da un testo di Marc Bloch nella sua Apologia per la storia
o il mestiere dello storico. La storia non è solamente una scienza in cammino. È
anche una scienza nell'infanzia: come tutte quelle che hanno per oggetto lo
spirito umano, questo ritardatario nel campo della conoscenza razionale. O per
meglio dire, invecchia sotto la forma embrionale del racconto, a lungo ingombro
di finzioni, ancor più a lungo legato agli eventi più immediatamente
comprensibili essa resta, come impresa ragionata d'analisi, sempre giovane. Da
quando può datarsi la sua comparsa come impresa ragionata? Sono dell'avviso
dello storico tedesco Reinhart Koselleck che nella sua opera pubblicata nel
1979, Vergangene Zukunft (Il futuro passato), sostiene che la storia è una
nozione e una disciplina nata nella seconda metà del XVIII secolo. È un prodotto
dei Lumi allo stesso titolo che le nozioni di politica, di religione e
d'economia fino ad allora sconosciute. La scienza storica ha conosciuto una
lunga preistoria fino alla comparsa del termine nella Grecia antica nel senso di
ricerca, inchiesta più che risultato di questa, narrazione fino alla
composizione nel V secolo dell'era cristiana delle Storie di Erodoto, il “padre
della storia”. Bernard Guenée ha potuto scrivere nel 1980 una eccellente Storia
e cultura storica nell'Occidente medievale, ma non c'è storia ragionata nel
Medioevo. L'umanesimo del XVI secolo ha suscitato una duplice spinta alla
riflessione storica. Da una parte il ricorso alla morale, all'etica della storia
considerata magistra vitae, maestra di vita. In questa linea si colloca
Montaigne sempre in cerca dell'“umana condizione”. «Gli storici sono al centro
del mio interesse. L'uomo in generale di cui cerco la conoscenza, vi pareva più
vivo e più intero che in nessun altro luogo». D'altra parte certi autori della
fine del XVI secolo reclamano una storia che non dimentichi alcuna conoscenza
importante, da qui il concetto di storia perfetta che, in un contesto e con un
contenuto completamente diversi, evoca quella che sarà l'ambizione di storia
totale o globale della rivista Annales e l'esigenza di svilupparlo.
TRE ACQUISIZIONI
I Lumi e il XIX secolo hanno rappresentato un taglio epistemologico che ha
costituito la storia come scienza, ma ciò si è fatto ad un tempo in una
prospettiva propriamente scientifica, razionale, e in una prospettiva ideologica.
Questa è stata quella del progresso collegato all'evoluzionismo. La storia aveva
un senso, il progresso rimpiazzava la provvidenza e conservava alcuni dei mali
peggiori della teleologia e peggio ancora, per una maggioranza d'occidentali del
XIX secolo e per una maggioranza di storici, il progresso s'identificava con la
nazione, nella prospettiva di una escatologia nazionalista pericolosa e
soffocante. Credo di poter distinguere tre acquisizioni principali della scienza
storica nel XIX secolo. La prima è l'elaborazione di metodi d'erudizione - la
costituzione di archivi, di istituzioni culturali quali l'Ecole nationale des
chartes in Francia, e i Monumenta Germania historica in Germania, a Monaco, ai
quali aggiungerei l'Istituto storico italiano per il Medioevo a Roma, oggi
brillantemente diretto da Girolamo Arnaldi - la definizione dei documenti come
fonti della storia, la messa in piedi di tecniche dette scienze ausiliarie della
storia, fra le quali la cronologia; per cui non si dirà mai abbastanza che non
c'è storia senza cronologia. Bisogna anche dire con forza che questa erudizione,
questi metodi critici restano e resteranno una base essenziale della scienza
storica e del lavoro dello storico. Questa formazione distingue anche lo storico
professionale dallo storico amatoriale. Ma dal XIX secolo la pratica divenuta
tradizionale dell'erudizione ha portato ad un disseccamento della critica
storica. Questa si è focalizzata sulla ricerca del falso e ha avuto la tendenza
a ridursi quando la critica del documento doveva rispondere a questioni assai
più larghe e più ricche.
LA STORIA È LA SCIENZA DEL PASSATO?
La seconda acquisizione è stata l'elaborazione di una definizione che ha
permesso alla storia di prendere pienamente il suo posto nell'insieme delle
scienze umane e sociali del XX secolo. La definizione è di Fustel de Coulanges
(1830-1889) ed è stata sostenuta e completata da Marc Bloch nella prima metà del
XX secolo: “la storia è la scienza degli uomini nella società dei tempi”. I tre
termini sono egualmente importanti e la loro forza deriva dalla loro messa in
rapporto. Oggetto della storia sono gli uomini e le donne viventi e agenti con
tutto il loro essere (corpi, sensibilità, mentalità compresi) in tutti i campi
(vita quotidiana, vita materiale, tecniche, economia, società, credenze, idee,
politiche eccetera) secondo i loro caratteri individuali ma anche e soprattutto
collettivi, da qui l'importanza dello studio delle strutture sociali e del loro
funzionamento. Sottolineo ancora “nei tempi”. L'importanza fondamentale per lo
storico della dinamica delle società e della storia come scienza del movimento e
del cambiamento. Non c'è storia immobile. La storia si trova così definita come
una scienza della vita (si può considerare Michelet come il padre di questa
concezione), di uomini viventi e dunque mutevoli. Non posso trattenermi dal
citare una celebre frase di Marc Bloch. «Sono gli uomini che lo storico vuole
afferrare. Chi non li raggiunge non sarà altro che un manovale dell'erudizione.
Il bravo storico, lui, assomiglia all'orco delle favole. Là dove fiuta carne
umana, là è la sua selvaggina». A quale altra definizione si oppone questa
definizione umana, sociale della storia? A questa: “La storia è la scienza del
passato”. Il commento di Marc Bloch è senza appello: «L'idea stessa che il
passato, in quanto tale, possa essere oggetto di scienza è assurdo. Fenomeni che
non hanno altro carattere comune che di non essere stati contemporanei, senza
distacco preliminare come possono divenire materia di conoscenza razionale?».
Insistiamo, la storia non è la scienza degli uomini del passato e nel passato, è
la scienza degli uomini nei tempi, nel cambiamento. La terza acquisizione della
scienza storica nel XIX secolo è piuttosto un blocco che un'acquisizione vivente.
Risulta da una abdicazione dello storico davanti al documento, da un ingemuo
ottimismo nel potere del documento, una volta che la sua autenticità è stata
stabilita, di imprigionare la conoscenza storica. In questa evoluzione della
scienza storica, l'influenza di Marx fu molto limitata, prima perché il suo
bagaglio storico era abbastanza limitato e soprattutto perché la storia nella
posterità marxista fu sommersa e completamente pervertita dal marxismo-leninismo.
Gramsci ricordò vanamente che nell'espressione materialismo storico la parola
importante fosse storico in quanto scientifico e non materialismo in quanto
metafisico.
LA DERIVA POSITIVISTA E L'EREDITÀ DEGLI ANNALI
All'inizio del XX secolo i limiti, le derive di questa storia erudita e
storicista che si andava chiamando positivista, evenemenziale, storicizzante,
suscitarono sempre più critiche e desideri di rinnovamento. Il movimento fu
europeo con un'eco negli Stati Uniti. Vi parteciparono soprattutto lo storico
belga Henri Pirenne (1862-1935), lo storico-filosofo italiano Benedetto Croce
(1896-1952), autore della celebre frase: «Ogni storia è contemporanea» che
critica lo storicismo in una prospettiva ad un tempo idealista e marxista e
fonda l'Istituto per gli studi storici, affidandolo alla direzione di Federico
Chabod, l'olandese Johan Huizinga (1872-1945), il rumeno Nicolae Iorga
(1871-1932), la rivista tedesca Zeitschrift fur sozial und wirtschaftsgeschichte,
l'Istituto per le ricerche storiche di Londra (1921) e l'Istituto di studi
comparativi delle religioni di Oslo (1925). Il suo punto culminante fu la
creazione a Parigi da parte di Marc Bloch e Lucien Febvre della rivista Annales
d'histoire economique et sociale (1929). Prima di abbozzare un bilancio
dell'eredità degli Annali per la storia di oggi sottolineo che la rivolta contro
la storia positivista del XIX secolo, gesto capitale, ha avuto per bersaglio
essenziale i concetti del documento, dell'avvenimento, del fatto storico come un
tutt'uno. Contrariamente all'ingenua credenza degli storici positivisti ci si è
resi conto che, secondo la frase di Paul Veyne, “la storia deve essere una lotta
contro l'ottica imposta dalle fonti”, e Michel Focault ne “la messa in dubbio
del documento” ha definito la storia come ciò che trasforma il documento in
monumento cioè invece di decifrare le tracce lasciate dagli uomini la storia
dispiega una massa di elementi che si tratta di isolare, di ragguppare, di
rendere pertinenti, di mettere in relazione, di costituire in insieme (L'archéologie
du savoir, 1969). Più fondamentalmente l'avvenimento, il fatto storico non sono
dati dalle fonti allo storico. Sono la sua costruzione. La storia diventa così
definitivamente una scienza che, come tutte le scienze, deve creare il suo
oggetto. Vengo infine alla situazione attuale della scienza storica. Cosa resta
dell'eredità degli Annali? Anzitutto il campo definito dal titolo. La storia
economica e sociale. Ma la storia economica è stata svalutata dall'affossamento
del marxismo e dall'impotenza dell'economia ad insinuarsi in una problematica
storica. L'instaurarsi di un dialogo tra la storia e le scienze sociali è stato
limitato dall'indifferenza delle scienze sociali (sociologia, etnologia,
antropologia) ai tempi e all'evoluzione storica.
L'orizzonte di una storia totale o globale che non ha niente a che vedere con
l'affermazione che tutto è nel tutto e reciprocamente e che non s'è confusa con
una storia universale al posto della quale Michel Focault ha suggerito di
elaborare una storia generale, tanto che Pierre Toubert e io stesso proponiamo
la scelta di oggetti globalizzanti (il Purgatorio, San Luigi). Gli Annali hanno
anche messo alla base del percorso la storia-problema, ponendo alla base di una
ricerca e di una riflessione storica un problema e non un fatto o un tema. Gli
Annali hanno insisitito sullo studio delle strutture ma secondo una prospettiva
dinamica che rifiuta uno strutturalismo indifferente ai tempi e che non oppone
il collettivo all'individuale. Infine Marc Bloch in particolare ha assegnato
alla storia lo studio delle relazioni reciproche tra passato e presente, meglio
definito come l'attuale. Chiarire il presente attraverso il passato come pure il
passato attraverso il presente è diventato l'oggetto della storia. Nella sua
opera e nella sua vita, Marc Bloch ha dimostrato lo stretto legame che unisce lo
storico, l'amatore di storia e il cittadino.
LA REALTÀ DEI FATTI E LA LORO ECO NELLA COSCIENZA
Tra il 1950 e il 1980 diversi complementi importanti sono stati portati alla
scienza storica nella linea degli Annali. Fernand Braudel ha attirato
l'attenzione sulla necessità di situare la riflessione storica nella lunga
durata. Io credo che il congegno dei tempi della storia è più complesso e mette
in causa una maggiore pluralità di tempi storici. Bisogna tornare a Marc Bloch:
«il tempo umano (…) si dimostrerà sempre ribelle all'implacabile uniformità come
alle divisioni rigide del tempo dell'orologio. Ha bisogno di misure accordate
alla variabilità del suo ritmo e che per limite accettano spesso, perché così
vuole la realtà, di non conoscere che zone marginali. È solamente al prezzo di
questa plasticità che la storia può sperare di adattare, secondo le parole di
Bergson, le sue classificazioni alle linee stesse del reale, che è, propriamente,
il fine ultimo di ogni scienza». E aggiungo, una storia che confronterà sempre
il tempo misurato al tempo vissuto. Approfondendo il dialogo con l'etnologia,
gli storici usciti dagli Annali hanno elaborato una antropologia storica
definita come un atto di totalizzazione o piuttosto di messa in relazione dei
diversi livelli della realtà prefigurata nella storia dei costumi di
Tocqueville. Egualmente questi storici hanno costruito una storia delle
mentalità, delle rappresentazioni, dell'immaginario. Ormai la realtà storica è
l'unione di due ante: la realtà dei fatti e della loro eco nella coscienza,
realtà fattuale e realtà immaginaria. E la storia delle mentalità si duplica di
una storia dei valori, delle idee-forza riflesse nelle coscienze e nei
comportamenti, una storia intellettuale e delle mentalità che prende il posto
della vecchia storia delle idee, la Geistesgeschichte tedesca. Ma non bisogna
esagerare la portata della nuova storia delle mentalità, essa non pesa
sull'evoluzione storica come una causalità primaria. Molti storici disarcionati
dall'affondamento dell'economia come causalità primaria generale sono ripiegati
sulle mentalità per tenere il ruolo. È un altro sbaglio. Nel contempo un nuovo
campo si è affermato nella storia: la storia culturale utilizzata come causalità
storica generale. La spiegazione della storia e dell'evoluzione storica
attraverso la cultura è un errore comparabile all'antica causalità economica
anche se la nozione di storia culturale fornisce un ponte con l'antropologia e
ha permesso di integrare più facilmente realtà umane che l'idea di
civilizzazione integrava meno bene.
TRE PUNTUALIZZAZIONI
Malgrado questi arricchimenti la storia espressa dagli Annali ha dato a partire
dal 1980 circa sempre più segni di soffocamento, meglio d'esaurimento ed è stata
l'oggetto di una convergenza di critiche che le rimproverano di schiacciare gli
uomini sotto le strutture, di tendere a una storia immobile e di sacrificare la
specificità della storia alle astrazioni delle scienze sociali al di fuori del
tempo. Questa crisi della storia degli Annali si inscrive in una più ampia crisi
della storia in generale. Discuterne supererebbe largamente il poco tempo che
resta. Mi accontenterò di tre puntualizzazioni. Se si intende per crisi la
destrutturazione di un sistema e la fase di disordini e turbolenze che, secondo
la concezione gramsciana, prepara la costruzione di un nuovo sistema e che è più
ricca di promesse e di inviti allo sforzo intellettuale che di scoraggiata
contemplazione delle rovine, allora sì, la storia è in crisi ma preferisco
parlare di mutamento poiché ciò riguarda l'avvenire mentre il termine crisi è
rivolto verso un passato di cui bisogna riconoscere le eredità viventi ma dal
quale bisogna sapersi sottrarre per costruire meglio senza nostalgia, con
lucidità, critica costruttiva e volontà. Se dico che questa crisi è legata a
quella delle scienze sociali nel loro insieme e questa a quella della nostra
società e del nostro sapere complessivo non è voler “stancare l'avversario”, ma
è definire l'ampiezza del problema e del compito e sottolineare che non si può
agire di ritocchi e sotterfugi ma che è tutto un blocco storico e scientifico
che si tratta di prendere di petto. Il problema non è sfuggito al comitato di
direzione degli Annali che nel numero del marzo-aprile 1988 ha pubblicato un
testo intitolato “Storia e scienze sociali: un tornante critico?”. È arrivato il
momento, scrivevamo, di rimescolare le carte e abbozzavamo nuovi metodi,
citandone due tra gli altri: “Le scale d'analisi” e “la scrittura della storia e
nuove alleanze”, in altri termini ripensare e ridefinire una pratica
dell'interdisciplinarietà. E concludevamo: «il momento non ci pareva venuto per
una crisi della storia di cui alcuni accettano troppo comodamente l'ipotesi.
Abbiamo in compenso la convinzione di partecipare a un nuovo giro di carte
ancora confuso, che bisogna definire per esercitare domani il mestiere di
storico». Ho la sensazione che non siamo ancora usciti da questa fase ma credo
che stiamo prendendo meglio coscienza del carattere generale di un mutamento che
oltrepassa la storia. Come stupirsene quando si professa una concezione della
storia che la pratica in tutto lo spessore e la profondità delle realtà umane?
Ho trattato altrove delle vicende che sembrano occultare l'eredità degli Annali,
vicende della storia politica, dell'avvenimento della storia-racconto, della
biografia e del soggetto. Per finire permettetemi d'enumerare senza sviluppare,
non ne ho più il tempo - i principali compiti della ricerca storia - numerosi e
maggiori in questi tempi di mutamento delle scienze sociali, della società e del
sapere. Allacciare nuove relazioni con le scienze sociali. Auguro il costituirsi
di un'antropologia storica raggruppante storia, sociologia e antropologia
animate dalla ricerca e la spiegazione del cambiamento delle società nel tempo
su tutti i piani. Questa scienza dovrebbe restare in stretto contatto con la
geografia perché una delle linee di rinnovamento della storia si dovrà
realizzare attraverso ricerche sui tempi, gli spazi e le loro dinamiche. La
storia deve ritrovare un oggetto sintetico e spezzare la catastrofica
frammentazione in storia politica, sociale, economica, culturale, storia
dell'arte, del diritto, eccetera. La semantica storica, chiarendo i termini e i
concetti, al di là di una filologia inerte, in una prospettiva di trasformazione
e di creazione, deve permettere una rilettura ripulita dei documenti. Lo studio
delle fonti deve continuare a farsi al di là dei testi trasformando in documenti
di storia le immagini, i risultati dell'archeologia, le gesta, i paesaggi
eccetera. Bisognerà un giorno pensare a tappare i buchi, le lacune della
documentazione e a costruire una storia dei silenzi. Questo compito implica una
rigenerazione completa delle scienze ausiliarie e una esplorazione della
produzione storica della memoria. La scienza storica deve appropriarsi e
adattarsi ai nuovi strumenti informatici apportatori di scoperte e di conquiste.
La storia deve prendere ormai insieme le serie di fatti e di rappresentazioni.
La storia è fatta tanto di immaginario che di realtà positive. La storia
comparata augurata da Marc Bloch deve svilupparsi in una prospettiva di storia
generale. Per questo deve disoccidentalizzarsi e creare strutture attente alle
storie latenti o altre. La storia deve più che mai avere per oggetto gli uomini
e la vita, integralmente ma secondo approcci razionali e critici. La storia
recente ha lanciato la memoria all'assalto della storia. La storia dovrà
continuare a nutrirsi di memoria, produttrice di vita, ma separare la buona
memoria appassionata di verità dalla cattiva, corrotta dalle passioni aggressive
e corrotte, soprattutto nazionaliste. È necessario che la storia cessi di essere
ciò che Hegel chiamava un fardello per realizzare la funzione di mezzo di
liberazione del passato che gli assegna Girolamo Arnaldi. Essa dovrà cercare di
mordere razionalmente sull'avvenire, compito che le impone lo scacco della
futurologia e lo scatenamento delle elucubrazioni divinatorie vecchie e nuove
per prolungare prudentemente la padronanza dei tempi al di là del passato e del
presente e per cercare di rispondere più pienamente alla domanda: «A che serve
la storia?». A rispondere razionalmente all'interrogativo: «Chi siamo? da dove
veniamo? dove andiamo?».
Compito immenso, esaltante. Torno all'inizio. La scienza storica è in fasce.
Grandi speranze le sono concesse. Al lavoro! E come lavorare meglio che in
questa città che possiede l'esperienza di grandi rinnovamenti, di grandi
rifondazioni dall'antichità al cristianesimo e ai diversi rinascimenti?