Il libro nero del comunismo (Le Livre noir du communisme:
Crimes, terreur, répression, 1998, a cura dello storico del
comunismo Stéphane Courtois) è una raccolta di saggi sugli
stati comunisti e su crimini e abusi compiuti dai regimi di
tali stati. I saggi sono scritti da diversi accademici e
ricercatori del CNRS francese.
Recensione di M. Flores
pubblicata per l'edizione del 1998
Un libro che esce in traduzione dopo che la versione
originale è stata accompagnata da polemiche continue e
accese rischia di appiattirsi su quelle polemiche. "Il libro
nero del comunismo "è stato molto dibattuto ma poco letto. E
ciò, probabilmente, ha permesso quel successo di pubblico
che Mondadori spera di ripetere, grazie anche al prezzo
politico con cui lo lancia sul mercato italiano.
La discussione, in effetti, si è concentrata sul titolo del
libro, sulla fascetta che ne ha accompagnato la
distribuzione, sull'introduzione del curatore dell'opera,
Stéphane Courtois. Il fuoco della polemica è stato
costituito dal "numero" delle vittime del comunismo e dal
confronto di queste con quelle del nazismo, per riproporre
una comparazione tra i due grandi totalitarismi di questo
secolo.
Nei saggi che compongono il volume, in effetti, si parla
molto di numeri. Essendo dedicati alla ricostruzione dei
"crimini, terrore e repressione" che hanno accompagnato la
storia dei partiti comunisti, come recita il sottotitolo, è
evidente che il tema della quantità delle vittime non poteva
che essere al centro della riflessione. Nei saggi, tuttavia,
questo problema è parte di una più ampia analisi dei
meccanismi istituzionali e ideologici su cui il potere
comunista ha fondato la propria politica repressiva.
I contributi dell'opera sono fortemente diseguali, sia come
spazio e complessità storiografica che come coerenza
interpretativa e ricchezza documentaria. Il più importante,
tra tutti, e anche il più bello, è quello di Nicolas Werth
sull'Unione Sovietica. Al cui fianco porrei, per la
profondità dei giudizi e l'uso articolato delle fonti,
quello sulla Polonia di Andrzej Paczkowski. Di grande novità
e spessore è anche il saggio di Jean-Louis Margolin sul
comunismo asiatico (Cina, Vietnam, Laos e Cambogia), anche
se l'ottica "repressiva" è qui probabilmente troppo
unilaterale e non sempre capace di collegarsi a un disegno
storico più complessivo della storia del comunismo in quei
paesi. Del tutto insoddisfacente è l'ultima parte del libro,
dedicata al "terzo mondo", sia per l'approssimazione della
ricostruzione fattuale che per il modello interpretativo e
metodologico che la sottende. Da dimenticare, infine, le
cento pagine della seconda parte dedicate al Comintern,
assolutamente inadeguate, tanto come documentazione quanto
sul piano delle ipotesi interpretative, rispetto alla
letteratura esistente (e non giova certo al confronto la
contemporanea pubblicazione in Francia dell'ultima fatica di
Pierre Broué, dedicata proprio alla Terza Internazionale).
L'interrogativo da cui muove Werth per analizzare il terrore
e la repressione dell'epoca bolscevica e di quella
staliniana riguarda il ruolo del "crimine" nel sistema
comunista. La dettagliata ricostruzione dell'attività
poliziesca e ideologica finalizzata alla distruzione di
coloro che erano individuati come nemici del regime
evidenzia così gli elementi di continuità nella pratica
repressiva e le diverse fasi in cui essa manifestò
differenze qualitative oltre che, ovviamente, quantitative.
Lungi dal proporre sconvolgenti rivelazioni sull'uso della
violenza di stato nella storia dell'Urss, benché adoperi con
intelligenza gli studi recenti basati sulla nuova
documentazione archivistica adesso disponibile, Werth
propone uno schema interpretativo basato sulla
giustapposizione e diversificazione dei cicli repressivi: il
primo, che si dispiega tra il 1917 e il 1922 e abbraccia al
suo interno l'intera guerra civile; il secondo,
caratterizzato dall'offensiva contro i contadini nel
contesto della battaglia interna ai vertici del partito; poi
il Grande Terrore del 1936-38, seguito dalla repressione del
tempo di guerra (1940-45) e infine gli ultimi anni del
dominio staliniano, fino alla morte del dittatore.
Del primo ciclo Werth sottolinea il carattere largamente
spontaneo della violenza diffusa, strumentalizzata dal
potere bolscevico per rafforzarsi e approntare le
istituzioni repressive del regime, ma anche l'inizio di
quella "deliberata offensiva" contro i contadini che nei
decenni seguenti costituirà il cuore dell'intera politica di
violenza statale. È solo nel secondo ciclo, tuttavia, che si
giunge a quel processo di istituzionalizzazione del terrore
come forma di governo che segnerà in modo indelebile lo
stalinismo; mentre la "novità" del Grande Terrore sarà
quella di concentrare in pochi mesi l'85 per cento delle
condanne a morte pronunciate dai tribunali speciali
dell'epoca staliniana, ricorrendo a una repressione casuale
finalizzata a soddisfare, in modo barbaro e cieco, la
pianificazione delle vittime stabilite dal centro. Gli anni
di guerra videro invece l'ingresso massiccio, nella spirale
del terrore, di gruppi nazionali ed etnici ritenuti
inaffidabili o nemici. Verrà infatti utilizzata la pratica
della deportazione di massa come strumento di
sovietizzazione dei nuovi territori geografici incorporati
nell'impero. La ricostruzione postbellica, infine, sarà
caratterizzata da una recrudescenza della repressione
sociale che porterà il sistema del gulag al massimo della
sua espansione quantitativa, segnando anche, però, l'inizio
della crisi di un universo concentrazionario troppo
ipertrofico e non più economicamente redditizio Werth
affronta un tema che ha caratterizzato da sempre gli studi
di storia sovietica, e cioè il rapporto di continuità e di
possibile prefigurazione tra il ciclo leninista e quello
staliniano. Egli considera incomparabili i due contesti
storici, l'uno caratterizzato dalla guerra e da uno scontro
sociale generalizzato e l'altro dall'offensiva intenzionale
anticontadina (la maggioranza della società) in un paese
pacificato; ma ritiene che l'esercizio del terrore come
strumento al servizio del progetto politico risulti centrale
e non transitorio già dall'epoca della rivoluzione e
nell'elaborazione di Lenin. Pur sottolineando gli elementi
di somiglianza tra le varie fasi e i fenomeni che
suggerirebbero un disegno pianificato e unico di
utilizzazione del terrore, Werth individua con forza anche
le forti rotture tra i diversi cicli, nonché il caos e
l'improvvisazione che accompagnano la spirale repressiva;
indicando anche nel gulag una fonte di contraddizioni più
che l'ordinato e univoco volto "nero" dello stalinismo.
Si può adesso tornare all'introduzione, anche se ciò
significa tralasciare un'analisi più precisa degli altri
saggi del volume. Ma il rapporto tra questi e
l'interpretazione forte e univoca suggerita da Courtois è
troppo importante per non spendere qualche parola a
riguardo: tenuto conto, del resto, della distanza da questa
introduzione che gli stessi Werth e Margolin hanno
vigorosamente preso all'apparizione del libro in Francia.
Il saggio sull'Urss, come si è visto, ha offerto una
periodizzazione interna alla storia "criminale" del
comunismo sovietico, mostrando i rapporti di continuità e
discontinuità tra le varie fasi e sottolineando le
somiglianze e diversità dell'approccio repressivo e
terroristico tra le istituzioni dell'epoca di Lenin e
Stalin. Courtois, al contrario, insiste per una radicale
decontestualizzazione dei "crimini", indicando nel terrore
criminale non già un aspetto fondamentale del comunismo da
affiancare con maggiore rilevanza a quelli più volte
suggeriti dalla storiografia (l'economia pianificata, il
sistema monopartitico, l'ideologia statale), ma la vera e
unica essenza del comunismo ovunque sia andato al potere, e
non solo. Questa conclusione non è soltanto sfasata e
irriducibile ai risultati delle analisi e interpretazioni
presenti nell'intero volume: è un contributo forte e
intenzionale a quella storiografia "monocausale" che gli
studi sul comunismo hanno sempre suscitato con particolare
frequenza.
È l'interpretazione di Courtois, tuttavia, più dei
contributi scientifici a cui fa da prefazione, che, grazie
all'amplificazione dei media, ha maggiori possibilità di
diventare senso comune. Anche se è certo merito del suo
fondamentalismo interpretativo il rilievo di cui il libro ha
goduto e il successo che ha avuto. Una contraddizione che
non giova alla conoscenza storica, ma che gli storici, e non
solo loro, dovrebbero meditare con attenzione.