Massimo
Viglione (1964) è docente presso la cattedra di Storia
moderna dell'Università di Cassino. Tra i numerosi lavori si
segnalano: La Rivoluzione francese nella storiografia
italiana dal 1790 al 1870 (Colletti, Roma 1991) e Rivolte
dimenticate. Le insorgenze degli italiani dalle origini al
1815 (Città Nuova, Roma 1999).
Le insorgenze
Una grande panoramica dell'intera questione dell'Insorgenza
italiana, condotta secondo il criterio del racconto
documentato e dettagliato dei fatti all'interno del loro
contesto generale (geografico e politico). Scopo del testo è
la ricostruzione puntuale dell'intero fenomeno, come primo
gradino per una presa di coscienza di una pagina
fondamentale della storia italiana.
"Il giacobinismo domina da cinquant'anni la nostra storia
repubblicana, non per gli aspetti del terrore, ma certamente
nella mentalità".
Massimo VIGLIONE
Il popolo contro i giacobini
Bisogna subito intendersi sul termine: che cosa sono le
insorgenze?
"C'è una data chiave nella storia delle insorgenze - spiega
Viglione - ed è quella del 1796, l'anno in cui Napoleone
invade l'Italia. Da quel momento fino al 1799, mentre
l'invasione si allarga verso il Sud sboccando nei tragici
fatti di Napoli, gli italiani sono insorti in armi contro i
giacobini italiani che appoggiavano le istanze della
Rivoluzione francese".
Fu un fenomeno circoscritto?
"Tutt'altro. Gli insorti furono, alla fine, oltre
trecentomila, e i numeri delle perdite subite sono ancor più
eloquenti: ne morirono almeno centomila, ma forse furono
molti di più. Lo storico Rodolico riporta una lettera del
generale Thiéboult, uno degli ufficiali che stava insieme
allo Championnet, dove dichiara che nei cinque mesi della
Repubblica partenopea sono morti 60 mila italiani nella
guerra insurrezionale. Ma attenzione: parla soltanto di
uomini combattenti e non considera donne e bambini. Le
stragi compiute dai francesi furono inaudite, a Isernia in
un giorno furono passate a fil di spada 1500 persone..."
Migliaia di persone insorgono contro Napoleone e i
giacobini. Eppure molti storici sostengono che la «reazione»
fu opera del popolo ottuso sobillato da clero e nobiltà,
appoggiati dalla delinquenza locale.
"Questo è uno stereotipo che non regge più. La popolazione
era cosciente che Napoleone non costituiva un invasore come
gli altri, tant'è vero che gli italiani gli invasori quasi
mai li hanno combattuti. Aveva capito che il francese veniva
a sconvolgere con le istanze rivoluzionarie una civiltà da
secoli cristiana e monarchica. Sulla questione del
brigantaggio le porto un esempio che viene da Parigi: quando
nella capitale francese arrivò la notizia che la regione
Vandea non era d'accordo nel diventare atea e repubblicana,
che si rifiutava di massacrare i cattolici, tutti i vandeani
vennero chiamati briganti: donne, vecchi, bambini, nobili,
ricchi, tutti. Fu un escamotage ideologico per dire: tutti
quelli che non stanno con noi, sono delinquenti. In Italia
questo era più difficile perché a ribellarsi non fu una
piccola regione, ma tutte quante, eccetto la Sicilia. Non
era facile far passare tutto il popolo italiano per
brigante..."
Lei parla di controrivoluzione e ci vede un fenomeno
anzitutto cattolico di difesa civile.
"Sì, fu anzitutto un evento cattolico. Ma non bisogna
meravigliarsi: i francesi coi giacobini hanno fatto fuggire
un papa, hanno arrestato il suo successore, hanno serrato le
chiese, violentato le suore, fatto strage di frati e di
monache, hanno calpestato le ostie consacrate, hanno portato
fino in fondo una politica di laicizzazione dello stato in
una società ancora impregnata dalla cultura della
Controriforma. Agli italiani giunse l'eco di quel che era
accaduto qualche anno prima in Vandea, quindi è ovvio che
l'insurrezione partisse prima di tutto in difesa della
religione. Le loro bandiere erano quelle papaline anche
fuori dallo stato pontificio, le loro grida di guerra "Viva
Gesù", "Viva Maria", il vero emblema della rivolta italiana,
tant'è che gli stessi storici di parte laicista e marxista
chiamano "Viva Maria" gli insorgenti della Toscana e della
Liguria che portavano sui loro berretti lo stemma della
Madonna".
Lei documenta la rivolta regione per regione, fornendo
un'ampia documentazione. Quest'anno cade il bicentenario
della rivoluzione partenopea. Una parte della storiografia
insiste nel dire che la «reazione» vinse sui giacobini
grazie ai patti sottobanco del cardinale Ruffo con la
delinquenza locale. Due giorni fa Maria Antonietta
Macciocchi sul «Corriere» ha addirittura documentato un caso
di stupro perpetrato dalle truppe del Cardinale a danno di
un convento di suore...
"Quando cade il regno di Napoli e il re scappa in Sicilia,
il cardinale Ruffo prende, va a Palermo e dice al sovrano:
io vi riconquisto il regno, datemi dei soldati. Il re lo
prende per pazzo e per toglierselo di torno gli dà una nave
e otto uomini. Il Ruffo riparte e sbarca a Pizzo Calabro,
sotto Scilla, il 7 febbraio 1799. All'inizio, dunque, erano
in otto: una settimana dopo se ne contavano 1500, due mesi
dopo decine di migliaia. È innegabile che nel mezzo ci
fossero anche i furfanti, ma esistono lettere di Maria
Carolina che invitano il Ruffo e i suoi ufficiali a
impiccare i briganti. La vastità della rivolta dimostra
semmai l'attaccamento popolare al re e alla religione. Ciò
non toglie che vi possa esser stato anche opportunismo da
parte dei sovrani e del Ruffo..."
Per decenni ci hanno raccontato una storia della
Repubblica dove i cattivi stavano da una parte e i buoni
dall'altra. Poi, in anni recenti, si è imposto il concetto
della «guerra civile» e anche sulla resistenza italiana sono
emersi lati molto dubbi. Lei sostiene che sulle insorgenze è
accaduto qualcosa di molto simile, un muro di silenzio che
tuttavia comincia a cadere.
"Fino agli anni Trenta erano fatti documentati dagli
storici. Il primo a raccontarle, del resto, fu lo stesso
Vincenzo Cuoco che su questo punto non mente: siamo stati
travolti dagli insorgenti, scrive. Poi, all'inizio di questo
secolo, se ne occupavano storici come Colletta e Papi e
anche risorgimentisti come Tivaroni, Lemmi, Fiorini, Rota e
soprattutto Giacomo Lumbroso e Nicolò Rodolico. Con la
seconda guerra mondiale e la vittoria ideologica di una
certo mondo universitario ed editoriale italiano non se ne
parla più".
Qual è la ragione di questo silenzio?
"Le rigiro la domanda: si può accettare dal punto di vista
della verità storica che l'insorgenza cattolica e monarchica
ebbe l'appoggio di centinaia di migliaia d'italiani
schierati contro gli ideali della Rivoluzione francese,
quando si sa benissimo che la pecca più grande del
Risorgimento fu proprio la passività del popolo? Il
risorgimento testimonia, come fenomeno d'élite, ciò che è il
problema di tutti i rivoluzionari in ogni tempo: il popolo
non è mai con loro. Eleonora de Fonseca Pimentel, stretta
d'assedio dai Lazzari, scrive allo Championnet: sbrigati a
venire a Napoli, perché questi ci ammazzano tutti. La sua
lettera si chiude con queste parole: non la nazione, ma il
popolo è contro i francesi. È una frase impressionante,
perché equivaleva a dire: noi trenta, chiusi qui dentro,
siamo tutta la nazione, i quattro milioni che stanno fuori
sono il popolo e non valgono niente".
È il noto pregiudizio degli intellettuali...
"Degli intellettuali di sinistra, precisiamo; che sono
contro il popolo, perché il popolo non li segue.
Recentemente è uscito un lavoro dell'Istituto Gramsci
diretto da Anna Maria Rao: è la prima volta che la cultura
filogiacobina prende posizione su questo argomento. Come
mai? Non posso non arrivare a concludere che siccome da
vent'anni si sono moltiplicati gli studi anche la sinistra
ha deciso di prendere posizione non potendo più occultare il
fenomeno. Ma ancora una volta il pregiudizio ideologico la
vince: le insorgenze avvennero per motivi localistici, per
fame, fu una rivolta sociale contro gli sfruttatori, nella
quale la religione ebbe un ruolo secondario. Non sarà,
invece, che a scatenare la rivolta fu l'attacco alla civiltà
italiana, in quanto profondamente cattolica?".