Quando i crociati entrarono a Costantinopoli, nel 1204,
trovarono una civilta' in sfacelo. Il 13 aprile del 1204 l'
esercito della quarta crociata espugno' Costantinopoli.
Baldovino, conte di Fiandra, s' attribui' il titolo di re:
finiva, temporaneamente, d' esistere, l' Impero romano d'
Oriente.

In citta' , i soldati s' abbandonavano al
saccheggio e allo stupro, profanavano i palazzi e le chiese,
rovesciavano i mercati e le mense. La gente fuggiva,
terrorizzata. Fra costoro, c' era un uomo che questa
sciagura l' aveva prevista da tempo. Si chiamava Niceta
Coniata: era stato governatore, oratore di corte, giudice
del Velo. Quando la distanza glielo consenti' , si getto' al
suolo, e, piangendo - in un empito di disperazione dantesco
- rimprovero' le mura di "rimanere in piedi", insensibili al
pianto. Si compiva una tragedia immensa. Come era potuto
accadere che un secolo tanto prospero e ricco per Bisanzio,
come il secolo dodicesimo, si concludesse in tal modo? La
risposta a questa, e a molte altre domande, e' nelle pagine
luminose e fosche di una narrazione cronologica (Grandezza e
catastrofe di Bisanzio) tra le piu' affascinanti che siano
mai state scritte. Il suo autore, l' uomo prostrato al
suolo, volle che coprisse gli eventi di cento anni. Di
alcuni possedeva la tradizione orale e scritta; di altri -
il regno di Andronico, quello di Isacco Angelo - era stato
testimone con i suoi occhi. Convinto che la storia fosse
nelle mani di Dio (Dio interviene nella storia: punisce,
giudica, talvolta e' sordo ai lamenti), pensava, altresi' ,
che molto, nel compiersi di codesto destino, dipendesse
dalle buone o dalle cattive intenzioni, dalla volonta' dell'
uomo. Secondo il suo giudizio, e quello di chiunque avesse
la capacita' di intendere (benche' , spesso, gli uomini
tendano a non vedere il male che si dissimula nel bene, il
vizio accanto alla virtu' ), i cittadini della favolosa
citta' in riva al Bosforo, risplendente d' ori, argenti,
marmi, capitale di un impero ben amministrato e ricco, erano
preda ormai ineluttabile di un animale mostruoso, nutrito
dai peggiori sentimenti: la corruzione, l' adulazione, la
menzogna, l' avidita' . Tutti erano corrotti: la corte, i
burocrati, il clero. La porpora imperiale era intrisa di
crudelta' sanguinaria. I burocrati adulavano senza freno:
erano falsi, ingiusti, servili. I vescovi, e i monaci dei
mille monasteri, erano nemici di Dio. La folla era come il
vento: oggi acclamava un idolo, domani avrebbe lastricato di
ingiurie, fisiche e verbali, il cammino del suo supplizio. E
tutti denunciavano tutti: i fratelli si dovevano guardare
dai fratelli, i padri dai figli. Neppure il sonno era ignaro
di dolore e dolce, privo di affanno: "appena si posava sulle
palpebre, volava via", cacciato dalle immagini ingannevoli,
dagli spaventosi incubi del giorno. Nella prefazione all'
opera, Alexander Kazhdan suggerisce di leggere la Storia di
Niceta come un accumulo di anelli a catena: stereotipi,
replicati nel tempo, dei fatti e della figura umana. Questo
ripetersi ha qualcosa di inquietante e grandioso. Il lettore
assiste a incoronazioni e deposizioni, usurpazioni e
complotti. Vede la gloria dei potenti sorgere e cadere.
Conosce particolari dedizioni alla ferocia e al vizio, alla
debolezza e all' inganno. Tuttavia, difficilmente
riuscirebbe a distinguere - nella memoria - fra un
usurpatore come Isacco Comneno e un usurpatore come Alessio
Brana; fra un protosebasto corrotto e un altro; fra un
patriarca corrotto e un patriarca pio. Certo, le figure
degli imperatori si stagliano nel prospetto dell'
iconografia bizantina frontale e immobile; contribuiscono
grandemente (animati dalla penna acuta, amorevole e scettica
di Niceta) a muovere il gran corteo dei volti scavati, delle
barbe ravvolte, degli occhi infuocati e spenti: insieme a
quello delle imperatrici dissolute, delle concubine, delle
etere. Ma il loro tentativo di isolarsi sulla scena del
mondo sembra destinato a fallire in partenza; ad essere
riassorbito: in una estenuazione del male destinata a durare
all' infinito. La corte, del resto, e' lo specchio fedele
della dissoluta immobilita' del mondo. I Normanni o i
Crociati, gli eserciti ribelli dei Valacchi e dei Bulgari,
le fazioni degli usurpatori e i mercenari al soldo, fanno
tremare le mura di Nicea e Salonicco, insanguinano la Serbia
e la Tracia, l' Armenia e la Cilicia: nelle sale ombrose dei
palazzi di corte (collegati da gallerie e cunicoli degni di
una planimetria di Borges) la depravazione non conosce
riposo. Cosa importa che l' imperatore sia il sedicenne
Alessio, Andronico o Isacco Angelo? La lussuria consente a
vecchi grinzosi di unirsi a bambine di undici anni "dalla
pelle di rosa e i seni dritti"; promuove unioni incestuose;
sfrenatezze, per le quali non bastano unguenti, preparati
derivati da schifosi animali del Nilo. Le truppe si
massacrano. Dagli assedi giungono notizie di violenze
inaudite. I barbari che vengono dall' Occidente - ma anche i
ribelli, gli stessi latini - stuprano le donne, orinano
sugli altari, profanano le immagini sante, sgozzano gli
inermi e gli sconfitti. Cosa importa che l' imperatore sia
Andronico o Isacco Angelo? Egli puo' manifestare coraggio o
indolenza, impazienza o distacco, ira nella mascella
tremante, compassione nelle pupille inebetite. Perche' il
potere gli viene direttamente da Dio; e, a chi lo critica,
puo' rispondere che "ai regnanti e' lecito fare ogni cosa e
che fra Dio e il sovrano, nel governo delle cose terrene,
non c' e' mai un contrasto inconciliabile, l' opposizione
che in generale vi e' tra il si' e il no". Infatti, egli
puo' piombare sugli abitanti di una qualunque citta' come
una fiera sulle greggi; e spezzare il collo alle greggi,
tagliare mani e piedi, divorare le viscere, cavare gli
occhi. Puo' insanguinare i mari e i fiumi. Disseminare
cadaveri a grappoli, essiccati al sole: come quegli
spauracchi che i contadini lasciano nei campi, e muove il
vento. Oppure puo' dimenticare i suoi soldati, le cure, gli
affanni, e andarsene a caccia; e, magari, perire per un
agguato, nella caccia. O puo' attendere: spiare nervosamente
il futuro. E pregare la Vergine Maria, di cui e' devoto; San
Paolo, di cui e' devoto. E banchettare, intanto: divorare
montagne di selvaggina, cesti di pesci, otri di vino. E,
magari, promulgare leggi per diminuire le tasse, proteggere
i naufraghi, costruire opere pubbliche, restaurare le
chiese. Pagine indimenticabili colmeranno il lettore della
"Narrazione" di stupore e sgomento. Egli vedra' l' incedere
solenne dei patriarchi nelle processioni sacre, lunghe un
giorno, dal monastero di "Pantepoptes" a Santa Sofia: la
regina delle chiese, "immagine del firmamento in terra".
Vedra' la folla tremante e incerta, barricata proprio in
quella chiesa, al seguito di una usurpatrice donna: Maria;
raccolta attorno agli altari soffusi di incenso, sui quali
talvolta le icone piangono. Assistera' a lapidazioni piu'
crudeli di quella alla quale fu sottoposto il martire
Stefano. Nell' ippodromo, o al teatro, vedra' usurpatori
impalati, teste mozzate, giovanetti innocenti e spauriti
sospinti dalle lance al rogo. Vedra' imperatori prosternarsi
e baciare i piedi dei patriarchi. Imperatori accecati.
Portati in trionfo su un cavallo rognoso. Appesi per i piedi
a un gancio - eppero' ancora vivi, capaci ancora, a testa in
giu' , di dire a chi si avvicinava per inferire l' ultimo
colpo: "Kyrie eleison... Perche' spezzate una canna gia'
infranta?". Vedra' foschi prodigi: l' apparire in cielo di
una cometa, nella forma di un serpente attorcigliato in
spire orrende, la bocca spalancata a inghiottire la terra.
Penetrera' nel buio delle cisterne. Vedra' apparire lettere
oracolari nell' acqua livida delle cisterne. Vedra' il buio,
reclamato fino al momento della morte, da un funzionario
potentissimo e crudele - eppero' effeminato, incapace di
resistere al sonno. Tutto questo, e altro, vedra' .
Finalmente, con Niceta, non potra' non convenire "che la
furia di quel tempo era insopportabile" - per quel tempo,
come potrebbe esserlo oggi - poiche' "era facile vedere
nello stesso giorno la stessa persona incoronata e
decapitata, esaltata e oltraggiata". E perche' Dio,
sicuramente, volgeva gli occhi da quel "mare in tempesta"
che era l' impero; dalla citta' sovrana, alla quale l'
imperatore era abbarbicato, come "un gigantesco polipo a uno
scoglio".
Il libro di Niceta
Coniata "Grandezza e Catastrofe di Bisanzio" (Narrazione
cronologica, volume II, libri IX - XIV) a cura di Anna
Pontani, e' edito da Mondadori - Lorenzo Valla.