Come
è stato possibile che intellettuali sensibili, colti e
dotati di spirito critico abbiano potuto appoggiare, durante
il secolo scorso, regimi repressivi e votati alla negazione
dei più elementari diritti umani? E’ la domanda che continua
a porsi Paul Hollander. Come è successo che personaggi del
calibro di Pablo Neruda, Jean-Paul Sartre, Susan Sontag,
George Bernard Shaw e tanti altri siano rimasti affascinati
dalla Russia staliniana, dalla Cina maoista o dalla Cuba
castrista, ignorandone completamente i difetti e le
storture. E come ancora oggi vi siano affermati
intellettuali che guardano con condiscendenza se non con
simpatia ai fondamentalisti islamici che predicano l’odio e
la distruzione dell’occidente.
Paul Hollander è uno storico ungherese che a questi temi ha
dedicato buona parte della sua vita di studioso. Nato in
Ungheria all’inizio degli anni Trenta, di famiglia ebrea, fu
costretto durante la Seconda guerra mondiale a nascondersi
per sfuggire alle persecuzioni naziste. Visse l’arrivo
dell’Armata Rossa come una liberazione, rimanendo
sinceramente affascinato dal comunismo. “Ne ero attratto –
racconta – perché lo identificavo con l’Unione Sovietica, ed
erano i soldati dell’Unione Sovietica ad aver liberato
l’Ungheria dalla truppe naziste”. L’illusione però dura ben
poco. Nel 1948 il Cremlino impone con la forza un regime
autoritario alle strette dipendenze da Mosca, e il clima nel
paese cambia rapidamente: gli avversari politici vengono
sottoposti a processi farsa, ogni spazio di libertà viene
soppresso. Sono vietati film e libri occidentali e imposto
il culto di Stalin e del suo discepolo ungherese, Mathias
Ràkosi. Il nonno di Hollander prima della guerra era un
ricco commerciante: “Una mattina – ricorda lui – un
poliziotto in motocicletta si presentò a casa nostra per
consegnarci l’ingiunzione di lasciare Budapest entro
ventiquattro ore”. Deportato in un paesino dell’Ungheria
orientale a duecento chilometri di distanza dalla capitale,
vive il dramma dell’esilio e l’umiliazione della continua
sorveglianza politica, alla quale si unisce il divieto di
ogni attività culturale e sociale. Nel 1953 viene richiamato
sotto le armi dove, classificato come politicamente
inaffidabile, è costretto a seguire ripetuti seminari di
rieducazione politica. Solo nel 1955 riuscirà a tornare a
Budapest, grazie a un permesso di soggiorno che può ottenere
perché ha iniziato a lavorare come muratore per una ditta di
costruzioni. L’anno successivo i carri armati russi
stroncano la giovane rivoluzione ungherese. Hollander decide
di lasciare il paese. Il 19 novembre passa clandestinamente
il confine con l’Austria e da qui raggiunge la Gran
Bretagna. “Fu la migliore decisione della mia vita”,
racconta. Ma fuggito nelle braccia delle libere società
occidentali da un sistema repressivo e totalitario,
Hollander scopre proprio che un settore considerevole della
classe intellettuale occidentale è seriamente impegnato
nella difesa del sistema sovietico e nella demonizzazione
della propria. “In un certo senso – ci racconta – ero
affascinato dal loro orientamento di sinistra. Allo stesso
tempo mi irritava. Mi misi a cercare di capire la loro
cecità”.
Nel 1981 pubblica uno dei suoi libri più importanti,
tradotto in Italia dal Mulino con il titolo “Pellegrini
politici. Intellettuali occidentali in Unione Sovietica,
Cina e Cuba” (1988). E’ un ritratto impietoso della classe
intellettuale occidentale.
Hollander mette in discussione la credenza assai diffusa
secondo cui una caratteristica fondamentale degli
intellettuali sia la difesa della libertà e la loro
disposizione critica. Al contrario, i resoconti dei viaggi
compiuti nei paesi socialisti mostrano una predisposizione a
farsi ingannare da burocrati di partito esplicitamente
incaricati di falsificare la realtà a uso e consumo dei
visitatori, da zelanti funzionari travestiti da operai che
mostrano un’assoluta conoscenza delle opere del marxismo, o
da villaggi modello costruiti ad arte e immediatamente
smantellati dopo il passaggio del visitatore.
Seppur riconoscendo che le manipolazioni delle esperienze
dei visitatori ne avevano senza dubbio influenzato i
giudizi, Hollander giunse alla conclusione che a essere
decisivi non furono gli inganni, ma la predisposizione con
la quale intellettuali affrontavano la realtà: “Noi volevamo
ingannarvi – disse molti anni dopo un comunista cinese a una
delle vittime delle sue mistificazioni – ma voi volevate
essere ingannati”. Per capire questa predisposizione, prima
di tutto bisogna guardare alle condizioni storiche che vi
fecero da sfondo. La crisi economica a cavallo tra gli anni
Venti e gli anni Trenta, così come quella degli anni
Cinquanta e le proteste contro la guerra del Vietnam, il
razzismo, il consumismo e la burocratizzazione nei primi
Settanta contribuirono a dare forma a un diffuso malessere e
un forte senso di alienazione rispetto alle società
occidentali, e alla ricerca di modelli alternativi. L’Unione
Sovietica, Cuba e poi la Cina fornivano questi modelli,
grazie al combinarsi con l’universale fascino del messaggio
socialista.
Le difficoltà economiche e sociali sono però solo una parte,
e marginale, della spiegazione, e non la più importante. “Le
società capitaliste – ha scritto Hollander – suscitano
l’ostilità degli intellettuali soprattutto perché non
possono soddisfare i loro bisogni di senso e di progetto
nella vita, e si tratta, come si può vedere, di qualcosa che
scatena l’ostilità che è abbastanza diversa dalla scoperta
dello sfruttamento e di altre forme di ingiustizia sociale.
Così la critica sociale alienata è spesso o in parte una
reazione alla frustrazione dell’impulso religioso (o della
ricerca di senso) di cui il critico attribuisce la
responsabilità all’ambiente sociale”. Eliminata la categoria
della trascendenza, l’intellettuale occidentale, specmachio
di un’epoca che si voleva secolarizzata, tentava di
rintracciare in diversi modelli sociali la risposta a quelle
esigenze che la sua società non gli permetteva di
realizzare. La ricerca non avrebbe dato buoni risultati:
disinnamoratisi a partire dagli anni Cinquanta della Russia
comunista, avrebbero cercato conforto nella Cina, poi nella
Cuba castrista, poi nel Nicaragua, nell’Albania e via di
seguito.
A contribuire all’accecante innamoramento per i sistemi
socialisti fu poi secondo Hollander anche uno straordinario
senso di colpa per le supposte mancanze della società
occidentale, che non tardò a manifestarsi in una vera e
propria avversione per il sistema occidentale nel suo
complesso.
Non a caso il tema dell’antiamericanismo si rivelerà più di
recente un nuovo campo di studio per lo storico ungherese.
Alla radice di questo fenomeno vi è secondo Hollander
soprattutto una radicale avversione verso la modernità, che
l’America simboleggia in tutti i suoi pregi e i suoi
difetti. Si tratta di un fenomeno che ancora una volta
riguarda in primo luogo gli intellettuali e coloro che ne
vengono influenzati, come dimostra il fatto che il
radicalizzarsi del sentimento antiamericano non diminuisce
in nessun modo il costante e anzi crescente numero di quanti
aspirano a vivere proprio negli Stati Uniti.
Hollander è in un certo senso sinceramente affascinato da
come l’infatuazione politica abbia privato molti
intellettuali della loro capacità di discernere e di
esercitare le loro facoltà critiche, contribuendo al
radicarsi di un doppio standard morale con il quale
giudicare la propria società e quella che si indicava come
modello di riferimento, e determinando una “propensione a
farsi ingannare” che fu abilmente sfruttata dai
propagandisti dei regimi socialisti. Il libro sui
“Pellegrini politici” si chiudeva con un interrogativo
inquietante sugli effetti che la denigrazione della società
di occidentali da parte degli intellettuali avrebbe avuto
sul lungo periodo: “Gli intellettuali contribuiranno – si
chiedeva – volontariamente o involontariamente, alla
distruzione delle loro società relativamente libere, a causa
delle loro illusioni su altre società e a causa delle loro
ricorrenti fantasie su nuove forme di liberazione e
realizzazione collettive”?
Oggi Hollander, davanti alla sfida posta all’occidente
dall’islam radicale, vede in parte realizzarsi queste
previsioni: “Gran parte degli intellettuali – ci dice – non
hanno sufficientemente a cuore le società a cui
appartengono, e non sono preparati a difenderle. Ma il
radicalismo islamico è una minaccia ben più seria del
comunismo, in quanto è molto più irrazionale e fanatico. I
comunisti non compivano attentati suicidi, non c’era il
culto della morte e del martirio” Se alla base
dell’atteggiamento tiepido nei confronti del radicalismo
islamico vi è un’avversione verso la società occidentale che
è simile a quella degli intellettuali socialisti nel secolo
scorso, altrettanto importanti sono le caratteristiche
peculiari della situazione attuale, che ha determinato una
forma di antiamericanismo secondo Hollander prima
sconosciuta. Vi è innanzitutto l’inedita identificazione
degli Stati Uniti, e di tutto ciò che ha a che fare con
l’America, con un elemento demoniaco e non solo con
l’ingiustizia sociale, la corruzione o lo sfruttamento
economico. E’ una fase nuova che a dire il vero si manifesta
a partire dai primi anni Novanta, e che con l’11 settembre
ha avuto solo il suo apice, costringendo però lo stesso
Hollander alla ridefinizione delle categorie concettuali
delle quali si era servito precedentemente. “Nella mia
definizione originaria – scrive in un saggio del 2004 – non
avevo valorizzato il fatto che il sentimento antiamericano
potesse culminare nella violenza politica. A quel tempo la
maggior parte delle forme di antiamericanismo apparivano in
larga parte retoriche o comunque espresse in modi che non
avevano nulla a che fare con l’assassinio di massa”. Il
secondo aspetto è la convergenza tra fondamentalisti
islamici e antiamericani occidentali, fenomeno che manifesta
la sua prima evidenza nella richiesta di “non giudicare” i
terroristi e in quella di “comprenderli”.
Hollander constata come a partire dai giorni immediatamente
successivi agli attentati di New York e Washington,
l’antiamericanismo abbia trovato nuovo vigore nel tentativo
degli intellettuali occidentali di spiegare gli eventi
cercandone le cause profonde nell’atteggiamento degli stessi
Stati Uniti. In questo si è verificata anche una inedita
consonanza tra destra e sinistra: “Noam Chomsky, Norman
Mailer, Susan Sontag o Gore Vidal – ha scritto Hollander nel
novembre del 2002 – non avrebbero molto da dissentire dal
leader della destra radicale ungherese Istven Csurka”,
quando questi, dopo l’attentato contro le Torri gemelle, si
è chiesto come gli americani si potessero aspettare che i
popoli oppressi non reagissero alle “umiliazioni, gli
sfruttamenti e i massacri portati avanti in Palestina”. La
chiave di questa convergenza, per Hollander, è ancora in un
odio verso gli Stati Uniti tanto profondo che rende
possibile sorvolare su ogni altro elemento. “Il flirt della
sinistra coi fondamentalisti islamici ha infatti questo di
interessante, che – dice Hollander – i valori di questi
ultimi sono tutto il contrario di quello che la sinistra ha
sempre predicato e sostenuto. Abbiamo intellettuali di
sinistra che, mentre si dicono sostenitori del secolarismo
occidentale, simpatizzano con movimenti fanatici e
rigidamente religiosi e con sistemi di pensiero che
discriminano le donne, reprimono orientamenti sessuali non
convenzionali e praticano i più barbari sistemi di politica
criminale”. Come nel caso degli intellettuali che
magnificavano il comunismo vivendo nei liberi paesi
occidentali, vi è una profonda schizofrenia tra l’ideologia
predicata e quella effettivamente vissuta, solo che ora si
tratta di un fenomeno considerevolmente più marcato. Nessuno
degli intellettuali che flirtano con il fondamentalismo
accetterebbe mai di vivere sotto un regime radicale
islamico, dove verrebbe probabilmente riservato loro
trattamento ben peggiore di quello di cui godono in
occidente. Del resto, sono molto rari i casi di
intellettuali che non si limitano a sostenere questi
movimenti politico-religiosi ma che si convertono
effettivamente all’islam. Per Hollander è una nuova conferma
di come l’odio sia una forma potente di formazione della
credenza politica, molto più della classe, l’etnia, la
nazionalità o un qualche interesse materiale. Il frutto più
compiuto di queste ultime riflessioni si trova nel volume
“The end of commitment”, uscito due anni fa negli Stati
Uniti, e all’interno del quale si incrociano molti dei temi
della produzione dello storico ungherese. E’ in un certo
senso una continuazione di “Pellegrini politici” scritta
all’ombra degli attentati dell’11 settembre.
L’oggetto dell’attenzione di Hollander sono questa volta i
processi di disillusione politica che hanno portato gli
intellettuali comunisti verso il ripensamento della loro
adesione ideologica. Il libro ha un precedente illustre ed
esplicitamente riconosciuto, quel “Il dio che è fallito”
pubblicato all’inizio degli anni Cinquanta con le
testimonianze tra gli altri di Arthur Koestler, André Gide e
Ignazio Silone.
Ma la parte probabilmente più interessante è quella che
Hollander dedica a coloro che nonostante tutte le smentite
della storia, le riprove del fallimento della loro adesione
ideologica, le sofferenze subite a volte sulla propria
pelle, non hanno rinnegato nulla di quello in cui avevano
creduto, continuando pervicacemente a sostenere sistemi
politici relegati dagli eventi negli archivi polverosi della
storia. Hollander, che nulla concede al politically correct
(“la forma più diffusa dell’intolleranza istituzionalizzata
nell’alta educazione americana”) non risparmia strali agli
intellettuali occidentali che non solo non hanno ritenuto di
dover rinnegare la loro adesione al comunismo, ma che oggi
ancor più di prima rimangono ancorati all’acceso
antiamericanismo che a questa adesione stava sotteso. E che
hanno trovato nell’11 settembre la conferma di tutti i loro
preconcetti nei confronti dell’America, imputando alla
politica estera americana crimini assai più gravi degli
attentati terroristi di bin Laden e di al Qaeda. Hollander,
formidabile osservatore della realtà, come ogni descrittore
onesto è anche cosciente del punto fino al quale ritiene di
potersi spingere. La ragione più profonda di certi fenomeni
di fascinazione politica è per lui uno di questi. Il modo
migliore per descriverli – ha affermato in varie occasioni –
è quello di collocarli tra le immortali espressioni
dell’irrazionalità umana, che include quella di lasciarsi
accecare da un odio logorante.