Dal Diario 1939-1945 di Pierre Drieu La Rochelle si evince
la complessità e la finezza del pensiero politico dello
scrittore francese, audace interprete di una geopolitica
trasversale ancor oggi attualissima.
Proprio nel Journal, Drieu La Rochelle si lamenta del
rifiuto da parte della Revue de Paris di pubblicare un suo
contributo sulle comuni origini giacobine di nazismo,
stalinismo e fascismo.
Le radici giacobine dei totalitarismi presenta un Drieu La
Rochelle per molti aspetti insolito ed insospettato
antifascista, come sottolinea Calogero Carlo Lo Re, curatore
dell’edizione italiana. In ogni caso, un Drieu La Rochelle
sempre inviso ai reazionari e radicalmente antiborghese,
intelligentemente anticonformista ed anticonservatore,
grande intellettuale nel contempo di destra e di sinistra.

Presentazione di Carlo lo Re
Per ben inquadrare nel corpus del pensiero di Pierre Drieu
La Rochelle (1893-1945) le riflessioni sulla comune genesi
giacobina di nazismo, fascismo e comunismo che qui
presentiamo occorre a nostro avviso necessariamente rifarsi
alle pagine politiche del diario (1) dello scrittore
transalpino. Se Gilles (2) è il capolavoro letterario di
Drieu La Rochelle, il Diario 1939-1945 rappresenta senza
dubbio il punto più alto del suo lavoro d’analisi della
realtà politica, l’occasione per addentrarsi nel percorso e
esistenziale e speculativo dello scrittore francese,
percorso ben difficile da comprendere se non considerando
come unità inscindibile vita, arte, esperienze politiche.
Alle prese col Journal, la prima domanda che è ragionevole
porsi riguarda il perché della scelta di Drieu La Rochelle
di scrivere un diario, forma espressiva che il francese non
apprezzò mai eccessivamente. Nella lunga ma essenziale
introduzione Julien Hervier — l’“intervistatore” di Ernst
Jünger (3) — avanza l’ipotesi che il diario rappresenti
l’ideale continuazione di Gilles, nel quale viene
ricapitolata l’esistenza dello scrittore fino a poco prima
dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il diario
rappresenterebbe quindi il tentativo di non disperdere le
proprie sensazioni di fronte alla guerra in attesa del
ritorno dell’ispirazione necessaria a scrivere un romanzo di
levatura pari al capolavoro.
Fermo restando che anche nel Diario siamo in presenza di una
cifra artistica altissima, impiegata per descrivere la
disperante quotidianità e le più ardite architetture
geopolitiche, la meschinità dell’ambiente collaborazionista
e le pagine definitive della filosofia politica dell’autore,
gli orrori della guerra e le avventure galanti, anche e
soprattutto queste centrali per comprendere il pensiero di
Drieu La Rochelle nel suo complesso. Perché anche al lettore
più disattento non sfuggirà il grande spazio che in quegli
schizzi di memoria Drieu La Rochelle dà alla descrizione
minuziosa delle presenze femminili nella sua vita (ed
intelligentemente Hervier dedica quasi metà
dell’introduzione ad analizzare i rapporti di Drieu con le
sue mille donne).
Ma perché la donna è il “pensiero dominante” dello scrittore
francese? Forse il ruolo delle donne e della sessualità
nella vita di Drieu La Rochelle si può comprendere se —
facendo uno sforzo di onestà umana ed intellettuale — si
considera che l’uomo è fondamentalmente desiderio di
Infinito, di Eterno e che la donna è in terra un surrogato
di Dio, ciò che più ci appare simile all’Assoluto. Solo così
si può spiegare la turbinosa vita sentimentale di Drieu La
Rochelle, che in gioventù si congedava dall’amante per
recarsi subito dopo al bordello (afferma Emil Cioran che
l’uomo suona alla porta del postribolo perché cerca Dio).
Ma amaramente nota Hervier come l’ultima parola spetti
sempre alla solitudine. E, del resto, Drieu dà tragica
testimonianza — specie nella vicenda del cancro mortale di
Emma Besnard — dell’incapacità di non tradire come marchio
indelebile della pulce umana, incapacità di non tradire che
lo scrittore francese — nel suo pessimismo a volte del tutto
simile al realismo tragico di Céline — senza dubbio
individuava come ulteriore prova dell’abisso di fango
dell’umano cammino.
Fermiamoci un momento a considerare che cosa realmente
significhi la debolezza del francese: siamo così piccoli ed
impotenti da non riuscire ad essere fedeli neanche a ciò che
amiamo di più, neanche alla donna amata che muore di cancro.
Un abisso che porterà Drieu La Rochelle al suicidio, perché
egli non si suicidò certo per la sconfitta politica —
nessuno mai si ucciderebbe per un motivo “politico” — ma per
l’insopportabilità di una condizione vertiginosa, di una
domanda che ormai lo schiacciava. Ed ancora una volta ha
ragione Hervier quando afferma che tutto il Diario appare
come un lento avvicinamento alla morte, vista sempre in una
dimensione se non cristiana, di sicuro profondamente
religiosa.
Ma di certo il Diario è centrale nella produzione di Drieu
La Rochelle soprattutto per le considerazioni politiche che
contiene — di acutezza anche maggiore di quelle del celebre
saggio Socialismo fascista (4) — è «una testimonianza di un
intellettuale francese sui grandi eventi contemporanei [...]
che si svolge sullo sfondo di una civiltà colta nel momento
del suo crollo» (5), una testimonianza che alle soglie del
terzo millennio può essere ancora utile per comprendere il
reale. Di grande attualità sono i taglienti giudizi sul
liberalismo, la sua condanna del borghese ottimismo
uma-nistico-positivista che in questo Novecento si è andato
furiosamente a contrapporre al realismo di chi è certo che
il dato preponderante dell’umana avventura è il dolore
(Céline docet).
La critica alla liberaldemocrazia, l’idea di un’Europa
federale, la delusione per la Germania che osteggia i pochi
fascisti francesi, il disprezzo per il regime di Vichy
considerato la roccaforte della destra conservatrice e
reazionaria, la contemplazione della decadenza europea, il
meditato e sofferto passaggio dal fascismo al comunismo sono
i cardini della riflessione politica di Pierre Drieu La
Rochelle, che non “tentenna confusamente” — come è parso ad
alcuni — fra le due grandi ideologie, ma semplicemente crede
di scorgere fra esse un profondo trait d’union, portando
alle più radicali conseguenze quelle che individua come loro
comuni premesse hegeliane e socialiste.
L’ammirazione per Stalin e per i russi non è dovuta al
desiderio di saltare sul carro del vincitore, non è sintomo
di debolezza. In Drieu quella che potremmo definire
l’alternanza dell’adesione al fascismo e al comunismo
scaturisce sì dalla delusione per l’esperienza fascista
italiana (6), ma soprattutto nasce dal rapporto che egli
crede intercorra fra le due ideo-logie, agli occhi di molti
pensatori della sua generazione quasi intercambiabili («I
comunisti sono sempre stati attratti dal fascismo, hanno
sempre favorito il suo trionfo sulla democrazia. Il
comunismo in Europa è un fratello maggiore del fascismo, un
fratello meno fortunato» (7), scriveva il 14 marzo 1940).
Ma neanche l’adesione al comunismo smuoverà il pessimismo
dello scrittore, per il quale chiunque avesse vinto la
guerra non sarebbe stato in grado di salvare l’uomo moderno
dalla decadenza: «Nell’Europa di domani, che sia fascista,
comunista o entrambe le cose [...] lo spirito in piena
decadenza, irrimediabilmente labile, ormai non può che
produrre altro che deboli mostri» (8).
Ma un altro dato significativo del pensiero di Drieu La
Rochelle emerge dalla lettura del Diario, un dato con il
quale non possiamo esimerci dal fare i conti: il viscerale
antisemitismo dello scrittore francese, un antisemitismo
purtroppo realmente sentito, non una finzione antiborghese
come quello di Céline. Certamente Drieu era all’oscuro
dell’Olocausto, non immaginava nemmeno l’orrore dei campi di
sterminio, ma questo non può certo giustificare le troppe
sciocchezze scritte sugli ebrei. Si potrebbe avanzare
l’ipotesi che l’antisemitismo pre-Olocausto fosse “solo”
un’antipatica posa intellettuale da tanti assunta, ma in
realtà poco incidente. Si potrebbe anche leggere negli
scritti di taluni autori del primo Novecento la parola
“ebrei” come sinonimo di borghesi (ipotesi questa a nostro
avviso entro certi limiti lecita nel caso di Céline). Si
potrebbero tentare siffatte operazioni, ma invano dopo la
lezione di Theodor W. Adorno, che — in Minima Moralia— ha
chiaramente mostrato come l’antisemitismo consista proprio
nell’insieme dei piccoli pregiudizi, degli odiosi luoghi
comuni sugli ebrei e come proprio da simili preconcetti si
sia potuta evolvere la più atroce pagina della storia umana.
Peccato per Drieu La Rochelle, ma il suo antise-mitismo, che
forse era davvero “soltanto” un odioso vezzo, resta come
macchia indelebile sulla figura di uno dei più lucidi
pensatori politici del secolo.
Il breve saggio che qui presentiamo — saggio al quale
abbiamo dato il titolo di Le radici giacobine dei
totalitarismi. Bolscevismo, Nazismo e Fascismo (9) —
sviluppa un versante, quello storico-genealogico per così
dire, dell’idea, dominante nel Journal, della stretta
familiarità che Drieu La Rochelle individua fra i
totalitarismi protagonisti della prima metà del XX secolo.
Scritto nell’autunno del 1939, l’intervento — del cui
manoscritto originale non si hanno più tracce — fu rifiutato
dalla Revue de Paris (10) e dovette attendere quasi
trent’anni per vedere la luce, inserito da Grasset
nell’edizione del 1964 di Mesure de la France.
Nell’agosto del ’34 Drieu scriveva: «Al fascismo importa
soprattutto la rivoluzione sociale, il cammino lento,
difficile, sconvolgente, sottile, secondo le possibilità
europee, verso il socialismo. Se esistessero ancora dei
difensori coscienti e sistematici del capitalismo,
potrebbero accusare il fascismo di servirsi del ricatto
nazionalista per imporre il controllo dello Stato
sull’economia [...] Non solo il nazionalismo è un pretesto,
ma è anche una semplice tappa dell’evoluzione socialista del
fascismo» (11).
A prescindere dalla valutazione complessiva che in tutta la
sua opera Drieu La Rochelle dà dell’esperienza fascista —
valutazione nel merito della quale in questa sede preferiamo
non entrare — è singolare che il pensatore francese
consideri il socialismo come il fine da raggiungere per
garantire una umana convivenza fondata sulla Giustizia. In
tale posizione non è peregrino individuare la traccia
originaria del cammino che lo porterà all’adesione al
comunismo, progressione minuziosamente testimoniata nel
Journal.
Le radici giacobine dei totalitarismi non è affatto un testo
tenero con il fascismo, anzi lo si potrebbe definire un
testo addirittura antifascista. Nell’articolo vengono
accumunate le esperienze fasciste, naziste e sovietiche non
solo — come in altre pagine dell’autore transalpino — in
base a presupposti ideologici, ma soprattutto in base
all’utilizzo del metodo giacobino di gestione del potere
comune ai regimi totalitari. Anche se, è ovvio, «non si
possono comprendere somiglianze di struttura così precise se
non attraverso somiglianze di principi (12) [...] l’identità
del contenuto è com-parabile a quella del contenente» (13).
Fascismo e nazismo avversavano radicalmente l’89 ed i suoi
principi e la ricostruzione di quella che l’autore definisce
la filiazione giacobina di comunisti, nazisti e fascisti non
poteva non scandalizzare i reazionari al potere nella
Francia di Vichy, quei conservatori che tanto nettamente
rifiutarono le sue idee e la sua “collaborazione”.
E del resto anche molti osservatori neutrali contestano come
disastrose per la vita di Drieu La Rochelle le sue audaci
analisi, la sua posizione di confine fra destra e sinistra
estreme. Scrive Giuseppe Tedeschi nell’introduzione italiana
di Gilles: «Fu rovinato dalle interpretazioni politiche,
dall’oscillare tra nazionalismo e comunismo e
dall’infatuazione per tutte le correnti sciovinistiche
europee, nazismo, fascismo, falangismo, delle quali diventò
difensore e teorico, più di Charles Maurras (14), più di
Céline (15), con Robert Brasillach (16) e Lucian Rebatet
(17), con Alphonse de Chàteaubriant (18) e Abel Bonnard
(19). Vi si buttò anima e corpo, voleva una Francia grande,
che utopia [...] Certamente questi non sono piccoli errori
per uno scrittore. Perché li ha commessi, per opportunismo,
o per fede? Per arrivismo, vitalismo e facilità di vita o
per idealismo? Egli ha fatto intendere che forse si occupò
di politica giusto per fare qualcosa. Certamente ha fatto
parte di un periodo del ’900 tra i più disperati e assurdi
della storia del suo paese, con un gruppo di uomini morti
tutti in circostanze altrettanto disperate e assurde [...]
Un periodo folle e tutti questi uomini atrocemente innestati
in esso» (20).
Certo un periodo folle, nel quale Drieu La Rochelle si è
distinto come «uno dei più intelligenti, forse il più
affascinante scrittore [...] la storia di Drieu è [...]
esemplare: è l’artista (e che artista, basterebbero le
pagine sulla morte volontaria a salvarlo) che viene
sopraffatto dalle cose del mondo, da quella realtà che tenta
di rappresentare, di spiegare e interpretare» (21).
Sopraffatto da quella realtà che tenta di interpretare. Più
di ogni altro giudizio espresso sul pensatore transalpino,
questa felice sintesi di Carlo Bo fornisce un quadro fedele
di Pierre Drieu La Rochelle, la cui filosofia politica può
apparire complessa perché la storia del Novecento è
enormemente complessa, le cui analisi possono apparire
contraddittorie perché spietatamente contraddittoria era la
realtà dei suoi anni.
Non esula da tali considerazioni questo Le radici giacobine
dei totalitarismi, testo che scava nelle contraddizioni
dottrinarie del fascismo con la lucida volontà di
provocazione che in Drieu sempre si accompagnò all’amore per
la ricerca storica.
Come previsto dall’autore la pubblicazione di Le radici
giacobine dei totalitarismi fu rifiutata dall’establishment
reazionario di Vichy. Quasi settant’anni dopo, l’articolo
viene presentato al lettore italiano come testimonianza di
un pensiero politico — quello di Drieu La Rochelle appunto —
audace ed impulsivo eppur dolorosamente meditato, al
contempo idealista e realista, al contempo rosso e nero.
Calogero Carlo Lo Re
NOTE
1) Pierre Drieu La Rochelle, Journal 1939-1945, Gallimard,
Paris, 1992 (trad. it., Diario 1939-1945, Il Mulino,
Bologna, 1995).
2) Pierre Drieu La Rochelle, Gilles, Gallimard, Paris, 1939
(trad. it., Gilles, Sugar, Milano, 1961).
3) Cfr. Julien Hervier, Entretiens avec Ernst Jünger,
Gallimard, Paris, 1986 (trad. it., Conversazioni con Ernst
Jünger, Guanda, Parma, 1987).
4) Cfr. Pierre Drieu La Rochelle, Socialisme fasciste,
Gallimard, Paris, 1934 (trad. it., Socialismo fascista,
Edizioni Generali Europee, Roma, 1973). Cfr. anche Pierre
Drieu La Rochelle, Socialismo, fascismo, Europa, Volpe,
Roma, 1964.
5) Julien Hervier, Introduzione a Pierre Drieu La Rochelle,
Diario 1939-1945, cit., p. 34.
6) «Il conservatorismo borghese ha corrotto il fascismo
dall’interno. I marxisti avevano ragione: il fascismo in
fondo non è stato che una difesa borghese. L’amara, cruenta
consolazione di uomini come me consiste nel pensare che,
senza il fascismo, la borghesia perirà. Adesso (e questo è
vero da un anno) tutti i miei voti sono per il comunismo.
Qualsiasi cosa purché la borghesia perisca» (Pierre Drieu La
Rochelle, Diario 1939-1945, cit., p. 353, 27 luglio 1943).
7) Ibidem, p. 156.
8) Ibidem, p. 103.
9) D’ora in avanti sinteticamente indicato come Le radici
giacobine dei totalitarismi.
10) «Thiébault alla Revue de Paris rifiuta un articolo in
cui dimostro la filiazione giacobina dei comunisti e dei
fascisti. Ha paura di urtare la suscettibilità degli
ambienti ufficiali», si lamenta Drieu nel Diario il 19
ottobre del 1939 (Ibidem, p. 98).
11) Pierre Drieu La Rochelle, Socialismo fascista, cit., p.
217.
12) Corsivi nostri.
13) Infra, p. 41.
14) Charles Maurras (1868-1952), uomo politico francese,
monarchico nazionalista e conservatore. Nel novembre del
1898 fonda l’Action Française. Autore di Mes idées
politiques, Fayard, Mesnil sur Eure, 1937 (trad. it., Le mie
idee politiche, Volpe, Roma, 1970).
15) Louis-Ferdinand Destouches, detto Céline (1894-1961),
anarchico, di professione medico, probabilmente il più
grande scrittore del Novecento. Fra i suoi capolavori Voyage
au bout de la nuit, Denoël, Paris, 1932 (trad. it.,Viaggio
al termine della notte, Corbaccio, Milano, 1933-1992), e
Mort à crédit, Denoël, Paris, 1936 (trad. it., Morte a
credito, Garzanti, Milano, 1964-1992).
16) Robert Brasillach (1909-1945), scrittore francese
fascista, autore del romanzo Les sept couleurs, Librairie
Plon, Paris, 1939 (trad. it., I sette colori, Edizioni del
Borghese, Milano, 1966). Più che dall’ideologia, fu attratto
dall’estetica e dall’ottimismo vitalistico del fascismo. Al
termine della Seconda Guerra Mondiale fu condannato a morte
come collaborazionista e giustiziato.
17) Lucien Rebatet (1903-1972), scrittore francese fascista.
Come collaborazionista fu condannato a morte e
successivamente graziato. Autore di Les Décombres, Denoël,
Paris, 1942.
18) Alphonse de Chàteaubriant (1877-1951), scrittore
francese cattolico e nazista, autore di La Gerbe des Forces.
Nouvelle Allemagne, Grasset, Paris, 1936 (trad. it., Il
fascio di forze. La nuova Germania, Akropolis/La Roccia di
Erec, Firenze, 1991). Dopo la caduta del nazismo fu
condannato a morte in contumacia e fuggì in esilio in
Tirolo, nei pressi di Kitzbühel, dove rimase fino alla
morte.
19) Abel Bonnard (1883-1968), poeta e scrittore francese,
monarchico, vicino all’Action Française ed al Partito
Popolare Francese di Jacques Doriot, ministro
dell’educazione nazionale sotto il governo collaborazionista
di Vichy. Condannato a morte in contumacia, dopo la guerra
trovò rifugio nella Spagna franchista. Autore di Les
Modérés, Grasset, Paris, 1936 (trad. it., I moderati, Volpe,
Roma, 1967).
20) Giuseppe Tedeschi, Pierre Drieu La Rochelle,
Introduzione a Pierre Drieu La Rochelle, Gilles, cit., p.
XI.
21) Carlo Bo su La Stampa del 3 agosto 1961, in ibidem, p.
XII.